Era la mia tradizione di Natale…

Era la mia tradizione di Natale… almeno fino a qualche anno fa! Visitare il Presepio Poliscenico Permanete dei Padri Ro01_CARTELLAgazionisti di “Cristo Re” era una cosa che facevo fin da bambina. Le singole scene (o diorami) erano curatissime e alcuni personaggi persino si muovevano. C’era un senso di profondità e proporzione che ne facevano una vera opera d’arte… Perchè parlo al passato? Perché pur essendo un pezzo “storico” (risalente agli anni 50), per problemi di fondi(dovevano mettere in sicurezza l’impianto luci), non solo è stato chiuso, ma persino smantellato. Non ne conoscevo le ragioni fino a questo Natale, ma un appassionato di Presepi mi ha spiegato l’accaduto e… mi fa ancora più male pensare che, piuttosto che fare collette, rivolgersi ai messinesi fieri di quel piccolo, grande capolavoro, o magari chiedere l’aiuto delle autorità, si sia deciso per un atto così definitivo… Non è giusto!

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I disegni di nonna Stella

Mia nonna è una bella signora che porta con tranquillità “monella” i suoi 90 anni. Ormai disegna raramente, ma solo qualche tempo fa era davvero attiva con matita e foglio… Di seguito, troverete le sue opere …

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7 agosto 2008

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22 agosto 2008 

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2 settembre 2008

La passione di mia nonna per il disegno è nata in un momento particolare, quando era già una “nonna” . Prima di allora si limitava, mal volentieri, a scarabocchiare piccole casette nel verde… Poi, tutto è cambiato. Sapete, il pittore in casa mia è sempre stato mio nonno. Ho ancora appesi al muro i quadri ad olio che faceva, ma dopo essersi ammalato non ha più dipinto… I colori, le tele, i pennelli, tutto fu riposto… Cinquant’anni sono stati sposati i miei nonni, cinquant’anni d’amore tenero e appassionato, e quando il mio adorato nonno chiuse gli occhi per sempre, nonna Stella si ritrovò sola improvvisamente. Fu allora che prese a disegnare. Lo fece per occupare il tempo, sicuramente per non pensare, ma anche per sentirselo più vicino e pian piano, come un dono, la sua abilità crebbe… Lei che non ne era capace prima!

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18 settembre 2008

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23 settembre 2008

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19 ottobre 2008

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13 novembre 2008

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2 dicembre 2008

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27 dicembre 2008

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27 dicembre 2008

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31 gennaio 2009

Stradine dal fascino antico che si perdono fra case dai tenui colori e dal sapore di altri tempi… I disegni di nonna Stella trasportano quasi in un altro mondo, un luogo migliore, pulito e sereno… Un mondo in cui si può ancora credere, avere fiducia, sognare liberamente… E poi, se si gioca con la fantasia, ecco animarsi quelle vie in un passeggio tranquillo di uomini, donne e bimbi dal sorriso sempre pronto come un saluto o un augurio… Il mondo di nonna Stella è proprio così! I suoi grandi occhi castani riescono a vederlo in questo modo! Un mondo un po’ bambino, tenero sicuramente, ingenuo anche, forse un po’ utopistico, ma tale da coinvolgermi e svegliare in me il desiderio struggente di trovare nel mondo reale quella gente sorridente, quelle strade antiche e quelle case dai tenui colori che hanno il sapore di tempi che furono… vedere, insomma, la vita con gli occhi grandi di nonna Stella!

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16 marzo 2009

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16 marzo 2009

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16 marzo 2009

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20 aprile 2009

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20 aprile 2009

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20 aprile 2009

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9 giugno 2009

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5 luglio 2009

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30 luglio 2009

Vorrei tanto passeggiare per questo vicolo, magari di prima mattina, ascoltando i suoni di una umanità che si sveglia pian piano, percepire l’odore del caffé provenire dalle finestre schiuse… Insomma, è facile giocare con la fantasia quando lo spunto è un bel disegno come questo!

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17 agosto 2009

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19 ottobre 2009

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19 ottobre 2009

 

La mia storia

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Ciò che so è che per metà della mia vita o quasi ho desiderato avere un sogno, uno di quelli coinvolgenti, che ti “rapiscono” la vita, l’assorbono, l’esaltano ed insieme la “trafiggono”, come una spada… Era di un sogno che sentivo la mancanza, di quel tipo di cui trattano spesso i film o i libri, quelli in cui uomini o donne ambiscono a qualcosa di più grande di loro, qualcosa che sembra impossibile ai più, ma con coraggio e determinazione riescono ad ottenere, perché sapevano che era giusto, che non avrebbero potuto fare altro nella vita, ed io, ragazzina, senza apparenti doti speciali, ammiravo tutto questo. Mi sentivo lasciata indietro, mentre tutti si proponevano mete a breve o a lunga scadenza. Ed io? Beh, nessuna strada mi attirava. Ero brava a scuola, ma niente di speciale… Poi, d’un tratto, quasi per gioco, nacque in me la necessità di mettere per iscritto le mie sensazioni. Strano, poiché non ero mai stata attirata dalla poesia! E da quei versi, ispirati proprio dai miei quesiti e riflessioni sull’esistenza, riscoprii la necessità di narrare storie… Così la mia storia prese pian piano vita! Una mappa, un mondo fantastico, con usi, tradizioni, guerre tutte proprie, di genti che amavano e odiavano e, dall’immaginazione, il passo successivo fu breve…

Diventai scrittrice o..  aspirante tale… e condividere con altri i romanzi che nascevano dalla mia penna divenne il mio sogno. Nel creare trovavo nuova sostanza, nuova luce. Felice è la parola, di quella felicità che ti fa sentire viva e che insieme può anche riempirti di struggente malinconia. Un’arma a doppio taglio che “prende in ostaggio” l’esistenza…

La storia di Safav, Ajhall, Inoha è in fondo anche la mia storia, poiché vi sono io nelle pagine de “I Custodi dei Frammenti” o in quelle de “La Spada e il Drago”, c’è il mio sogno, le mie speranze, i miei incubi… E in ogni personaggio, persino nei “cattivi”, nella perfida e astuta Ofena, nell’ambizioso e intelligente Phalaha, vi è una briciola della mia anima…

La passione del mio sogno arde ancora in me, forse arderà per sempre, se il reale non mi schiaccerà prima, continuerà a farlo, benché molti non capiscano. Io sorrido, poiché non demordo… Credo che potrei anche farcela un giorno. E quando sarò vecchia il rimpianto non verrà a cercarmi perché io ho sempre e comunque tentato!

M.S.Bruno

La storia dell’antica Tindari (Me)

Tyndaris (l’odierna Tindari) fu fondata da Dionigi il Vecchio, tiranno di Siracusa, nel 396 a.C. , su un promontorio roccioso, alto più di 200 metri sul mare.
gymnasium o basilica
Il panorama è tra i più belli al mondo: i Greci avevano, come si sa, un gusto straordinario che riversavano non solo nell’arte, ma anche nella scelta dei siti ove costruire le loro città. E Greci erano i Siracusani, nella stirpe, nel gusto, nell’anima. Così potenti da occupare quasi tutta la Sicilia, contrastati solo dai Fenici che 
ruderi villa romana

fondarono Palermo.
Avamposto militare, ma bella come ogni altra cosa costruita da loro,
sorse Tyndaris, nome derivante probabilmente dai Tindaridi, Castore e Polluce, uno dei quali la leggenda diceva figlio di Zeus.  
Le isole Eolie, le sette sorelle dal dolcissimo nome greco Aioliai, sorgono incantevoli di fronte all’antica città dei Dioscuri che, conquistata dai Romani, si arricchì e si allargò: fu costruita la grande Basilica, di cui oggi ammiriamo i ruderi, furono fatte le terme e modificato il Teatro perché vi lottassero i gladiatori.

Particolare del Teatro
Restano ai visitatori di oggi i ruderi di due sontuose Domus dotate di peristilio, quelli della Basilica e dell’antico muro di cinta, oltre naturalmente il Teatro dove tuttora in estate vengono recitate famose tragedie dell’antichità.
Si continua a scavare, tuttavia consapevoli che una frana di grande proporzioni ed un terremoto, verificatosi nel 365 d.C. , cancellarono per sempre ai posteri gran parte della città, devastata in seguito, nell’836 d.C. dagli Arabi.
Veduta Tindari
Sull’antica acropoli, dove sorgeva il Tempio di Nettuno, fu costruita una chiesetta cristiana. Ai nostri tempi, nello stesso luogo, vi è un bellissimo santuario, custode della “Madonna Nera”, meta di pellegrinaggi, poiché la 
Parte del teatro di Tindari
statua inlegno che la raffigura, ritrovata anticamente sulle sinuose sabbie tra i laghetti, sottostanti il costone roccioso di Tindari, è venerata dai credenti per la sua misteriosa provenienza e per i miracoli ad essa riconosciuti.
 Intanto, dalla cavea dell’antico teatro  il mare e le isole continuano ad affascinare…

 

Incredibile!

Incredibile! Ma possibile tanta incompetenza? Tanti favoritismi pure se sei un malato al pronto soccorso ed aspetti solo che ti diano un’occhiata? …Ecco la storia: mattina qualunque, mia zia esce e fa l'”errore” di cadere. Persone gentili la soccorrono e chiamano per lei il 118 quando si accorgono che non può muovere il braccio… Bene: ecco la prima attesa… l’ambulanza… Tre quarti d’ora, un’ora? Vabbé, pensi, c’è il traffico, chiamate più urgenti, forse… Infine, quando ormai disperi, arrivano e la portano all’ospedale. Il dolore c’è ed è forte, ma dopo averla “classificata”, la fanno aspettare in una saletta fredda e in perenne corrente (cosa a cui nessun malato dovrebbe essere sottoposto, perché potrebbe avere la febbre, ecc.). Alle infermiere rare che passano non gliene frega niente della persona che aspetta e alle domande che fai non ti rispondono. Non dicono neanche che “codice” sei, roba da semafori, ma “guardano e passano”… Ore… Da mezzogiorno ad ora (17.45) è ancora al pronto soccorso senza che un medico si sia degnato di dare un’occhiata alla spalla sempre più gonfia. Il dolore è aumentato, anche il senso di disperazione, di rabbia, di impotenza… Perchè infine si scopre che sei un “codice verde”, ma sei sempre l’ultimo dei codici verdi… Ma se è normale, giusto, che venga visitato prima un codice rosso o giallo, trovo INSPIEGABILE che persone giunte dopo di te, classificate col medesimo colore, ti scavalchino improvvisamente. Ed ecco la fine della storia, una storia che non ha fine, poichè lei è ancora lì, una storia forse non nuova, ma che mi fa indignare, che mi fa venire voglia di urlare… Cosa deve fare mia zia? Tornare a casa col braccio sempre più gonfio ed il dolore a 1000 oppure pernottare in quella saletta fredda e in corrente sperando che qualche medico abbia infine pietà? …Ah, dimenticavo… mia zia soffre di epilessia. Lo si è detto e dimostrato con tanto di certificazione. Risposta con tono indifferente: “Deve aspettare il turno. Se le viene un attacco, la curiamo.”…. Siiiiii, come ci credo! … A voi l’ardua sentenza…

Aggiornamento situazione: verso le 18.30 mia zia è stata finalmente visitata. Altro che codice verde! Ha una frattura che forse richiede il ricovero ed una eventuale operazione!!!

Una rosa rossa dal lungo stelo

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Densa di commozione e malinconia, è la voce di mia nonna quando mi racconta la sua storia, la storia di un amore profondo e vero, che è durato più di cinquant’anni e non si è spento neanche nell’ultimo respiro di lui. Una storia che sa di antico, del pudore di altri tempi, quasi fosse una vicenda rubata da un film ingiallito o da un diario ritrovato chissà dove. Ero… nell’età in cui si aspetta, trepidante, di provare la magia dei primi battiti d’amore, la prima volta che me la raccontò e da allora assaporai ogni parola immaginando, sperando, che un giorno qualcosa di simile toccasse anche a me.
Era il 1946, la guerra era appena finita e si cercava alla meno peggio di ricostruire le cose. Il Paese, da Nord a Sud, riprendeva faticosamente a vivere, bramando di ritrovare una normalità in un mare di macerie. Stella era una giovane di ventidue anni, portava i capelli sciolti in boccoli lunghi neri sulle spalle, ed aveva lo sguardo trasognato di chi è stato cresciuto in una serra per fiori delicati. La paura della guerra, le bombe, la morte, l’avevano solo sfiorata, letteralmente. Suo padre, un galantuomo avventuroso, in questo era stato molto bravo. Figlia unica, le era stato insegnato tutto ciò che poteva essere utile ad una futura sposa. Dopo il diploma magistrale, impegnava le sue giornate nelle lezioni di piano.
Quel giorno era uno come tanti, lo scirocco ruggiva fra i palazzi della bella Messina, adagiata mollemente sulle rive dello stretto. Stella camminava veloce per raggiungere la casa dell’insegnante di piano che viveva sulla stessa strada di casa sua. Ma era destino che quella volta non ci sarebbe stata lezione.
– Il figlio della nostra vicina è a Palermo col tifo. Sta molto male! – le disse l’anziana insegnante. – Povero giovane, dopo la guerra anche questo! Dovremmo pregare. –
Sì, era giusto, pensò Stella. Pregarono per tutto il tempo della lezione, per quel giovane che ella non conosceva, con ardore, con compassione, sperando che superasse la malattia. E forse furono quelle preghiere a contribuire alla guarigione.
Passò del tempo e per Stella la vita procedeva come sempre. Molti uomini avevano iniziato a notarla ed alcuni avevano già chiesto a suo padre la possibilità di corteggiarla, ma egli non aveva dato il suo assenso a nessuno, neanche al figlio di un amico. Era un crepuscolo d’oro e sangue quello in cui i miei nonni si videro per la prima volta. I loro rispettivi giardini erano separati da una bassa recinzione, quindi fu facile per i loro sguardi incontrarsi. Alto, dalle spalle larghe, dal viso forse un po’ pallido, ma con due occhi profondi, sinceri che la guardavano dolcemente, ecco come le apparve lui. Bellissima come un angelo, dagli occhi luminosi come il suo nome ed il viso perfetto, così gli apparve lei. Giuseppe, però, sapeva chi aveva di fronte, glielo avevano raccontato. Era la giovane che aveva pregato per lui, per la sua guarigione. Era venuto a ringraziarla, ma non si aspettava che fosse così bella.
Cominciarono a parlare semplicemente, e diventarono amici. Così Stella seppe di come lui si stesse laureando in giurisprudenza con le proprie forze. L’università la pagava con borse di studio, ed i libri, beh, quelli che non poteva comprarsi li trascriveva a mano nelle biblioteche, come gli antichi monaci. Ricordo bene la sua scrittura, quanto minuta fosse, nata probabilmente per necessità di trascrivere più nozioni in una sola pagina. Ma Giuseppe aveva dovuto interrompere la sua vita universitaria. La guerra, il richiamo della Patria, lo aveva colto nel mezzo degli studi. Ora che tutto era finito e che del tifo non c’era più traccia, se non nel bastone che portava, aveva ripreso a studiare.
– Ma tu porti il bastone… – osservò una volta Stella – …non me ne ero resa conto, finora. –
Come poteva? Forse per pudore, Giuseppe aveva cercato di non ostentarlo. Lui le sorrise e lanciò il bastone lontano, nelle erbe alte.
– Adesso non ne ho bisogno. – disse con semplicità.
Stella ne rimase colpita. Aveva paura che potesse cadere e non voleva che fosse per colpa sua. Ma mio nonno non cadde mai… Per lei si mantenne in piedi quella volta e non solo. La loro amicizia proseguiva e mutava pian piano in qualcosa di cui forse lei non aveva piena coscienza, ma per lui… Gli occhi di Stella riempivano il suo cuore.
La rosa rossa dal lungo stelo era poggiata quasi dimenticata sul muretto di divisione delle due famiglie, lì da dove i due giovani erano soliti parlarsi. Stella ne fu sorpresa ma la prese assaporandone il profumo fin dentro l’anima. Immaginava chi l’avesse lasciata per lei. Ne fu contenta, più di quanto pensasse e lo fu ancor di più nello scorgere il messaggio. Sullo stelo c’era avvolta una sottile striscia di carta. La sciolse e lesse: “Ti amo”. Due parole, troppo comuni oggi, ma che, forse come ogni cosa, avevano un sapore diverso a quei tempi. Erano ammantate di pudore, purezza, segretezza… Le lacrime sono sempre presenti negli occhi di mia nonna quando parla di quel momento. Da allora le rose rosse diventarono simbolo dell’amore dei miei nonni.
– Ah, ho visto sua figlia. Faceva l’ammuri con il figlio della vicina! –
Le male lingue non tardarono a farsi udire. “Fare l’ammuri” a quei tempi era un concetto molto più ampio di quello odierno. Parlare da sola con un ragazzo era sconveniente, specie per chi ha negli occhi il peccato. Il risultato di ciò che disse l’impicciona, fu che la madre di Stella la chiuse in casa. E da una finestra ella dovette comunicare a Giuseppe la sua condanna:
– Non posso più vederti. – gli disse e scomparve piangendo.
Quella sera stessa a casa di Stella giunsero visite. Giuseppe l’amava veramente. Si presentò con i suoi e chiese ufficialmente al padre di lei la possibilità di corteggiarla. Il mio bisnonno era un uomo intelligente e aveva capito i sentimenti della figlia, difatti, malgrado fosse solito rifiutare i pretendenti, accettò Giuseppe e… non ebbe di che pentirsene. Fu un altro figlio, ancora più affezionato alla famiglia di Stella, poiché la sua lo aveva lasciato a se stesso, specie negli studi. Il desiderio di laurearsi di Giuseppe non era ben visto da alcuni suoi familiari, mentre il padre di Stella trovava fosse lodevole.
Il periodo del fidanzamento passò serenamente, secondo usi a noi un po’ inconsueti. I fidanzati non potevano uscire soli e dovevano portarsi dietro una delle cugine più piccole di lei. Ebbero anche la sfortuna, durante il loro viaggio di nozze a Taormina, di incontrare dei lontani parenti che, con scarsa delicatezza, si aggregarono a ogni spostamento dei neo sposi. Ma loro sopportarono anche questo con un sorriso. Mia nonna ricorda che la prima volta che si mise il rossetto fu durante quel viaggio e fu mio nonno a passarglielo sulle labbra…
I veri, grandi dolori per i miei nonni sopraggiunsero dopo la nascita del primo figlio. Un bimbo voluto, amato, il coronamento di due sposi che vogliono una famiglia, ma averlo fu una gioia di poco. Due anni per l’esattezza. Era un bambino dolce, sensibile, precoce, forse perché sapeva cosa fosse soffrire in quanto cagionevole di salute. Morì di meningite, malgrado le cure e le preghiere. Stella soffrì sopra ogni dire. Il corredino fatto per quel bimbo adorato, cucito, ricamato tutto di suo pugno, fu donato in beneficenza e, per molto, parve a Giuseppe che Stella non si sarebbe più ripresa. Ma il suo amore costante, il suo esserci sempre, la aiutò. Ebbero altre due bimbe che crebbero e generarono a loro volta dei figli. Io sono la prima nipote, la più grande, quella che ha più ricordi del nonno. Egli ci ha lasciati dopo aver fatto l’ultimo grande dono alla sua Stella. Malato, con le mani tremanti, nel 1998, rinnovò nuovamente i voti nuziali.
La loro storia d’amore fu molto più grande di quanto io possa narrare in queste poche righe, però questo è un semplice, dolce racconto vero, che narra di come una rosa rossa dal lungo stelo posta su di una tomba possa ancora oggi rammentare un amore profondo e infinito…

Maria Stella Bruno

La corsa diabolica

392098_10151049396803240_27932583_nGiornata pessima, una di quelle in cui ti svegli dopo poche ore di sonno (dopo troppe ore alla scrivania o semplicemente perché i tuoi occhi si sono aperti, scattando come ad una sveglia, senza nessun motivo preciso) e ti senti la testa che comincia a fare male e l’unico desiderio che avresti è restare immersa sotto le coperte e far dimenticare che esisti, ma hai impegni per quel giorno e non li puoi rimandare.
Così ti alzi, con l’aspetto del quadro di Picasso “Donna che piange”. Cerchi di ricomporre la tua faccia al meglio delle possibilità, quando ti rendi conto che l’orologio ha preso a correre e tu, seguendo il suo esempio, ti “getti” giù dalle scale, fai quasi correndo la strada per raggiungere la fermata dell’autobus. Ed ecco che comincia la vera Odissea di qualsiasi pendolare di provincia… Mentre ci si macera nel quesito: “Ma oggi passerà?”, si aspetta in piedi, impazienti, e le macchine ti sfrecciano davanti con la gente dentro che ti fissa come se non capisse o sembrasse loro curioso la visione di un essere umano che attende l’arrivo dell’autobus. Qualcuno ti guarda e ride e tu non sai se lo fa perché, provenendo dal capolinea, non ha visto neanche l’ombra di un autobus e pensa, con una nota di sadismo: “Aspetta, aspetta, ci fai le radici là!”, oppure perché ha notato quella faccia scomposta che ti ritrovi e che invano ti sei sforzata di nascondere.
Comunque, a quel punto, i nervi che avevi prima di uscire sono ormai duplicati. Poi, dopo un’attesa che sembra interminabile (cosa da volere una flebo di camomilla!), finalmente lo intravedi ed è come un miraggio… L’autobus… Viene verso di te, spedito e per un attimo temi che, malgrado i tuoi segnali, voglia proseguire dritto, senza fermarsi. Allora ti immagini nelle vesti di Gandalf davanti al Balrog che urla: “Tu non puoi passare!” e per l’occasione aggiungi: “senza di me!”, ma poi, all’ultimo secondo, l’autista s’accorge che esisti, mette la freccia ed accosta… Tu pensi: “Ok, è già un passo in avanti. Sono salita, ormai. Mi aspetta la mia meta”, ma, come dice il saggio, è il viaggio ad avere importanza, e tu sai che ti aspetta una “guerra” su quel mezzo…
Dici un timido “Buon Giorno” e scruti (come vieni scrutata) i tuoi compagni di corsa. Non molti, pensi, ma abbiamo da poco lasciato il capolinea e ci sono ancora posti (anche se, ancora una volta, hanno messo per quella corsa un autobus con pochi sedili, del tipo: “11 posti a sedere, 50 all’in piedi” ). Così, sprofondi nel sedile e con gli auricolari ascolti musica a tutto volume dal tuo Mp3, d’altronde ti aspetta un’ora di viaggio…
Cinque minuti, non più e, senza neanche rendertene conto, l’autobus è ormai pieno e ne hai consapevolezza poiché ti senti osservato da tanti occhi malevoli. Ti accorgi che una decina di vecchie signore hanno preso di mira il posto da te occupato e ti guardano come se fossi una usurpatrice, scoccandoti occhiate infuocate. A quel punto entri nel dubbio. Ti chiedi: “E che è? Ci sono solo io seduta su questo autobus?”… Mentre ti arrovelli pensando: “Mi alzo o no?” (considerando che hai poche ore di sonno e rischi di cadere supina per terra), l’autobus si ferma a prendere nuovi passeggeri ed una nuova schiera di vecchi sale… Quasi ti sembra di udire il “Bip… Bip… Bip…” del loro radar, poiché, dopo qualche attimo, nel guardarsi intorno pare che individuino proprio te e, dopo averti localizzato con un “Bip, Bip, Bip” sonoro, si uniscono agli altri vecchi nello scoccare occhiate malevole. E ti chiedi: “Sono sveglia, non soffro di manie di persecuzione, ma allora perché non rompono allo studente due sedili più in là e lasciano in pace me e le mie occhiaie?”.
Non hai risposta al quesito, forse solo una: sei una calamita per le vecchiette… Ti senti poco bene e, per la prima volta in vita tua, decidi di ignorare quegli sguardi e ti tieni il tuo posto.
Altra fermata. Stavolta sale una madre con un bambino. “Su, tesoro, sta qua!” dice la madre al bimbo e lo piazza a tenersi proprio davanti a te. Tu lo guardi e vedi che perde bava e senti la madre dirgli: “Ora ti passa, tesoro. Non vomitare!”.
E’ la goccia che fa traboccare il famigerato vaso. Ok, ti dici, hanno vinto. Il bambino vomitante proprio No. Adocchi una delle vecchie, quella stile “Psycho”, le cui occhiate erano più cariche d’odio e le dici: “ Signora, vuole sedersi?”. Quella neanche di risponde con un grazie (forse non ti da persino il tempo materiale per alzarti) e si piomba al tuo posto con sguardo furente e bramoso. Con una certa nota di soddisfazione a quel punto ti ritrovi a pensare: “Che se la veda lei col bambino vomitante!”, ma poi resta il fatto che sei in piedi e che il viaggio è ancora lungo.
La testa ti gira e non sai se è per le curve che l’autista prende stile rally o Formula Uno, come uno Schumacher dei poveri, oppure per quelle stramaledette ore che ti mancano di sonno. Avresti problemi a restare in piedi se non fossi compressa come una sardina e se un gomito di qualcuno non ti sfondasse il fegato facendoti da punteruolo.
Della vecchia “Psycho” e del bambino vomitante non sai più nulla, poiché ti sei allontanato e la ressa ha fatto “muro” intorno a te. Il vociare ormai è assordante, trilli di vari telefonini si susseguono come altrettanti: “Pronto” urlati. Tu hai rinunciato a sentire musica da un pezzo e ti auguri che l’autista non si fermi più, poiché, consideri, se qualcuno entra dalle porte, altri sfonderanno urlando la finestra… E ti rammenti dell’andare a lavoro di Fantozzi, dell’autobus che tentava di prendere, e lo capisci…
Il viaggio prosegue e, se gioisci per qualcuno che scende ed immagini lo spazio che si formerà, dura poco poiché il doppio dei passeggeri sale nuovamente e tu sei combinata peggio di prima… Pressato… Gli odori si uniscono ad altri: sudore, profumi dolciastri e di vario genere… pesce (e ti chiedi come mai quest’ultimo “odore”, poiché non si è passati davanti ad alcun mercato) e cominci ad essere insofferente. Sei salita alla seconda fermata e devi scendere alla terzultima, ma non ne puoi più. Cerchi di capire dove sei, dove l’autobus è giunto, ma la gente copre a momenti pure i finestrini. Poi ti rendi conto che ci vuole ancora un po’ alla tua fermata, ma non ti interessa. Sgomiti, cercando di arrivare al campanello per prenotare la fermata. Suoni come se fosse una conquista. Sgomiti ancora per arrivare alle porte, cercando di non inciampare in zaini, borse della spesa ( ti aspetti di trovare quasi cani, pecore, cavalli, ecc… ) e altre zaffate di odori vari ti avvolgono e preghi così che l’autobus si fermi presto. Sono attimi lunghissimi…
Poi, si ferma e tu ti getti fuori respirando lo smog come se fosse aria di campagna. Vedi l’autobus proseguire il suo viaggio infernale, ma non ti importa. Sei ancora lontana dalla tua meta, è vero, ma i tuoi piedi sono il migliore mezzo… E sorridendo per essere ancora viva, ti incammini…
Maria Stella Bruno