Nuova Era: I Capitolo – Il canto dell’ombra

I CAPITOLO

Il canto dell’ombra

465849927-siberia-sorgere-del-sole-paesaggio-innevato-orizzonteIl terzo sole stava tramontando e le poche ore di buio, quattro in tutto, sarebbero scese con velocità inesorabile. Il vento si era alzato in raffiche sferzanti, come ogni volta al calare della notte, portando con sé neve ghiacciata, ma il veicolo procedeva indomito fra le bianche dune rese ora rossastre dal riverbero della luce.
– Dannazione. Accelera, Adam! – proruppe l’uomo anziano che fissava lo scorrere del paesaggio sempre uguale dal finestrino del passeggero della grossa jeep.
Sembrava nervoso, continuando a tormentare, con mano fremente, la corta barba ispida che cresceva sulle ampie mascelle.
– Che mi venisse un accidenti! – continuò volgendo il suo grosso naso e i suoi occhi grifagni al guidatore – Ma che hai oggi? Ti si è rammollito il piede? Schiaccia quell’acceleratore! –
– Calmati! Faccio quello che posso… Non ci vedo niente con questa neve. Poi seguire la bussola non è uno scherzo mentre si guida. Se tu mi aiutassi, sarebbe diverso. – replicò l’altro.
Il vecchio sbuffò ma convenne con il suo giovane interlocutore, quindi guardò il piccolo schermo a cristalli liquidi posizionato vicino al cruscotto e lesse le cifre riportate, le loro attuali coordinate e quelle del Campo più vicino, loro meta. Secondo lo strumento, definito amichevolmente bussola, avevano deviato di poco dal giusto percorso.
– Va’ verso sinistra … Sì, così, bene. – l’uomo anziano si sistemò meglio sul sedile, bofonchiò e riprese a parlare, mentre la jeep proseguiva la sua corsa in quello che era ormai diventato quasi un turbinare di neve portata dal vento. – Scusami, Adam – Il giovane guidatore, che cominciava ad avere solo ora la prima vera ombra di barba, sorrise leggermente a quelle parole, tenendo sempre però gli occhi su ciò che poteva apparirgli innanzi all’improvviso – Questo sole mi fa effetto, specialmente quando tramonta. – continuò il vecchio – È così piccolo e rosso da sembrare una pallina da ping-pong nel cielo, eppure basta a rendere tutti noi delle creature rossastre senza nessun altro colore… e al tramonto è pure peggio! –
Adam rise.
– Io direi che è una fortuna, Javier, che sembri una pallina da ping-pong dato che in realtà quella è una gigante rossa. Se questo pianeta si fosse trovato più vicino di quello che è, sarebbe già arrostito! – disse e il vecchio lo squadrò truce.
– Da quando sai tutte queste cose, sfrontato di un ragazzino? Hai parlato ancora con Latona? –
Il giovane Adam assentì ridendo e il vecchio Javier sbuffò ancora.
Adam, in verità, sapeva cosa tormentava il povero Javier. Non era quel perenne colore rossastro che impregnava l’aria a innervosirlo quando Ruber, la gigante rossa, era in cielo, poiché egli a ogni ora del lungo giorno, sia con Flavus, la nana gialla e Sol, la stella che era più simile al sole della Terra, aveva sempre qualcosa da ridire. Era il ricordo a tormentarlo. Javier era il più vecchio degli uomini che Adam conoscesse e forse l’unico, che ancora fosse in vita, a ricordare cosa significasse vivere sulla Terra. Certo, era un ricordo vago, di bambino di pochi anni, ma egli sapeva come fosse avere un cielo azzurro sopra la testa e una notte lunga rinfrancata dalla luce pallida della Luna. Adam tutto questo poteva solo immaginarlo grazie ai racconti che, come miti, viaggiavano di bocca in bocca, oppure leggerle sui libri rimasti dalla Vecchia Era. Ma per lui la realtà era che si svegliava con la gialla luce di Flavus, che accompagnava i suoi passi con l’ausilio di Sol fino a quando entrambi non tramontavano per permettere al prepotente Ruber di farsi avanti nel cielo. Latona, colei che poteva definirsi il capo proprio del Campo a cui si stavano dirigendo, aveva spiegato ad Adam che era la nostalgia a tormentare Javier. In verità quello era il male di molti, anche di chi non era nativo della Terra, poiché i racconti di essa erano sempre molto consolanti e variopinti, in quel mondo spesso monocolore e pieno d’incognite a volte mostruose.
– Cos’è là? – domandò preoccupato Javier, interrompendo le fila dei pensieri del giovane.
Gli occhi scuri del ragazzo si volsero per un istante verso il vecchio, poi tornarono alla guida.
– Cosa? – disse in risposta.
– U-Un’ombra. –
– E’ ancora presto! – gridò il giovane, cercando istintivamente di accelerare, per accorgersi subito che ormai era al limite – Ruber non è tramontato. Il buio… I Tamyan…-
– Non allarmarti! – fu costretto a dire il vecchio Javier, benché in cuor suo la paura fosse tanta – Posso essermi sbagliato. Poi, anche se fossero loro, arriveremo al Campo di Latona prima che siano completamente usciti dalle loro fetide tane! – Javier pregò che fosse davvero così.
Adam sembrò respirare meglio dopo quelle parole, ma una nuova ombra scura comparve e velocemente disparve mentre la macchina proseguiva la sua folle corsa fra la neve. Adam urlò, poiché adesso era riuscito anche lui a scorgerla. E l’aveva riconosciuta. Nera, dagli arti lunghi, quasi grotteschi, l’ombra, come quella di uomo su di un muro, sembrava non possedere spessore né espressione, ma amare storie raccontavano che un ghigno di sangue compariva là dove doveva esserci il viso, quando la vittima designata era stata trovata. Ad Adam sembrò che quel sorriso fosse comparso proprio per lui. Fu così che, senza sapere come, il veicolo perse aderenza e sbandò, rovinò da un lato fendendo cumuli di neve, mentre il vento continuava a sferzare tutto intorno a loro.
Javier si ritrovò ancora nell’abitacolo della jeep, in una strana posizione laterale, retto solo dalla cintura di sicurezza. Guardò Adam, anche lui nella medesima posizione, e benché il ragazzo avesse perso i sensi, il vecchio si rese conto che non aveva riportato evidenti ferite. Il display di quella che erano soliti chiamare bussola mostrava a intermittenza una serie di strani numeri e Javier imprecò poiché non avevano alcuna speranza di giungere da nessuna parte senza quell’oggetto. Si fece forza Javier mentre l’occhio di Ruber scendeva sempre più minaccioso verso l’orizzonte. Il vento aveva raggiunto il suo culmine e adesso stava scemando in piccoli vortici isolati. Con estrema fatica Javier riuscì a trascinar fuori dalla macchina il suo giovane amico. Non aveva fiato e si sentiva spaventato. L’ultima cosa che voleva era ritrovarsi in piena notte in un deserto gelido e sconfinato. E poi c’erano i Tamyan. Le poche ore notturne erano il loro regno. Sinistre storie circolavano su quegli esseri. Scosse ancora Adam sperando che si svegliasse, ma il giovane che giaceva ai suoi piedi sembrò non sentire i suoi richiami.
Fu Javier a percepire strani suoni. Prima erano lontani gemiti, un’eco del vento che ancora lieve accarezzava i promontori ora rossastri, poi diventarono lamenti e sembrarono più vicini. Infine furono parole udibili, quel verso agghiacciante scandito con voce greve che aveva valso agli esseri il loro nome, quando per la prima volta gli umani li avevano incontrati.
– Tamyan… Tamyan… – quella parola scandita ossessivamente acuì il terrore dell’uomo che ancor prima di vedere l’essere percepì lo strisciare delle grottesche membra sulla neve.
Scosse ancora Adam, freneticamente, mentre il fiato gli mancava dal petto e ogni battito di cuore minacciava di essere l’ultimo. Javier ricordò le vittime maciullate dopo l’incontro con quegli esseri, rammentò l’orrore dei poveri resti senza più forma umana e seppe che quello sarebbe stato il loro destino. Infine il verso fu più vicino e un’ombra si proiettò scura su di loro. Javier si volse di scatto a guardare cosa l’avesse prodotta e il vecchio invidiò l’incoscienza di Adam. L’essere era giunto. Lo scuro Tamyan girò il suo nero volto senza espressione all’uomo, e quel verso, quella parola, fu di nuovo udita da Javier ma era quasi un lamento, una preghiera, un’esortazione. Per un attimo, uno soltanto, sembrò che fosse il dolore a generare quel cupo richiamo. E a quello se ne aggiunsero altri, fin quando, fino a dove occhio potesse vedere, nella neve arrossata da Ruber, non apparvero mille creature simili a quella che aveva di fronte.
Era incredibile, si disse Javier, che i Tamyan fossero usciti con Ruber, benché al tramonto, poiché era risaputo che quegli esseri odiassero la luce. Ma qualcosa di strano vi era nell’aria. Le creature proseguirono il loro coro che quasi diventò canto, ignorando i due esseri umani. Javier vide alzare le nere, lunghe, artigliate braccia quasi all’unisono verso il sole di Ruber morente e nuovamente, nell’udire quelle voci quasi acute e risonanti come il suono del diapason, egli percepì come un sentire comune da tutte quelle creature. Guardò verso la piccola rossa sfera in cielo e vicino a essa scorse un minuscolo puntino di luce giallastra fissa. Un pianeta probabilmente, e Javier se ne stupì poiché non si era mai accorto della sua presenza. Il canto dei Tamyan arrivò al suo culmine e istintivamente Javier seppe che era un canto di nostalgia e di dolore verso la propria casa perduta. E fu per un attimo come loro, fu un Tamyan, a rimpiangere il pianeta natio, quello delle loro origini. Sentì dolore, frustrazione, accettazione della sofferenza che la luce di Ruber provocava in loro poiché il desiderio di rivedere il pianeta natio anche solo per un istante, era troppo forte.
Quando il piccolo pianeta giallastro, seguendo la sua orbita, sparì ancora nella luce rossa di Ruber, il dolore degli esseri fu straziante. Poi anche l’occhio rosso scomparve oltre l’orizzonte, permettendo alla notte di giungere inesorabile e ogni sentire disparve. Un gelido alito di morte prese tutti i presenti. Tornò chiaro il valore di preda e di cacciatore. E Javier nello scorgere il movimento dei neri volti verso di lui seppe che l’incanto era finito e con esso la sua vita. Ben presto scese definitivamente il buio sulla landa ghiacciata.

Tratto da NUOVA ERA di M.S. Bruno

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