Brano tratto da “L’Erede Perduto”, romanzo #EpicFantasy

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“Le lunghe gambe si muovevano lentamente nelle placide acque cristalline, mentre ella si lasciava cullare dalla tenue melodia delle arpe che giungeva ovattata oltre le bianche tende. Il suo corpo nudo, ancora ben fatto malgrado fosse passato il fulgore della piena giovinezza, si crogiolava nel tepore di quell’acqua, di quella vasca dai marmi verdi che era un lusso della sua alta carica, dato che le altre dovevano lavarsi alla cascata. Suala avrebbe voluto rilassarsi, ma non poteva. Il comando e le responsabilità ad esse connesse, e il potere, solitamente grande fonte di eccitazione per lei, la reclamavano come la donna inginocchiata quasi sul bordo della verde piscina.

– Così è tornata. – si decise a dire, dopo attimi che parvero alla messaggera interminabili.

– Sì, Sacerdotessa Madre. – rispose lei con un cenno del capo e un leggero tremore nella voce.

Controvoglia, Suala si alzò dalle acque ed esse si attardarono sulla sua pelle, quasi a voler ritardare il distacco, come un amante restio a sciogliersi dal suo abbraccio. Ma la sacerdotessa non era donna da volgere indietro lo sguardo. Come in ogni cosa, persino nel gioco dell’amore, ella era solita pretendere e non dare, come sapevano coloro che avevano diviso la notte con lei.

Tranquillamente si fece avanti salendo su per gli scalini della vasca. Benché i suoi capelli corvini cominciassero ad aver qualche bianca ciocca, Suala era ancora avvenente. Mentre la messaggera la osservava, si ritrovò a pensare a ciò che si vociferava sulla sacerdotessa. Si diceva avesse un amante diverso ogni giorno e che molti fossero gli uomini e le donne legati a lei. Inoltre sembrava tenesse al proprio aspetto sopra ogni cosa. Come in uso fra le donne di Eleuka, aveva tatuati lungo tutta la gamba destra dei simboli che rappresentavano le tappe fondamentali della sua vita. Così, dato che Suala era una delle donne più potenti, i suoi tatuaggi riempivano quasi tutta la gamba, dalla coscia alla caviglia. Ad ogni suo passo i lunghi capelli si scostavano e permettevano che una cicatrice frastagliata, simile a ramo, fosse visibile in mezzo alle spalle. Si diceva che ella portasse lunghi i capelli proprio per celarla sempre, ma era per quella cicatrice, o meglio, per l’impresa ad essa collegata che Suala era stata scelta come Sacerdotessa Madre. Suala era stata guerriera abile e ambiziosa e da sola aveva intrapreso molte spedizioni di caccia fra le montagne e le sue valli impervie e nascoste. Ed era stata in una di quelle spedizioni che aveva incontrato un orso gigantesco e lo aveva affrontato uccidendolo. Al villaggio era tornata ferita, ma con la testa e la pelliccia dell’animale. Quella stessa pelliccia che era ora il simbolo del suo potere e con cui una solerte ancella fu pronta a ricoprirla. Era talmente nera e folta da avere, nella poca luce del bagno, riflessi blu intensi.

– Naturalmente… – continuò dopo poco la sacerdotessa, scuotendo dai suoi pensieri la donna che aspettava – …preparate i festeggiamenti. Una figlia di Eleuka è tornata, è cosa che merita la nostra partecipazione. Sarò felice di congratularmi con Naho di persona per l’esito felice del suo viaggio. –

La voce di Suala fu melodiosa come sempre e il sorriso che fece fu dolce e caldo, ma non si estese ai suoi occhi. Per un attimo, appena un battito di ciglia, sembrò alla messaggera che un freddo lampo di collera le attraversasse lo sguardo. La donna non poté non chiedersi cosa avesse provocato tale furia, ma poi si convinse di essersi ingannata e, scuotendo la testa, si congedò per eseguire gli ordini.

Quando ella fu uscita dal suo bagno, Suala poté manifestare quella furia che la messaggera aveva intravisto. Con un gesto secco, gettò in terra una delle tante piccole statue che decoravano l’ambiente, forme stilizzate di animali e piante. Le ancelle si ritrassero spaventate, facendosi più piccole nei loro angoli, e i musici oltre le tende fermarono la loro melodia. Suala sapeva controllarsi, ma la sua collera aveva scatti improvvisi, che erano motivo di timore e quasi terrore per chiunque la conoscesse oltre la sua parvenza formale. Ed ora era davvero infuriata. Non si aspettava certo che Naho tornasse, e quella donna era l’unica che poteva privarla di ciò che era suo. L’unica che le anziane avrebbero potuto scegliere per la successione.”

Brano tratto da L’EREDE PERDUTO di M.S.Bruno (ebook 2,99€)

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lerede-perduto-coverLa guerra tra l’Epsterio e l’Impero Laindar imperversa ormai da decenni, ma la vita di Xaver e Alwaid procede abbastanza tranquillamente. Sono gemelli identici nell’aspetto, ma hanno diversi caratteri e aspirazioni. Xaver è socievole, impetuoso e ambisce a farsi una reputazione nelle fila militari della sua città, Ghoi. Alwaid invece è più pacato, introverso e vuole soltanto poter sposare la ragazza che ama, malgrado egli custodisca un prezioso segreto: possiede infatti il dono di prevedere alcuni eventi futuri. Nessuno dei due fratelli conosce la verità sulle proprie origini, ma l’arrivo di guerrieri dalle Terre del Vento nella loro sicura Ghoi, sconvolgerà per sempre le loro vite, separandoli. Tra agguati, inganni, misteriose visioni e mirabolanti avventure, Alwaid e Xaver saranno proiettati nel mondo per scoprire la verità sul loro passato, intrecciato alle pericolose mire di un uomo “SenzaNome” e alla complessa politica delle Terre del Vento, minata da spie e traditori.

 

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Cosa fareste se…

Cosa fareste se tutto ciò che credevate vero si rivelasse fondato su di una bugia? Come vi comportereste se scopriste che la vostra famiglia è un’altra? Che gli intrighi, la politica e i tradimenti sono una costante nella realtà di chi vi è parente di sangue? …Io non l’ho presa bene, lo ammetto, ma non mi arrendo, non mi ritiro davanti ad una sfida. Sono Xaver e non so cosa sarà del mio destino. Non ho il dono della preveggenza come il mio gemello Alwaid, però so per certo che non permetterò a nessuno di schiacciarmi e, grazie alla mia spada e alla mia determinazione, uscirò vincitore… 
LE TERRE DEGLI INGANNI di M.S.Bruno
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Immagina…

Immagina di vedere attraverso il velo del tempo. Immagina quanto possa essere sconvolgente vivere le emozioni, i dolori e… persino la morte di chi vedi nelle tue visioni. Immagina la voglia di cambiare gli eventi che vedi… Immagina tutto questo. Immagina anche di dover tenere il segreto, per non passare per pazzo, o peggio, per non essere strumentalizzato… Ecco… Lo hai fatto? Hai un’idea di come sia la mia vita. Sono Alwaid, il veggente, l’ultimo ancora in vita, e così inizia la mia storia…
L’EREDE PERDUTO di M.S.Bruno
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D’inprovviso Alwaid sembrò perdere il suo sguardo cieco in un punto indefinito della boscaglia.

D’inprovviso Alwaid sembrò perdere il suo sguardo cieco in un punto indefinito della boscaglia. Pareva in attesa di qualcosa, poi disse grevemente:
– Il futuro sta cambiando. –
– Come? – fece stupito e perplesso Xaver.
– In questo momento Vidas sta tornando dal nonno. Fabrel si sveglia e da lui dipendono le sorti dei traditori. Agiranno presto, questo è certo. – Sospirò e gli occhi cieci si volsero di nuovo al fratello – Ma per ora per noi nulla cambia. L’importante è che io rimanga dai Falchi come tu dagli Orsi… Tutto come ora, in pratica. Dovrai raggiungermi solo quando ti chiamerò io. – 
– Perché? – chiese stupito Xaver.
– Per evitare una grande tragedia che non interesserebbe solo noi, ma tutto l’Epsterio… Resta dagli Orsi e… vigila! –
– Vedi guai? – 
– Sempre, purtroppo… – rise amaro il veggente – …Comunque, i problemi dagli Orsi verranno dall’acqua. –
– Cosa? – 
Xaver non era ancora abituato al nuovo comportamento del fratello. Accettare che egli potesse vedere nel futuro era una cosa, rendersene conto personalmente un’altra. Comunque, Xaver sapeva che vi era una grossa falda acquifera nelle profondità della Tana. 
– Non so di più… A te interpretare ciò che ho detto e impedire il peggio. – replicò Alwaid.
– Come farò? – 
Alwaid sorrise tranquillo.
– Ho fiducia in te. Saprai come fare. –

Brano tratto da LE TERRE DEGLI INGANNI di M.S. Bruno

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Xaver si voltò a guardarlo e per un istante la profondità dei suoi occhi…

Xaver si voltò a guardarlo e per un istante la profondità dei suoi occhi richiamò alla mente di Fescys il ricordo di quelli di Alwaid… Occhi senza tempo… Mai i due gemelli erano stati così simili, persino in alcune espressioni…
– Cosa mi prende? – ripeté quasi fra sé Xaver.
Avrebbe voluto parlare, confidarsi, ma come spiegare tutto ciò che lo tormentava? Come poteva rivelare ciò che aveva capito del fratello? Eppure… oltre lui, solo Fescys in quel castello, conosceva bene Alwaid.
– Penso a mio fratello. – proseguì infine a dire – Penso a lui e a dove potrebbe trovarsi. –
– Non preoccuparti per lui. Alwaid sta benone. – sbuffò Fescys, augurandosi che fosse davvero così.
– Non ti sembra strano il fatto che sapesse dove inviarci quel messaggio… che sapesse quello che volevo fare… le mie intenzioni… Oltre te e Lohat, nessuno le conosceva. –
– Non saprei. Te l’ho già detto. – mentì il capitano, e i suoi occhi cercarono altro da guardare.
– Forse vi siete visti… – azzardò il giovane.
– Ma che dici? Non lo vedo da tre anni, da quando se ne andò da Ghoi… Come te! –
– Eppure non ti preoccupi per lui… Forse perché tu sai qualcosa che io non so… –
– Che dovrei sapere? –
Fescys si rimise a sedere, mostrandosi calmo e tranquillo. Xaver non poteva sapere o immaginare quale capacità possedesse Alwaid, eppure lui lo aveva fatto. Prima ancora che Alwaid si confidasse, Fescys aveva capito, compreso. Che infine anche Xaver se ne fosse reso conto? Si sentì agitato.
– Alwaid è il mio gemello. Ci si aspetterebbe che sapessimo tutto l’uno dell’altro, invece… credo che al mondo non ci sia persona che conosca di meno. –
Xaver sapeva. Fu la certezza per Fescys. In qualche maniera, era venuto a conoscenza del segreto di Alwaid. Si mosse nervoso sulla poltrona, cercando nella sua mente un modo per spiegare il perché il fratello avesse preferito tacere persino con lui. Fescys aveva sempre temuto un simile momento.
– Per Alwaid non era facile parlare di… – cominciò a dire, ma Xaver lo interruppe.
– Anche tu sai. – capì improvvisamente il giovane e il dolore che provò si riversò nella sua voce.
Istintivamente si era allontanato, come se la consapevolezza appresa dal modo di fare di Fescys fosse stato uno schiaffo. Il capitano si alzò.
– Conosci il dono di mio fratello. È stato lui stesso a dirtelo? …Certo, come potevi altrimenti… –
– Non è così… Io sapevo prima che me lo confermasse. Avevo visto succedere avvenimenti che… –
– Che lui aveva già predetto. – concluse per lui Xaver. – Di quante cose mi tenevate all’oscuro… Cos’è? Non vi fidate di me? – continuò a dire.
– Non è questo! Vorrei poter spiegare… –
– Cosa c’è da dire oltre… Ho bisogno di riflettere. – Senza aspettare, Xaver uscì dalla stanza, privo di una meta precisa, sordo ai richiami dell’uomo che, ormai solo, sprofondava seduto in poltrona, come se il peso degli anni si fosse improvvisamente aggravato sulle sue spalle.

Brano tratto da L’EREDE PERDUTO di M.S.Bruno

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– Cosa vuoi da me? – chiese secco il giovane con malcelata rabbia…

– Cosa vuoi da me? – chiese secco il giovane con malcelata rabbia.
– Da te? Beh, quello che vogliono tutti… Io ti conosco e so che questa ti appartiene. – E con gesto fluido, da dietro la poltrona della scrivania, dove era stato seduto fino a qualche momento prima, tirò fuori la spada di Partaf. La tenne in mano e la sfoderò un poco, il tanto sufficiente per permettere di osservare il simbolo di AlbaNotte. La luce accarezzò nuovamente la lama riempiendola del proprio bagliore e Inoha faticò a controllarsi e a non gettarsi sull’uomo. Voleva capire dove questi volesse arrivare col suo parlare, benché intuisse già che l’uomo conosceva molte cose che un semplice, benché ricco, mercante di Phoglon non avrebbe dovuto sapere. Ma l’uomo comunque non sembrava aver scoperto il frammento della chiave cucito nel fodero della spada.
– Mi conosci? – replicò il giovane.
– Sì, davvero, anche se solo di fama, per la verità. – L’uomo di nome Rakor continuava a tenere in mano la spada di suo padre, a gingillarsi con essa, e a ogni sua parola, Inoha sentiva che quelle mani non erano degne di reggerla. – Conoscevo di più tuo padre. Beh, devo a lui quel che sono… Già, proprio a lui. – Inoha sentì le orecchie cominciare a ronzargli, mentre un sospetto sempre più insinuante e reale si incuneava nella sua mente, e il suo viso dovette denunciare tale sentire, poiché Rakor sorrise e continuò: – Già, poiché se non avesse infilato questa spada… – ed egli fece il gesto dell’affondo in un immaginario avversario – …nel petto di mio padre, non avrei mai aperto i miei occhi! E non lo ringrazierò mai abbastanza per questo. Anche se poi, gli ho reso il favore… Con gli interessi, direi! –
L’uomo che si faceva chiamare Rakor adesso lo guardava sorridendo, con gli occhi accesi di una luce folle e sarcastica, quasi spiritata. Inoha aveva capito, conosceva ora il suo vero nome e la rabbia sembrò spaccargli in due il petto… Stringendo i pugni ruggì:
– Phalaha, che tu sia dannato per tutto il male che hai fatto! –

Da IL SIGILLO DEL DRAGO INFINITO di M.S.Bruno


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ebook 2,99€
cartaceo 16,00 €

Vale la pena morire per un mondo non tuo?

– Vale la pena morire per un mondo non tuo? – le chiese ancora calmo.
– Non ho un mio mondo, tanto vale proteggere quello di qualcun altro. –
Lo sguardo inusuale e indecifrabile, quel viola intenso che sapeva stregare e intimare alla cautela, adesso era ammantato di calore e qualcosa di simile al rimpianto. Danmar non conosceva praticamente niente della vita di lei, del suo passato, della sua Corporazione, sapeva solo che aveva fatto irruzione nella sua vita cambiandola per sempre. E non era pentito di quell’incontro anche se stava avendo un epilogo pessimo. Le accarezzò il viso ed ella non si ritrasse.
– Grazie. – le bisbigliò.
La baciò e fu un bacio che sapeva di rammarico e di possibilità perdute, per ciò che avrebbe potuto essere fra di loro se le cose fossero andate diversamente. Un bacio disperato e appassionato, l’ultima cosa che avrebbero fatto in questa vita.
Gli allarmi cessarono. Ogni cosa dentro l’abitacolo si spense. Senza più energia, con gli scudi dirottati verso i satelliti, dopo l’ultimo sforzo di convertirli, adesso il modulo era solo un guscio vuoto che si esponeva al disastro. La fusoliera divenne opaca, scura, impedendo la vista magnifica del pianeta appena salvato e della tempesta, adesso manifesta, che si abbatteva su di loro. Come corpo morto, il modulo iniziò a precipitare, risucchiato dalla forza di gravità di Nuova Era. Danmar e Zohya rimasero allacciati, stretti l’uno fra le braccia dell’altra, per darsi l’estremo conforto di fronte all’inevitabile fine, quasi cercassero un’ancora per resistere alla forza che li tirava giù…

Da NUOVA ERA di M.S. Bruno, 

romanzo di fantascienza

 

Il silenzio intanto si era rimpadronito della casa…

Il silenzio intanto si era rimpadronito della casa. Solo il temporale dava un senso allo scorrere del tempo. La luce dei lampi rischiarava in alcuni attimi a giorno il corridoio vuoto. Oscurità e luce si alternavano. Fu così che la figura dell’uomo sembrò comparire all’improvviso. Per poco non sussultai, svelandomi. Non lo vedevo in faccia, non sapevo chi fosse, ma adesso scorgevo che era robusto, corpulento quasi. Non aveva fretta. Sembrava sicuro e padrone di sé. Cominciò a muoversi per il corridoio lentamente tenendo l’orecchio teso ad ogni rumore al di là del temporale. Teneva qualcosa in mano adesso e nel luccichio che provocava ad ogni movimento, intuii che era un coltello. Il bastardo aveva fatto una tappa in cucina, ecco perché aveva tardato. Era una cosa a cui avrei dovuto pensare io. Mi sentii definitivamente perduta. L’uomo però si stava allontanando dalla camera in cui ero nascosta. Stava prediligendo le stanze dalle imposte aperte. Forse credeva che io mi sarei fiondata alla prima finestra aperta per cercare aiuto… sì, a chi? Agli alberi? Ai lampioni? Era il posto perfetto per un’aggressione quello: isolato e incustodito. La vecchia signora non era solita neanche chiudere a chiave la porta di casa. Si sentiva protetta, già, come no! Fissazioni senili! Smisi di arrabbiarmi con l’imprudenza della vecchia, dato che non avrebbe portato a niente, e mi imposi di restare lucida. Ebbi anche un moto di compassione per la donna. Chissà come stava… Poteva essere morta. Ma quell’uomo che voleva in casa sua? Rubare? Allora perché aggredirmi, prendere il coltello e perdere tempo a cercarmi? Non lo avevo visto in faccia con tutto quel buio.

– DA “La casa sulla collina boscosa” – VENTUS MIRABILIS, raccolta di racconti
di M.S.Bruno

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La luce gialla di Flavus, che sorgeva, si unì alle verdi onde che continuavano a danzare in cielo…

 

“La luce gialla di Flavus, che sorgeva, si unì alle verdi onde che continuavano a danzare in cielo. Per Latona non c’era stata requie in quelle quattro ore di buio. L’esplosione, la fuga e morte del dottore, erano state però piccolezze in confronto a ciò che era accaduto fra le genti del Campo, alla paura, al panico che era dilagato a causa di quello strano fenomeno. Così la Responsabile aveva dovuto rassicurare, frenare e placare gli animi, nell’attesa che spuntassero i soli che avrebbero forse fatto sparire quell’innaturale evento. La speranza di un nuovo giorno quindi non era mai stata così vera e viva, ma ciò che si pensava dovesse diminuire con l’apparire di Flavus, ai primi raggi solari invece mostrò subito di voler peggiorare. Un brontolio sommesso riempì l’aria. Parve che volesse arrivare un enorme temporale, solo che non c’erano nubi in cielo. Squarci argentei spezzarono le verdi onde e si susseguirono gli uni agli altri, come una vera e propria tempesta, richiamando fuori dalle case e in strada le persone e i loro sguardi. Esclamazioni di stupore e paura si udivano provenire da ogni dove. Latona, come gli altri, fissava a bocca aperta quella situazione e sotto il suo sguardo le cose cambiarono ancora. Quegli squarci divennero fulmini che iniziarono ad abbattersi al suolo intorno al Campo e poi su di esso. Un alto arbusto dalle foglie rosate, proprio vicino alla donna, venne colpito da una saetta ed esplose in mille schegge di legno. La gente prese allora a scappare impaurita, urlando, cercando riparo al chiuso. Non sapendo che fare, si sarebbero ancora rivolti a Latona, ma come tutti lei non aveva risposte. Terrorizzata, si riparò sotto un porticato. Il panico l’aveva sopraffatta…”

Brano tratto da NUOVA ERA di M.S. Bruno

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Il sole tramontava oltre il crinale…

“Il sole tramontava oltre il crinale. La baia era placida. Le barche da pesca erano cullate dal tenue sciabordio delle onde, mentre il villaggio cominciava ad assaporare la pace della notte imminente. Le case di quel paesello erano poche, tutte umili, tutte strette intorno al guardiano di marmo che era una silenziosa presenza vigile. I fieri lineamenti, consumati dalle intemperie, si volgevano al cielo, mentre il braccio destro indicava il mare. Forse lo ammoniva, forse lo benediceva… Il corpo perfetto riluceva nella sua nudità di rosa e arancio, sotto l’occhio dell’astro morente. A pensarci, era strano che un’opera di quella fattura si trovasse in un simile luogo, ma spiccavano un po’ ovunque là intorno ruderi di una città più antica. E la superba statua apparteneva a quel passato. Il villaggio di pescatori non aveva un nome, mentre la città un tempo era chiamata Haletas.
La mente dell’uomo dai sorprendenti occhi verdi, però, era ben lontana dall’ammirare il panorama. Con fare stizzito, egli si scostò dal volto una ciocca di capelli sfuggiti dal cappuccio del suo mantello. Lunghi e scuri, lisci come aghi di pino, questi erano mossi dalla brezza, quasi fossero vivi, quasi fossero un’ulteriore beffa al suo aspettare… E Athas, il “SenzaNome”, non poteva far altro che aspettare.”

Brano tratto da LE TERRE DEGLI INGANNI di M.S.Bruno

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