“Il Drago Infinito – I Custodi” versus “Il Sigillo del Drago Infinito (Volume I), I custodi dei frammenti”

Questa recensione fu fatta al mio romanzo nel 2009, nella sua prima versione(2006), quando il titolo era semplicemente (e poteva trarre in inganno sui contenuti) “Il Drago Infinito – I custodi”. Adesso il romanzo è stato corretto, riveduto in alcune parti, ed è disponibile in ebook. Il nuovo titolo, “Il Sigillo del Drago Infinito (Volume I), I custodi dei frammenti”, come la copertina, rispecchiano di più una trama che non tratta temi strettamente fantasy o figure classiche del genere… Creature magiche, maghi, elfi e varie, non sono presenti. La magia stessa non è un concetto contemplato. Tutta la vicenda “gira” intorno ad un libro di profezie sigillato e nascosto che, per il bene di tutti, non deve essere ritrovato. Qui di seguito, comunque, ripropongo la recensione del critico Maria Teresa Prestigiacomo che può dare ancora un’idea del mio romanzo…

2006                                                         2012

Immagine (2)  I custodi dei frammenti - il sigillo del drago infinito

Non appena ci si accinge alla lettura del romanzo di Maria Stella Bruno, opera prima, dal titolo “ Il drago Infinito”, ci si accorge che la giovanissima scrittrice rappresenta una nuova promessa della letteratura Italiana Contemporanea. Pertanto, ci troviamo di fronte non ad una tra le tante scrittrici che affollano la cosiddetta “Letteratura Minore” del Duemila, ma ad un’autrice che, presto, guadagnerà un posto al sole nel panorama letterario del terzo millennio.

Bruno affronta con sicurezza ed umiltà, con forza virile e sensibilità femminile, il romanzo di genere, “gotico-fantastico”, un genere che, sebbene affondi le sue radici nel secolo scorso ed anche più indietro, nel Settecento, si è affermato prepotentemente, in questi ultimi anni, per merito della globalizzazione, per opera di quella che è stata la rivoluzione del secolo: il computer ed internet, interpretando il gusto dominante della new generation, gusto dominato da ingredienti come “ l’inquietante, il misterioso, l’intrigante, il fosco ed il surreale”.

Bruno accoglie le lezioni dei maestri del grande thriller, del Giallo, del gotico-fantasy e percorre la sua strada; ella beve alla sorgente del maestro Tolkien, si nutre alla ricca mensa letteraria di Follett.

A questo punto, la scrittrice siciliana “metabolizza” le mille letture che hanno contrassegnato la sua adolescenza di “piccola intellettuale” ed in un modo personale e convincente, si afferma con il suo elegante stile narrativo, ricco di avvincenti intrecci che hanno per protagonisti e co-protagonisti i numerosi personaggi che incarnano le forze del Bene e del Male, nel suo romanzo che segna il suo felice debutto da scrittrice di romanzi.

Misteriose e fantastiche le ambientazioni, nello spazio narrativo dell’autrice, “crepuscolari”, nelle atmosfere, a volte, e, per contrasto, poetico-idilliache, incastonate in una dimensione “altra”, senza spazio definito, né tempo…

L’intreccio della fabula di Bruno si dipana su un canovaccio di tempo medievale, tra cavalieri e pirati d’Europa? Oppure, i personaggi di Maria Stella Bruno potrebbero essere accostati, in similitudine, ai predatori sulla Via Della Seta, personaggi realmente esistiti? Ci si intende riferire a coloro che vagavano nei primi del Novecento, nel deserto di Taklamakan, sfidando le insidie del Turkestan cinese e i suoi demoni protettori, per portare alla luce i tesori di quella lontana civiltà? O, in altre ipotesi, la fabula e l’intreccio della scrittrice possono riferirsi a Storie del Duemila, col cuore antico di ieri, un occhio al passato ed uno al futuro, un orecchio allo zampillo di una fontana di strada e l’altro, ricordando Bufalino, al fragore di una cascata di oggi? I pirati della Malesia sono briganti di oggi, con la ferocia di ieri e la tecnologia del Duemila, circondano navi mercantili e le depredano di ogni avere e quando non mietono vittime, tra i membri dell’equipaggio è un miracolo…

La ferocia degli “uomini senza bandiera” di Bruno, bramosi di potere e di ricchezza, di segreti arcani…non ha tempo, né spazio…

Tornando alle eleganti e particolareggiate descrizioni della scrittrice, esse si squarciano su palcoscenici immaginifici in cui il lettore può ricreare immediatamente, le scene mirabilmente descritte.

Le sue strategie di convincimento sono tessute sulla fabula con un ricco intreccio di diversi “fili” narrativi, ricchi di digressioni.

Il registro linguistico adottato è semplice, per contrasto al complesso intreccio, ma al tempo stesso, elegante.

Il suo metasignificato è un messaggio profondo che filtra dall’elegante costrutto sintattico e dalla ricchezza dei suoi personaggi ben torniti: quello che le chiavi della conoscenza del futuro siano affidate a coloro che le adoperino a fin di bene, per finalità etiche, di giustizia, per il benessere dell’umanità.

Maria Stella Bruno, attraverso il suo romanzo, sembra lanciare un monito agli scienziati, affinché la scienza, la conoscenza, il sapere “futuro” siano messi al servizio del Bene comune, ed, al contrario, per sconfiggere il Male, cioè quegli “uomini senza bandiera”, coloro che non portano il vessillo di una bandiera che ha i colori dettati dai valori universalmente riconosciuti: quegli uomini “neri” e non solari che intendono sterminare senza pietà per l’avidità del sapere, quegli “uomini del buio e della notte” che intendono stendere drappi neri a nascondere il “sole”.

TRA I PERSONAGGI

Forte è la valenza didattica che emerge in ulteriori messaggi, dalle pagine del romanzo…

Bruno fa parlare il padre di Partaf Dei Leoni Del Vento, governatore di Chart, cavaliere e custode di uno dei “Frammenti” della Chiave del Futuro in questo modo: “…L’esperienza insegna l’umiltà; l’ambizione, spesso porta alla rovina, come la ricerca della gloria in battaglia…”

La saggezza del padre di Partaf, stanco di sangue e di guerre, si contrappone alla ricerca della conquista di gloria da parte del figlio…

”Per quanto una causa possa essere giusta, sono sempre uomini quelli che muoiono sul campo di battaglia…”: così affermava il padre di Partaf, un’affermazione che ha valore universale, affermando valori di pace, universali a-spaziali ed a-temporali.

A questo punto occorre evidenziare come la figura di Safav ci insegni che, di fronte al “Consiglio degli Illuminati” di ogni tempo ed ogni luogo, occorre sfidare l’abulìa dei politici, il loro menefreghismo, la loro ottusa incredulità di fronte ad un portatore di “una buona novella anche laica”, un “Angelo-Nunzio” di incombenti pericoli e, come tanti “figli” di Safav, occorre che lottiamo come tanti Don Chisciotte, contro i Mulini a Vento, (anche se, adesso, i mulini sono altezzosi generatori eolici).

Occorre che si lotti, sempre e comunque, per dare voce alle proprie istanze, per il bene nostro, personale e per quello che si chiama “Bene Comune”.

E’ d’uopo anche rammentare un profondo messaggio dalla straordinaria valenza didattica che scopriamo attraverso le parole che Bruno attribuisce ad un suo personaggio; costui, nel rivolgersi a Safav, contadino di Xatum, unico sopravissuto del suo villaggio, dice: “…Sii uomo di pace, prima di essere uomo di armi… Il tuo senso di giustizia è grande, ma non confonderlo con la vendetta perché Morte genera Morte… Il tuo dolore è stato immenso ma trasformalo in fonte di vita per gli altri…”

In questo passo ci sembra di ritrovarci di fronte al genio poetico, universale di Archiloco che nel VII secolo a.C. nella poesia “Animo mio”, abilmente tradotta da Quasimodo, lanciava questo meraviglioso e profondo messaggio universale.

Un altro personaggio che attira la simpatia del lettore ed al quale l’autrice è molto legata, è il marinaio, Ajhall, capelli rossi al vento “ed un cavallo in corsa”: un marinaio che le sue promesse le mantiene, segno che- ci insegna Bruno- non occorre stigmatizzare, non occorre assegnare un sigillo al prossimo senza mai più “redimerlo”.

Ajhall si ritrova a vivere tante peripezie, come quella di finire nel mezzo della sala del salone delle feste del re Eisel III, per scampare alla ferocia del capitano nero, rischiando di morire avvelenato, ma chi insegue ideali di giustizia, è aiutato dalla fortuna, resta immunizzato dal veleno delle “ Lacrime dell’Ade”, ci dice la scrittrice, mostrando la sua vena ottimistica sulla vita.

Abbiamo contato cinquantadue personaggi, in questa epopea; tra costoro, spicca Ofena, abile cacciatrice di taglie, un ruolo per così dire “maschile” che, per desiderio di “riscatto” di una condizione femminile deprivata, la scrittrice attribuisce ad una donna.

Una donna diversa da tutte le altre, questa Ofena; ha subito una violenza e la sua personalità forte, spietata, ne reca i segni. Ella porta avanti la sua mission, senza farsi corrompere, come tanti altri, dal vile denaro; riveste, dunque, un compito importante in seno alla “fabula”.

Indaghiamo, a questo punto, sulla struttura della “fabula” che è trattata da Bruno come la tradizione vuole, come l’analisi di Vladimir Propp intende: c’è l’eroe, c’è l’antagonista ( “ gli “uomini senza bandiera”, in questo caso) c’è la persona ricercata e l’oggetto magico ricercato ( i sette frammenti della chiave del futuro), c’è l’allontanamento, il tranello, l’investigazione, la mediazione, la partenza verso un viaggio che è metafora ulissiaca della vita; ed ancora, vi sono le prove da superare, la lotta, la persecuzione…tutti elementi-ingredienti-chiave dell’intreccio

In più, c’è da dire, in chiave psicoanalitica, che “l’allontanamento da casa”, le “difficoltà da superare”, sarebbero interpretabili come le tracce, largamente trasfigurate dalla fantasia, di avvenimenti “reali”, che accadono nella vita: durante le cerimonie iniziatiche, i giovani sono condotti lontano dal villaggio, dalla famiglia, là dove saranno sottoposti ad una serie di prove che verificano le loro capacità… Ma, soprattutto, simbolicamente, rappresentano la morte e la rinascita….( “il bambino” scompare per lasciare il posto all’adulto)….

Tornando ai personaggi, essi sono rappresentati “a tutto tondo” dalla scrittrice, pertanto non bassorilievi, bensì sculture-ritratto a trecentosessanta gradi, tratteggiati o scolpiti, mirabilmente, , quasi ad “aggallare” sulla scena, come attori che, per una sorta di gioco pirandelliano, assumano il ruolo di registi dell’atto, tanto, costoro, sembrano sfuggire di mano all’abile regia dell’autrice, come “ Sei personaggi in cerca d’autore”, come ne “ Le scarpette rosse “ di Handersen, per poi essere nuovamente governati da Bruno, controllati, fatti morire, per esigenze “di copione”, per la loro mission, per il ruolo loro assegnato…

Continuando ad indagare sulla forza descrittiva ed espressiva della scrittrice, bisogna aggiungere che occorre avvertire quei lampi e quei guizzi scenici che la stessa adotta per poterne cogliere i toni chiaroscurali, i “colori” come si dice in “musica”, attraverso i quali ella fa muovere e vibrare i suoi personaggi, tra mille colpi di scena.

Ricorderei, a questo proposito, il brano in cui Safav rischia di morire sotto il peso della scimitarra… “La grande arma si librò sulla sua testa, pronta a colpire, ma Safav si mosse fulmineo, evitando la lama che si conficcò sull’erba……Un tanfo fetido proveniva dall’uomo, un miscuglio di sudore ed alcool che dava la nausea…l’odore dell’Inferno… Il soldato estrasse la scimitarra dal terriccio e con un urlo roco, la brandì… Gli occhi spalancati nella collera, il viso contratto in un’espressione animalesca, la fredda lama già macchiata del sangue altrui…( pag 89). Ed ancora, l’efficacia descrittiva di Maria Stella Bruno si impone (pag 89) presso la locanda dell’”Oste di ferro”: “…Poi una lama brillò nell’oscurità…il coltello, nella cui elsa era intarsiato un serpente, tagliò esperto la gola nuda dell’oste… Il tappeto su cui era caduta la candela di Epo prese fuoco in un lampo ed in poco tempo l’”Oste di ferro” fu avvolto in un’unica fiamma…”

IL DRAGO INFINITO

Riguardo al drago “adottato” da Bruno e dalla stessa autrice, rappresentato sulla copertina del romanzo (versione 2006), non si tratta di un drago riconducibile alla tradizione orientale; non è un drago indonesiano, cinese; ha le fattezze e la ferocia dell’antica tradizione d’Occidente; possiede delle grandi ali e delle lunghe corna; potremmo affermare che si tratta di una rappresentazione di drago, in parte “vicina”a quella del capolavoro di Walt Disney e, su un altro fronte, vicina a quella interiorizzata da Paolo Uccello per il suo mirabile dipinto dal titolo “ San Giorgio ed il drago”, in cui San Giorgio, cavaliere, ha la meglio sul mostro.

“Il drago infinito” costituisce l’insieme dei frammenti della chiave del futuro che il mondo, da millenni, vorrebbe conoscere…

La trama è semplice, l’intreccio è complesso: sette persone custodiscono i frammenti di una chiave magica che darà l’accesso alla veggenza, al futuro…

E su questo canovaccio, Bruno lavora per tradurre in momenti magici, con il fascino della parola, gli eventi che ruotano intorno a questa vicenda…

Quanti errori avrebbero evitato gli uomini, nella loro Storia personale, se avessero conosciuto, prima, il loro destino!

Quante distruzioni, quanti stermini, quante calamità, quante guerre, si sarebbero potuti evitare, se si fossero conosciute prima le loro conseguenze rovinose!

Queste affermazioni ci impongono una pausa di riflessione ed, a questo punto, “sorge spontanea” la domanda: non ci sono, oggigiorno, tanti uomini che “vedono” con i loro occhi aguzzi, con la loro vista d’aquila- dal sapere scientifico- la distruzione della Terra, il suo futuro minacciato e di ciò fanno una loro mission, senza essere ascoltati dai potenti del “Consiglio degli Illuminati?

Questa domanda si pone la scrittrice, Maria Stella Bruno, in questo suo brillante esordio che vede il Duemila costellarsi di questa nuova promessa della Letteratura, quella Letteratura vera, che andrà a storicizzarsi in quei libri di Letteratura Italiana che Bruno, per il momento, non intende approfondire, da spettatrice, in quanto le sue capacità e la sua tenacia, le faranno guadagnare, presto, un posto al sole nell’Universo dei romanzieri che producono Letteratura in un linguaggio universale.

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