…E non dimenticatevi di Sherlock Holmes!

img051“…eliminato l’impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità…”

Questa frase di Sherlock Holmes, rivolta all’amico e aiutante (nonché narratore delle sue avventure) Watson, racchiude la logica deduttiva del grande investigatore ed è uno dei cardini portanti del suo metodo investigativo. Gli altri sono: un’enorme capacità d’osservazione, una mente puramente logica e conoscenze più svariate (dal colore e consistenza del terriccio di ogni angolo di Londra a tutti i fatti criminosi avvenuti in Inghilterra negli anni della sua attività e anche prima).

Ho letto tutto ciò che Sir Arthur Conan Doyle scrisse su Sherlock Holmes e la mia curiosità e anche l’ammirazione per il grande investigatore nato dalla sua penna, mi ha portato a leggere anche altri libri di diversa mano che trattavano del medesimo personaggio.. Ahimé, avrei preferito che molti di quei libri facessero “harakiri” concedendosi una degna autocombustione piuttosto di sapere fino a che punto avessero ridotto il caro Sherlock e persino il povero Watson… Comunque, ho voluto dimenticare quelle false storie e le uniche avventure di Sherlock Holmes che voglio ricordare sono quelle che lo hanno reso celebre, quelle, appunto, scritte da Conan Doyle.

Non mi sono certo preposta in queste righe di fare una completa (e sicuramente lunga) analisi di ciò che egli scrisse, anzi “fece scrivere” a Watson, in prima persona, del celebre Holmes, poiché ci sono critici ben più qualificati che lo hanno già fatto, ma solo di dare un leggero schizzo di quel personaggio, a volte antipatico, che con le sue deduzioni logiche lascia a bocca aperta tutti.

Watson per primo rimane sbalordito ed entusiasta della bravura dell’amico, al punto da diventarne il biografo. Ma non è facile essere amici di Holmes. Egli è saccente, a volte sarcastico ed ha certe abitudini che preoccupano non poco il dottor Watson… perché, specialmente nelle prime avventure, scopriamo che la noia e la non attività del suo razionale cervello prostrano Holmes in maniera incredibile, portandolo, per sopperire alla mancanza di un caso straordinario (perché egli non si cura certo di indagini comuni ma solo di quelle che hanno qualcosa di eccezionale), all’uso di cocaina. Bisogna dire che all’epoca in cui scriveva Conana Doyle non si sapeva ancora quali danni e la piena pericolosità di questa droga, ma comunque, grazie anche a Watson, Holmes rinuncerà presto alla siringa…

Una cosa curiosa che mi ha colpito è stata che la famosa frase: “Elementare, Watson!” non è una frase abituale per l’eccentrico e mago dei travestimenti Homes, anzi… L’esclamazione in questione è pronunciata solo due volte in tutti i libri scrtti da Conana Doyle ed entrambe sono ne “Il segno dei quattro”. “Elementare, Watson!” è diventata, però, un tormentone nella versione teatrale di Holmes ed in seguito, ahimé (come il classico cappello e la pipa), in quelle televisive.

Il nostro eroe è un po’ misogino, ma mai scortese con le donne. Certe volte, specialmente nei suoi discorsi con Watson, dimostra di sottovalutarle, arrivando poi, però, a pentirsene, come ad esempio accade ne “Uno scandalo in Boemia”. Ma cosa ci si poteva aspettare da un uomo che è tutto raziocinio? Certo, non slanci amorosi! Holmes non ha tempo per queste cose, il suo cervello è un archivio ordinato contenente tutte quelle nozioni necessarie al suo lavoro, ed egli si cura bene da non assimilarne altre inutili, poiché occuperebbero spazio prezioso, portandolo, come dice, a dimenticare cose più importanti per le sue indagini. Se non fosse stato per Watson non avrebbe neanche mai saputo (né forse in seguito gli è interessato ricordarlo) che la terra gira intorno al sole…

E se Holmes è così com’è, non bisogna sottovalutare la figura di aiutante e biografo di Watson. Watson infatti con la sua sola presenza a volte sostiene e aiuta Holmes. E sotto ammissione dello stesso Sherlock Holmes non è facile essergli amici, egocentrico com’è. Eppure ne “L’avventura dei tre Garrideb” Holmes mostra, forse per l’unica volta in tutti i libri, un vero e proprio slancio di preoccupazione e calore verso il suo fedele amico ferito. E quale modo migliore di concludere se non con le parole ( e lo stupore) dello stesso Watson per commentare un’amicizia durata decenni… Egli dirà:

“Valeva una ferita – molte ferite – scoprire quale miniera di lealtà e di affetto si nascondevano dietro quella sua maschera gelida. Per un momento i suoi occhi freddi come l’acciaio si appannarono e gli tremarono le labbra. Per la prima e unica volta intravidi un grande cuore oltre una grande mente. Tutti quegli anni di umile fedele servizio culminarono in quel momento della verità.”

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