Ardeva. Era come un fuoco che gli consumava la pelle dal di dentro…

Ardeva. Era come un fuoco che gli consumava la pelle dal di dentro, gli levava le forze, il respiro, lo spegneva pian piano. Un nucleo freddo, invece, imperniava il suo stomaco, mentre dolori a fitte gli paralizzavano gli arti. Il mondo intorno a lui, poi, era quasi senza consistenza. Capiva vagamente che era giorno, che Bria gli era accanto a provare i medesimi patimenti. Stava morendo, come lui… Di tanto in tanto ne sentiva i nitriti straziati, ed erano sempre più flebili. Bria era una cavalla anziana, forse la sua agonia sarebbe durata meno di quella di lui.

Ma Vidas non voleva arrendersi. Sentiva su di sé l’amara ironia di morire senza capirne il perché. Che senso aveva avvelenare un bastardo, un figlio illegittimo che non poteva ambire a nulla, quale lui era? Avvelenato, ripeteva la sua mente, perché aveva paura che quel pensiero gli sfuggisse come tutto il resto. Era una fra le morti peggiori. Ma come era stato avvelenato? Quando? …Non riusciva più a pensare. Capiva che le risposte erano lì, in un angolo della sua mente, ma cominciava a perdere coerenza. No, non voleva morire… Ma il fuoco ardeva dentro di lui… Aveva bisogno di acqua. Un angolo della sua mente parve reagire a quel desiderio, come se in esso ci fosse stato ogni risposta alle sue precedenti domande, però il pensiero arse anch’esso nel fuoco. Vidas si aggrappò con le dita alla terra fertile, afferrando essa come se fosse la sua stessa vita. Un rigagnolo di acqua fangosa scorreva lì vicino. Si trascinò, così, verso di esso, facendo appello a ogni fibra di forza che ancora possedeva. Ficcò il viso nell’acqua limacciosa in cerca di sollievo, bevve anche, ma non avvertì neanche il sapore amaro del liquido. Allora si girò, viso al sole, incapace di far altro se non aspettare che giungesse la fine. La rabbia, lo sconforto si perdevano nelle fiamme che lo divoravano dall’interno, quelle fiamme immense che spegnevano la sua anima… Moriva…

Le ombre scendevano su di lui… Faceva sera o erano uccelli rapaci già pronti a divorare la sua carcassa? Raggi di sole ferivano ancora il suo unico occhio. No, erano avvoltoi. Gli parve di sentire i loro versi… Inarticolati, incomprensibili, ecco com’erano… Furono su di lui in un istante. Ombre che danzavano, ombre che lo toccavano… Ebbe qualcosa di fresco sulle labbra e poi avvertì che gli scendeva in gola. Sentì il gelo nel suo stomaco espandersi e poi contrarsi, agitarsi come se fosse in preda alla tempesta, ed ebbe bisogno di vomitare. Rimase prono a lottare col suo stomaco per un tempo che parve interminabile, mentre le ombre si muovevano intorno a lui con parole che pian piano ebbero significato. Gli sembrò di rovesciare tutto ciò che aveva dentro, persino gli organi interni, prima di accasciarsi di nuovo stremato al suolo. Dovette dormire, perché si ritrovò, senza sapere come, avvolto in coperte pulite. Il fuoco si dibatteva ancora nelle sue vene come flebile fiamma e la testa pareva scoppiargli, ma i suoi pensieri erano coerenti, la mente lucida. Sapeva che era stato aiutato…

Brano tatto da “Le Terre degli Inganni” di M.S.Bruno

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#Brano de IL SIGILLO DEL DRAGO INFINITO, #romanzo #fantasy

Un rumore dietro lei la fece girare ed ella
cominciò a correre. Era sicura che qualcuno la stesse seguendo. Continuava a voltarsi indietro con il cuore che le scoppiava in petto. E i rumori divennero passi, sempre più assillanti e angosciosi. La fanciulla svoltò un angolo come una furia, ma andò a cozzare con qualcosa che la tenne stretta. Con orrore guardò il viso di colui che l’aveva fermata. Divertito, l’uomo sconosciuto sogghignava maligno. E Kira seppe che la sua fine era giunta. Come dal nulla, spuntarono altri due uomini che ridevano ai tentativi di lei di divincolarsi dalla stretta del loro amico. Ed essi si avvicinarono assaporando il terrore della preda… La giovane tentò di urlare, ma il brigante che la teneva le serrò la bocca. Invano ella cercò ancora di divincolarsi, di mordergli la mano, ma l’uomo era molto più forte di lei. Con l’altra mano questi cominciò a tastarle il seno, mentre gli altri, bramosi, iniziavano a strapparle le vesti. Kira sentendosi impotente, terrorizzata, prese a piangere, mentre quelle sporche mani la toccavano. Con le ultime forze, Kira tentò di sferrare un calcio all’uomo che l’agguantava e, quasi sorprendendosene, per un attimo fu libera. Ma durò poco. Il brigante di prima la riacciuffò, e in un ringhio le diede un pugno, facendola cadere per terra.
– O con le buone o con le cattive, ragazzina! – sibilò mentre si slacciava i pantaloni.
Nell’ombra più oscura una voce femminile disse:
– Con le cattive! – e colei che aveva parlato si slanciò in avanti verso i tre sbigottiti.
La nuova venuta sfoderò un lungo coltello e con velocità lo infilò nelle parti basse dell’uomo, che cadde in un urlo atroce. Poi, mentre gli altri facevano di riflesso qualche passo indietro, ella si girò verso ognuno di loro con sguardo rovente. I due si guardarono e decisero di attaccare insieme, ma la donna sorrise. Scansò abilmente di lato il primo, ed evitò con maestria il coltello del secondo. Kira ancora riversa per terra vedeva la sconosciuta muoversi come in una danza, in un turbinare del suo bianco mantello. Rideva ambiguamente e Kira ebbe l’impressione che giocasse come il gatto col
topo. Infine il lungo coltello tagliò profondamente la gola di uno. L’altro guardò il sangue sgorgare dalla ferita dell’amico, gli occhi da belva predatrice della donna e il primo uomo con l’inguine squarciato che si dimenava lamentandosi, e tentò la fuga. Ma Ofena non poteva permetterglielo. Lanciò con precisione il suo coltello, che afferrò il brigante alle spalle uccidendolo senza neanche un urlo. La furia della donna sembrava essersi placata. Kira la vide riprendersi con calma il coltello e avvicinarsi all’uomo con l’inguine squarciato, che vedendola sopraggiungere, tentò di strisciare via tenendosi la ferita.
– I vermi come te meritano sorte peggiore di quella che hai avuto. – sibilò la donna con rabbia.
Poi, infilò lentamente il coltello nel collo dell’altro. Il sangue uscì fluido come la forza dei ricordi nella mente di Ofena. Non aveva potuto restare semplice osservatrice. Quella scena a cui aveva assistito, troppo le aveva ricordato un episodio della sua fanciullezza… Quando nessuno era
intervenuto ad aiutarla, neanche i suoi parenti. Sola, aveva strisciato nella polvere, profanata e pestata, cercando riparo e conforto, ma nessuno… Solo la luna le era stata amica e sembrava assisterla ed ella non aveva mai smesso di esserle riconoscente per questo. Quell’episodio aveva cambiato la sua vita in maniera radicale e messo le fondamenta a quello che lei era adesso. Aveva imparato a combattere. Non era più preda, era cacciatrice. Con questa consapevolezza, girò il suo sguardo da belva feroce verso la fanciulla che alzandosi tentava di riunire i lembi strappati della sua veste. Quell’incontro fortuito poteva rivelarsi utile.

 

Brano de IL SIGILLO DEL DRAGO INFINITO, romanzo fantasy, di M.S. Bruno

Vita e morte – Un #brano de “Le Terre degli Inganni”, romanzo #fantasy

La trappola dentata, arrugginita e smussata dagli elementi, era entrata nella sua carne profondamente. La mano che l’aveva brandita era stata feroce e senza pietà, eppure, oltre le nebbie del dolore, la sensazione di gelo che si alternava a quella delle braci ardenti, gli dicevano che era ancora vivo. Sì, lo era, si rialzò cauto Monar. La testa gli girava e i rossi raggi del sole erano simili a lame di sangue, ma era vivo e… solo. Manstet era sparito. Lo aveva creduto morto o forse prossimo alla fine e sicuramente poco ci mancava che così fosse davvero. Il sangue gli colava giù lungo il corpo, impiastricciando i suoi capelli e i vestiti, mentre le tante ferite dei denti arrugginiti che erano alla base del suo collo, gli pulsavano in maniera irrefrenabile. Seppe che sarebbe morto dissanguato se non avesse trovato aiuto, oppure lo sarebbe stato ad opera di qualche bestia feroce che avesse fiutato il suo sangue con l’arrivo della notte. Provò a camminare, ma non riusciva a stare dritto. Ogni passo non andava dove egli avrebbe voluto. Ma doveva raggiungere il suo cavallo, sempre se Manstet non se l’era portato con sé… Le palpebre gli si chiusero, mentre scivolava in ginocchio quasi senza rendersene conto. Non aveva più forze e in un soffio, con ironia, considerò che Manstet aveva vinto il loro combattimento e che la cosa faceva male al suo orgoglio. Era giusto pensare all’orgoglio, sentirlo ferito, mentre si moriva? Forse no, rise come se ridesse verso la morte stessa, ma era solo un uomo. E non c’era creatura più complicata… Faceva anche filosofia, adesso? Si prese in giro… Moriva, ma non in ginocchio, decise. Con le ultime forze si alzò in piedi e si forzò ancora a camminare. La sua spada, dov’era? Sul sentiero, si rispose. Non c’era altro da fare, doveva raggiungere la strada, sia se voleva tentare di salvarsi, sia se voleva morire con onore… E per una volta vita e morte seguivano la medesima via…

Da “Le Terre degli Inganni” di M.S.Bruno, secondo volume de “Le Terre degli Inganni”

 

Un brano da “LE TERRE DEGLI INGANNI”, romanzo fantasy

“Cytia degli Orsi aveva rivisto tornare Xaver e parte del suo seguito con estremo piacere. Le era rammaricato non poco vederlo partire, non solo per i misteri che portava via con sé, ma anche perché ne era rimasta affascinata. Ne era attratta, non poteva negarlo. Non era soltanto per il suo aspetto, ma ammirava anche il suo coraggio, la sua forza e il suo temperamento. Certo, il fatto che possedesse un bel corpo muscoloso e atletico, un mezzo sorriso, quasi in tralice, ammaliante, e occhi d’ambra che scrutavano con intensità, lo rendeva ancora più appetibile. Ed ora che Monar non c’era, era libera di comportarsi come meglio credeva nei suoi riguardi. Nessun legame di sangue univa lei a Xaver, quindi era caccia aperta. Lo avrebbe conquistato e forse avrebbero potuto guidare il Clan degli Orsi insieme… Anche se per far ciò lui avrebbe dovuto rinunciare al Clan dei Falchi. Dovette dare un freno alla sua immaginazione, ridendone con se stessa. Si stava comportando come una fanciulletta qualsiasi che sognava il suo sposo e l’abito da indossare. No, lei non era così! Era una guerriera, una donna avvezza a comandare sugli uomini e non a ricevere da essi alcun comando. Era la prima donna a essere diventata Erede e sarebbe stata quindi la prima a ricoprire il ruolo di capoclan. Come Signora degli Orsi, avrebbe generato dei figli che avrebbero portato il suo stesso nome e, qualunque uomo avesse scelto di sposare, sarebbe stato solo di secondaria importanza rispetto a lei. Xaver
avrebbe accettato tutto ciò? Certamente no. La sua indole lo portava a non essere secondo a nessuno, proprio come lei, ed era anche per questo che ella lo trovava irresistibile. Sarebbe stata una sfida anche portarselo a letto. Piacevole sfida! Sorrise Cytia, mentre invitava chi aveva bussato ad entrare…”

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Amanda sentiva la pioggia penetrarle fin dentro le ossa…

Amanda sentiva la pioggia penetrarle fin dentro le ossa, ma avere i capelli appiccicati al viso, i vestiti zuppi e gli stivaletti perennemente risucchiati dal fango ad ogni passo, non aveva importanza. Per la prima volta nella sua vita il suo aspetto non le importava, né le chiacchiere, né la scoperta o la ricerca, suoi interessi degli ultimi mesi. Aveva paura. Tanta. Troppa. Persino più di quando erano state rapite o nel difficoltoso viaggio in Ecuador. Era stato tutta un’eccitante avventura, un qualcosa, come nei film, da cui ne sarebbe uscita indenne e con molte storie da raccontare… Ma ora era diverso. La morte correva alle loro spalle, letteralmente, e aveva pensanti stivali e facce truci. Forse ciò che la spaventava di più era la solitudine, l’essere stata separata dalle amiche con cui aveva diviso tutto fino a quel momento. Teneva gli occhi sulle spalle di Juan sperando che egli potesse strapparla a quella morte orribile che immaginava, ma d’improvviso l’uomo fu scaraventato a terra. In un momento orribile, Amanda si ritrovò senza parole e senza capire cosa stesse accadendo, mentre Juan era avvinghiato nella lotta con un grosso uomo… fu l’unica cosa che Amanda riuscì a vedere… e per un po’ sembrò che Juan stesse avendo la peggio. Subiva i colpi, li parava a volte, ma non riusciva a divincolarsi dall’uomo che lo sovrastava. Infine, in un tentativo di rivalsa di Juan, i due finirono oltre un dosso… Seguirono gemiti, versi inarticolati… Poi, qualcuno riemerse dal folto di alcuni cespugli.

Brano tratto da VENTUS MIABILIS

raccolta di racconti

Il suo vestito da sposa era ormai quasi irriconoscibile

Il suo vestito da sposa era ormai quasi irriconoscibile. Strappato, lacero in più punti, con grosse chiazze di sangue non suo, rappresentava bene ciò che stava accadendo al castello, ma ella prestò attenzione solo un momento alla sua immagine riflessa nello specchio… Un fugace istante in cui l’occhio era scivolato su quella se stessa che subito non riconobbe, dal volto pallido, ma dallo sguardo deciso, per poi tornare sull’uomo ferito e semicosciente, sul compito di fasciargli la gamba. Halysia non aveva tempo per pensare, per recriminare, per piangere, per valutare quanto fossero cambiate le cose in… un’ora, qualche ora, una vita intera? Non lo sapeva e non aveva importanza. L’unica cosa che sembrava avere senso riguardava quelle persone che cercavano il suo aiuto. Con chi come lei non aveva subito i danni dello scoppio, si stava prodigando per i meno fortunati. Ma per quanto facessero, sembrava che il flusso dei feriti che venivano portati nelle stanze dell’Erede non dovesse avere fine. Le voci, poi, che giungevano con loro non erano rassicuranti. Si parlava di un attacco, di nemici che avevano assaltato il castello e dei loro soldati impegnati a trattenerli e scacciarli.

Brano tratto da LE TERRE DEGLI INGANNI di M.S. Bruno

Opprimenti nuvole nere tenevano in scacco il cielo…

Opprimenti nuvole nere tenevano in scacco il cielo. Ferme, pesanti, gravavano su tutto con caparbia tenacia, ma era normale, si disse l’uomo, che in quel periodo dell’anno le Terre del Vento vedessero poco la luce del sole, seguendo le bizze e i desideri del vento. Ora questo era assente e tutto era completamente immobile, bloccato e stagnante sotto quella cupola grigio scura. Pareva che gli animali, gli uccelli e persino gli alberi e gli arbusti fossero in attesa… in attesa della tempesta che percepivano prossima, del ruggire degli elementi che prendeva forza, là, fra le nubi… Ed era così che egli si sentiva nel profondo. Scoccò una nuova occhiata dalla finestra del salone cercando di ricacciare dentro di sé la sua rabbia fremente, e per un attimo gli occhi grigi di Manstet sembrarono simili a quel cielo che egli aveva ammirato. Ma doveva mostrarsi calmo. Non poteva permettersi di essere ancora di più oggetto di scherno da parte degli altri del clan. Doveva forzarsi a un atteggiamento che non gli era proprio, mostrando di non curarsi minimamente delle voci che giravano per il castello. Ma poi erano soltanto voci? Si chiese stringendo il pugno fino a farsi diventare bianche le nocche, fino a sentire la pressione delle unghie sul palmo… Ripensò a quell’odioso e borioso sbarbatello per cui rischiava di perdere tutto… Xaver … Lo odiava, più di quanto odiasse il vecchio che portava lo stesso nome.

Brano tratto da L’EREDE PERDUTO di M.S.Bruno
#fantasy #epicFantasy #Amazon #KindleUnlimited #Kindle

Tempeste di luce

La luce gialla di Flavus, che sorgeva, si unì alle verdi onde che continuavano a danzare in cielo. Per Latona non c’era stata requie in quelle quattro ore di buio. L’esplosione, la fuga e morte del dottore, erano state però piccolezze in confronto a ciò che era accaduto fra le genti del Campo, alla paura, al panico che era dilagato a causa di quello strano fenomeno. Così la Responsabile aveva dovuto rassicurare, frenare e placare gli animi, nell’attesa che spuntassero i soli che avrebbero forse fatto sparire quell’innaturale evento. La speranza di un nuovo giorno quindi non era mai stata così vera e viva, ma ciò che si pensava dovesse diminuire con l’apparire di Flavus, ai primi raggi solari invece mostrò subito di voler peggiorare. Un brontolio sommesso riempì l’aria. Parve che volesse arrivare un enorme temporale, solo che non c’erano nubi in cielo. Squarci argentei spezzarono le verdi onde e si susseguirono gli uni agli altri, come una vera e propria tempesta, richiamando fuori dalle case e in strada le persone e i loro sguardi. Esclamazioni di stupore e paura si udivano provenire da ogni dove. Latona, come gli altri, fissava a bocca aperta quella situazione e sotto il suo sguardo le cose cambiarono ancora. Quegli squarci divennero fulmini che iniziarono ad abbattersi al suolo intorno al Campo e poi su di esso. Un alto arbusto dalle foglie rosate, proprio vicino alla donna, venne colpito da una saetta ed esplose in mille schegge di legno. La gente prese allora a scappare impaurita, urlando, cercando riparo al chiuso. Non sapendo che fare, si sarebbero ancora rivolti a Latona, ma come tutti lei non aveva risposte. Terrorizzata, si riparò sotto un porticato. Il panico l’aveva sopraffatta…

Da NUOVA ERA di M.S. Bruno,

romanzo di fantascienza

 

#Brano tratto da VENTUS MIRABILIS, #racconto d’ #avventura #fantasy e #mistero

Amanda sentiva la pioggia penetrarle fin dentro le ossa, ma avere i capelli appiccicati al viso, i vestiti zuppi e gli stivaletti perennemente risucchiati dal fango ad ogni passo, non aveva importanza. Per la prima volta nella sua vita il suo aspetto non le importava, né le chiacchiere, né la scoperta o la ricerca, suoi interessi degli ultimi mesi. Aveva paura. Tanta. Troppa. Persino più di quando erano state rapite o nel difficoltoso viaggio in Ecuador. Era stato tutta un’eccitante avventura, un qualcosa, come nei film, da cui ne sarebbe uscita indenne e con molte storie da raccontare… Ma ora era diverso. La morte correva alle loro spalle, letteralmente, e aveva pensanti stivali e facce truci. Forse ciò che la spaventava di più era la solitudine, l’essere stata separata dalle amiche con cui aveva diviso tutto fino a quel momento. Teneva gli occhi sulle spalle di Juan sperando che egli potesse strapparla a quella morte orribile che immaginava, ma d’improvviso l’uomo fu scaraventato a terra. In un momento orribile, Amanda si ritrovò senza parole e senza capire cosa stesse accadendo, mentre Juan era avvinghiato nella lotta con un grosso uomo… fu l’unica cosa che Amanda riuscì a vedere… e per un po’ sembrò che Juan stesse avendo la peggio. Subiva i colpi, li parava a volte, ma non riusciva a divincolarsi dall’uomo che lo sovrastava. Infine, in un tentativo di rivalsa di Juan, i due finirono oltre un dosso… Seguirono gemiti, versi inarticolati… Poi, qualcuno riemerse dal folto di alcuni cespugli. Era sporco, senza fiato, ma Juan sembrava stare bene.

– Devono esserci proprio alle costole. Questo era in avanscoperta. – ansimò.

Amanda si guardò intorno e poi gettò lo sguardo oltre il dosso. Juan sghignazzò.

– Starà bene. – disse spingendola a procedere – Quando si riprenderà, naturalmente… Non sono facile io ad esser accoppato! –

Per una volta, la chiacchierona Amanda non aveva voglia di parlare. Ripresero il loro avanzare verso il fiume. Ora la voce del corso d’acqua, gonfio di pioggia, giungeva fino a loro. Non dovevano essere lontani. Il cielo cominciava ad avere pietà e l’acquazzone, così come era arrivato, sparì. La foresta rigogliosa e forte, selvaggia e indomita si apriva su di uno slargo che riempì di luce gli occhi della giovane. Ma non poté avanzare. Juan la fermò.

– Non mi piace. – disse soltanto.

Da VENTUS MIABILIS

raccolta di racconti

#Brano tratto da IL SIGILLO DEL DRAGO INFINITO, #romanzo #epicfantasy

Come entità viva, il deserto li circondava e il vento caldo soffiando, sempre più forte, portava arsura e disagio ai mesti viaggiatori che procedevano a cavallo. A detta di Kasuf, la loro guida, presto si sarebbe scatenata una tempesta che avrebbe rallentato il loro cammino. Per lui e la sua gente, il deserto del Ghar era come un vecchio guerriero, splendido e terribile, che non aveva remore a difendere i suoi rari tesori dalle mani bramose degli sconosciuti. Kira, celando il viso dalla rabbia del deserto, ascoltava distrattamente i racconti dell’uomo che, con parole semplici, descriveva l’aspetto da leggenda del mitico Ghar. La sua mente scivolava spesso, arrossandole le gote, alle parole pronunciate fra lei e Inoha. Così si ritrovava a guardarlo, a cercare il suo viso, a sognare a occhi aperti, ma subito la confusione per un futuro incerto offuscava la chiarezza dei suoi sentimenti. Era il secondo giorno di marcia da quando avevano lasciato i dintorni di Nenmer. Man mano che avanzavano, il deserto diventava sempre più ostile e duro, splendido allo sguardo per l’infinito dei suoi confini, fra l’oro delle sabbie e il cielo terso, colline e colline che si perdevano a vista d’occhio, affascinando in un terribile gioco la mente.

Safav si rannicchiò sulla sella cercando di proteggersi dalla sabbia che gli sferzava il viso, benché egli tenesse il cappuccio del mantello alzato. Adesso, più di prima, capiva il perché degli avvolgenti abiti di coloro che vivevano nel deserto e ne invidiava la protezione.

– Non riesco più a vedere niente. – urlò cercando di sovrastare il vento.

– Forse è opportuno fermarci. – incalzò Inoha faticando non poco a sentire la propria voce.

– Non ancora… Presto arriverà la tempesta vera e propria. Conviene trovare un riparo, e qui vicino vi è un pozzo, l’ultimo.  – replicò la guida.

Xema guardò intorno a sé, scrutando fra i turbinii delle sabbie e condivise l’opinione di Kasuf.

– Sbrighiamoci. Ho l’impressione che la situazione peggiorerà presto! – si limitò a dire.

Come a conferma delle sue parole, il vento aumentò la sua voce e sferzando più forte innalzò un grande vortice di sabbia che sembrò circondare il piccolo gruppo. Ben presto, fu necessario scendere dai cavalli e trascinarli per le briglie a fendere un muro di sabbia in movimento, come sembrò quasi a Safav.

Infine, con passo difficoltoso e malfermo, giunsero al pozzo, quando ormai le gole di tutti erano riarse e la sabbia aveva ricoperto ogni lembo dei loro abiti. In una grotta naturale, al riparo dalla tempesta, scendevano da una stalattite di pietra gocce d’acqua che finivano in una piccola pozza giallastra. Ormai, dovevano solo attendere che la tempesta di sabbia si placasse. Quest’inconveniente li stava bloccando nel loro inseguimento, ma come Xema fece notare ad Inoha, anche colei che li precedeva avrebbe avuto gli stessi inconvenienti nell’affrontare una natura implacabile e imprevedibile. 

La tempesta sferzò e imperversò al di là della piccola grotta. Ruggiva e soffiava, come volesse mostrare il suo malcontento a coloro che udivano al riparo la sua voce. Ma come si era infuriata, così la tempesta piano si placò. Li aveva trattenuti per un po’, ma i viaggiatori ripresero ben presto la loro marcia verso la mitica Oasi di Khatra-Lein. Il susseguirsi di dune su dune ormai aveva abituato lo sguardo di ognuno, provocando la spiacevole sensazione di muoversi restando sempre nel medesimo luogo. Senza Kasuf sarebbe stato quasi impossibile raggiungere l’oasi che avvistarono il giorno seguente, quando il sole era nel suo più alto fulgore. Inizialmente le verdi cime di palme tremolanti nell’orizzonte infuocato parvero loro quasi un miraggio, ma avvicinandosi si resero conto della reale meraviglia che si profilava davanti. 

Khatra-Lein era un miracolo della natura. Uno spettacolo per lo sguardo. Era uno smeraldo fra l’oro delle sabbie. Oltrepassarono la prima vegetazione quasi come se entrassero in un tempio di serenità e riposo. Kira aveva sempre sentito parlare di quel posto, ma mai avrebbe immaginato che ciò che si raccontava fosse davvero reale. Lei, così abituata alla steppa o ai rari boschi della zona di Colbia, aveva davanti a sé una natura rigogliosa e colma d’acqua, il tutto in mezzo al deserto.

Da IL SIGILLO DEL DRAGO INFINITO

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