La corsa diabolica

392098_10151049396803240_27932583_nGiornata pessima, una di quelle in cui ti svegli dopo poche ore di sonno (dopo troppe ore alla scrivania o semplicemente perché i tuoi occhi si sono aperti, scattando come ad una sveglia, senza nessun motivo preciso) e ti senti la testa che comincia a fare male e l’unico desiderio che avresti è restare immersa sotto le coperte e far dimenticare che esisti, ma hai impegni per quel giorno e non li puoi rimandare.
Così ti alzi, con l’aspetto del quadro di Picasso “Donna che piange”. Cerchi di ricomporre la tua faccia al meglio delle possibilità, quando ti rendi conto che l’orologio ha preso a correre e tu, seguendo il suo esempio, ti “getti” giù dalle scale, fai quasi correndo la strada per raggiungere la fermata dell’autobus. Ed ecco che comincia la vera Odissea di qualsiasi pendolare di provincia… Mentre ci si macera nel quesito: “Ma oggi passerà?”, si aspetta in piedi, impazienti, e le macchine ti sfrecciano davanti con la gente dentro che ti fissa come se non capisse o sembrasse loro curioso la visione di un essere umano che attende l’arrivo dell’autobus. Qualcuno ti guarda e ride e tu non sai se lo fa perché, provenendo dal capolinea, non ha visto neanche l’ombra di un autobus e pensa, con una nota di sadismo: “Aspetta, aspetta, ci fai le radici là!”, oppure perché ha notato quella faccia scomposta che ti ritrovi e che invano ti sei sforzata di nascondere.
Comunque, a quel punto, i nervi che avevi prima di uscire sono ormai duplicati. Poi, dopo un’attesa che sembra interminabile (cosa da volere una flebo di camomilla!), finalmente lo intravedi ed è come un miraggio… L’autobus… Viene verso di te, spedito e per un attimo temi che, malgrado i tuoi segnali, voglia proseguire dritto, senza fermarsi. Allora ti immagini nelle vesti di Gandalf davanti al Balrog che urla: “Tu non puoi passare!” e per l’occasione aggiungi: “senza di me!”, ma poi, all’ultimo secondo, l’autista s’accorge che esisti, mette la freccia ed accosta… Tu pensi: “Ok, è già un passo in avanti. Sono salita, ormai. Mi aspetta la mia meta”, ma, come dice il saggio, è il viaggio ad avere importanza, e tu sai che ti aspetta una “guerra” su quel mezzo…
Dici un timido “Buon Giorno” e scruti (come vieni scrutata) i tuoi compagni di corsa. Non molti, pensi, ma abbiamo da poco lasciato il capolinea e ci sono ancora posti (anche se, ancora una volta, hanno messo per quella corsa un autobus con pochi sedili, del tipo: “11 posti a sedere, 50 all’in piedi” ). Così, sprofondi nel sedile e con gli auricolari ascolti musica a tutto volume dal tuo Mp3, d’altronde ti aspetta un’ora di viaggio…
Cinque minuti, non più e, senza neanche rendertene conto, l’autobus è ormai pieno e ne hai consapevolezza poiché ti senti osservato da tanti occhi malevoli. Ti accorgi che una decina di vecchie signore hanno preso di mira il posto da te occupato e ti guardano come se fossi una usurpatrice, scoccandoti occhiate infuocate. A quel punto entri nel dubbio. Ti chiedi: “E che è? Ci sono solo io seduta su questo autobus?”… Mentre ti arrovelli pensando: “Mi alzo o no?” (considerando che hai poche ore di sonno e rischi di cadere supina per terra), l’autobus si ferma a prendere nuovi passeggeri ed una nuova schiera di vecchi sale… Quasi ti sembra di udire il “Bip… Bip… Bip…” del loro radar, poiché, dopo qualche attimo, nel guardarsi intorno pare che individuino proprio te e, dopo averti localizzato con un “Bip, Bip, Bip” sonoro, si uniscono agli altri vecchi nello scoccare occhiate malevole. E ti chiedi: “Sono sveglia, non soffro di manie di persecuzione, ma allora perché non rompono allo studente due sedili più in là e lasciano in pace me e le mie occhiaie?”.
Non hai risposta al quesito, forse solo una: sei una calamita per le vecchiette… Ti senti poco bene e, per la prima volta in vita tua, decidi di ignorare quegli sguardi e ti tieni il tuo posto.
Altra fermata. Stavolta sale una madre con un bambino. “Su, tesoro, sta qua!” dice la madre al bimbo e lo piazza a tenersi proprio davanti a te. Tu lo guardi e vedi che perde bava e senti la madre dirgli: “Ora ti passa, tesoro. Non vomitare!”.
E’ la goccia che fa traboccare il famigerato vaso. Ok, ti dici, hanno vinto. Il bambino vomitante proprio No. Adocchi una delle vecchie, quella stile “Psycho”, le cui occhiate erano più cariche d’odio e le dici: “ Signora, vuole sedersi?”. Quella neanche di risponde con un grazie (forse non ti da persino il tempo materiale per alzarti) e si piomba al tuo posto con sguardo furente e bramoso. Con una certa nota di soddisfazione a quel punto ti ritrovi a pensare: “Che se la veda lei col bambino vomitante!”, ma poi resta il fatto che sei in piedi e che il viaggio è ancora lungo.
La testa ti gira e non sai se è per le curve che l’autista prende stile rally o Formula Uno, come uno Schumacher dei poveri, oppure per quelle stramaledette ore che ti mancano di sonno. Avresti problemi a restare in piedi se non fossi compressa come una sardina e se un gomito di qualcuno non ti sfondasse il fegato facendoti da punteruolo.
Della vecchia “Psycho” e del bambino vomitante non sai più nulla, poiché ti sei allontanato e la ressa ha fatto “muro” intorno a te. Il vociare ormai è assordante, trilli di vari telefonini si susseguono come altrettanti: “Pronto” urlati. Tu hai rinunciato a sentire musica da un pezzo e ti auguri che l’autista non si fermi più, poiché, consideri, se qualcuno entra dalle porte, altri sfonderanno urlando la finestra… E ti rammenti dell’andare a lavoro di Fantozzi, dell’autobus che tentava di prendere, e lo capisci…
Il viaggio prosegue e, se gioisci per qualcuno che scende ed immagini lo spazio che si formerà, dura poco poiché il doppio dei passeggeri sale nuovamente e tu sei combinata peggio di prima… Pressato… Gli odori si uniscono ad altri: sudore, profumi dolciastri e di vario genere… pesce (e ti chiedi come mai quest’ultimo “odore”, poiché non si è passati davanti ad alcun mercato) e cominci ad essere insofferente. Sei salita alla seconda fermata e devi scendere alla terzultima, ma non ne puoi più. Cerchi di capire dove sei, dove l’autobus è giunto, ma la gente copre a momenti pure i finestrini. Poi ti rendi conto che ci vuole ancora un po’ alla tua fermata, ma non ti interessa. Sgomiti, cercando di arrivare al campanello per prenotare la fermata. Suoni come se fosse una conquista. Sgomiti ancora per arrivare alle porte, cercando di non inciampare in zaini, borse della spesa ( ti aspetti di trovare quasi cani, pecore, cavalli, ecc… ) e altre zaffate di odori vari ti avvolgono e preghi così che l’autobus si fermi presto. Sono attimi lunghissimi…
Poi, si ferma e tu ti getti fuori respirando lo smog come se fosse aria di campagna. Vedi l’autobus proseguire il suo viaggio infernale, ma non ti importa. Sei ancora lontana dalla tua meta, è vero, ma i tuoi piedi sono il migliore mezzo… E sorridendo per essere ancora viva, ti incammini…
Maria Stella Bruno

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2 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. masticone
    Feb 02, 2013 @ 19:02:20

    secondo me sei una persona interessante
    merce rara
    credimi

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