Il silenzio intanto si era rimpadronito della casa…

Il silenzio intanto si era rimpadronito della casa. Solo il temporale dava un senso allo scorrere del tempo. La luce dei lampi rischiarava in alcuni attimi a giorno il corridoio vuoto. Oscurità e luce si alternavano. Fu così che la figura dell’uomo sembrò comparire all’improvviso. Per poco non sussultai, svelandomi. Non lo vedevo in faccia, non sapevo chi fosse, ma adesso scorgevo che era robusto, corpulento quasi. Non aveva fretta. Sembrava sicuro e padrone di sé. Cominciò a muoversi per il corridoio lentamente tenendo l’orecchio teso ad ogni rumore al di là del temporale. Teneva qualcosa in mano adesso e nel luccichio che provocava ad ogni movimento, intuii che era un coltello. Il bastardo aveva fatto una tappa in cucina, ecco perché aveva tardato. Era una cosa a cui avrei dovuto pensare io. Mi sentii definitivamente perduta. L’uomo però si stava allontanando dalla camera in cui ero nascosta. Stava prediligendo le stanze dalle imposte aperte. Forse credeva che io mi sarei fiondata alla prima finestra aperta per cercare aiuto… sì, a chi? Agli alberi? Ai lampioni? Era il posto perfetto per un’aggressione quello: isolato e incustodito. La vecchia signora non era solita neanche chiudere a chiave la porta di casa. Si sentiva protetta, già, come no! Fissazioni senili! Smisi di arrabbiarmi con l’imprudenza della vecchia, dato che non avrebbe portato a niente, e mi imposi di restare lucida. Ebbi anche un moto di compassione per la donna. Chissà come stava… Poteva essere morta. Ma quell’uomo che voleva in casa sua? Rubare? Allora perché aggredirmi, prendere il coltello e perdere tempo a cercarmi? Non lo avevo visto in faccia con tutto quel buio.

– DA “La casa sulla collina boscosa” – VENTUS MIRABILIS, raccolta di racconti
di M.S.Bruno

https://www.amazon.it/dp/B072PWD89Y

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Scheda libro: VENTUS MIRABILIS, #raccolta di #racconti

Titolo: VENTUS MIRABILIS

Autore: M.S.Bruno

Data di pubblicazione: 28 Maggio 2017

Formato: e-book (Formato Kindle)

Prezzo: 0,99€

Link d’acquisto: https://www.amazon.it/dp/B072PWD89Y

Descrizione: 

“Ventus Mirabilis è una raccolta di miei racconti. Un vento fantastico, appunto, che unisce le nove storie, alcune di mistero e introspezione, altre ironiche, folli o semplicemente malinconiche che comunque vogliono narrare un “attimo”, un avvenimento, lungo o breve, ma che lascia emozione. Non tutti i racconti sono inediti, perché già stati presentati sui social media o nei blog, ma qui vengono da me riproposti corretti e, in alcuni casi, completamente stravolti per offrire al lettore la migliore versione di essi. Ma sia che vogliate perdervi in un bicchiere di scotch o cercare di vedere il vento, scrutare nella nebbia, prendere un autobus o inseguire un cane, sappiate che non tutto è così semplice come appare. L’imprevisto, l’assurdo o il meraviglioso si celano in ogni cosa… Quindi, vi auguro buona lettura! Fatevi rapire da Ventus Mirabilis…”
– M.S. Bruno

Racconti:
– Un bicchiere di scotch
– Il Medico e il Cane
– Vedere il vento…
– La casa sulla collina boscosa
– Nebbia
– La rosa rossa dal lungo stelo
– La corsa diabolica
– Malinconiche Ortensie
– Ventus Mirabilis

Estratto:

“A un certo punto della vita c’è chi si trova in una foresta buia conscio di aver perso la via giusta, c’è chi invece non se ne accorge nemmeno, non si fa domande o magari la via non riesce più neanche a vederla… Io? Io mi ritrovo in un bar. Sì, un bar. Non è originale, è una cosa già vista, infinitamente meno poetica, ma, si sa, sono figlio dei miei tempi. Ci si deve rassegnare.

Osservo il bicchiere che ho in mano e il liquido scuro al suo interno. Non ricordo di aver ordinato niente, ma perché dovrebbe aver un senso l’aver ordinato oppure no, non ricordo neanche di essere entrato qui… Mando giù l’alcolico senza pensarci. Scotch, ne riconosco il sapore. Mi guardo finalmente intorno. Non c’è quasi nessuno, solo ombre senza contorno che confabulano a tavoli lontani. Sono seduto al banco, uno di quei lunghi banchi di bar con gli sgabelli alti dal cuscino rotondo. Ho davanti a me, dall’altra parte del bancone, scansie ricolme di liquori e, dietro di essi, vi è uno specchio, simile per colore al liquido che avevo avuto nel bicchiere. Intravedo il mio riflesso. Comincio ad avere qualche ciocca bianca fra i capelli neri, ma non mi considero vecchio. Sono un uomo ancora abbastanza giovane, mi convinco. Ritorno a osservare il locale anziché il mio volto magro e affilato. L’aria è un po’ quella di un film, un vecchio film, con la musica di pianobar in sottofondo e il barista pronto ad ascoltare i tuoi problemi. Ma qui non c’è un barista, mi dico, ma un attimo dopo mi devo ricredere. Mi dà le spalle. Pulisce boccali. Poi si volge, afferra una bottiglia e riempie nuovamente il mio bicchiere.

Il mio barista è un uomo senza volto, sì, letteralmente. Non ha naso, occhi, labbra, gli mancano persino le orecchie. Sembra un manichino con una semplice parrucca stopposa in testa, uno di quei manichini da crashtest bardati a festa. Tipico, penso, colui che dovrebbe ascoltare i miei problemi non ha un volto, non ha parvenza umana, empatia che traspari dai suoi lineamenti, non ha neanche le orecchie per sentirmi. Sorseggio questa volta il mio scotch e sorrido amaro fra me considerando…” da “UN BICCHIERE DI SCOTCH” 

La Casa sulla Collina Boscosa

La casa sulla collina boscosa

Non dovevo trovarmi là. Era il pensiero ossessivo che mi tormentava, mentre improvvise crepe di luce si aprivano nel greve manto violaceo di nubi. Le verdi fronde erano scosse dal vento e quando venne il tuono intorno a me fu come un ruggito roco che scosse i colli erbosi fin nel profondo. Anch’io tremai. Mi strinsi di più nel mio giubbotto ed osservai sconsolata il dondolante autobus che andava via senza più passeggeri.

– Signori, dovete scendere – aveva detto l’autista a quei pochi che, come me, a quell’ora e con quel tempo si erano affidati ai mezzi pubblici per tornare a casa. – Il mezzo si è rotto. Devo tornare alla rimessa. Tra poco – e ciò significava forse più di un’ora. – arriverà un mio collega con l’ultima corsa. –

Protestare era stato inutile.

– E’ la regola! – aveva ribattuto l’inflessibile autista.

Ed ecco che così mi ritrovavo lì, al vento, lontana da casa e da chiunque conoscessi, su una strada serpeggiante fra colline boscose qua e là abitate da paesini caratteristici, frazioni della grande città che si stendeva più in basso, vicino al mare. Strinsi di più il cellulare in mano e guardai lo schermo. Morto. Maledetto telefonino, pensai, dovevi scaricarti proprio adesso. Sfiga nera. Mi venne voglia di scaraventarlo a terra.

Mi volsi intorno e gettai un’occhiata ai miei compagni di sventura. Ecco, ti pareva! Mi dissi. In quella classica situazione da film horror con me c’erano solo un tipo di mezza età e una vecchia. Lo sguardo dell’uomo, poi, non mi piaceva per niente. Doveva avere sui sessant’anni. Aveva una pancetta abbondante ed una faccia talmente colma di rughe che i suoi occhi erano solo due punti neri che mi scrutavano con interesse, tanto da sembrare che volesse passarmi ai raggi x. Inoltre si umettava le labbra in continuazione, quasi avesse davanti una prelibatezza da assaporare. Mi strinsi di più nella giacca e gli diedi leggermente le spalle. Volevo avere comunque la possibilità di tenerlo sotto controllo con la coda dell’occhio.

In quel momento non pioveva ed i lampioni stradali fendevano un po’ l’oscurità che gravava sulla collina. Ero spaventata, devo ammetterlo. Sentivo su di me lo sguardo dell’uomo ed il disagio cresceva. Solo dopo poco mi resi conto che l’anziana donna, di cui mi ero quasi scordata, aveva cominciato ad arrancare per la strada deserta. Neanche una macchina passava e questo da quando l’autobus ci aveva scaricati lì, in mezzo al niente, se non alberi… Restare sola col tipo libidinoso aspettando il fantasma di un autobus? Non ci volle molto per prendere una decisione. Sicura, mi avvicinai alla figura ben più rassicurante di anziana, curva sotto il peso dell’età, e le dissi con dolcezza:

– Signora, scusi, posso aiutarla con le buste? –

Aveva con sé delle borse della spesa e mi sembrò il modo più adeguato di cercare il suo aiuto. Lei, forse, abitava lì vicino ed aveva un telefono funzionante. Avrei potuto chiamare casa per farmi venire a prendere. La donna mi rivolse uno sguardo sorpreso, poi benevolo ed infine mi sorrise con quell’espressione premurosa tipica delle nonne.

– Oh, davvero te ne sarei grata. –

La sua voce era un po’ tremante. Mi passò alcune buste e ne tenne una lei. Non sapevo come affrontare la questione telefono, ma lei mi venne incontro.

– Se mi accompagni a casa, ricambierò la tua gentilezza con un pezzo di torta. –

Mi ero imbattuta nella classica nonna delle favole… Riguardai verso l’uomo. Sì, c’era anche l’orco. Le sorrisi.

– Mi accontenterei di poter telefonare, se non disturbo. –

– Giusto… giusto. Devi chiamare casa. Brava ragazza, brava ragazza… –

Si incamminò e la seguii. La sua andatura non era di quelle più spedite, anzi. Le buste non pesavano molto, ma il passo da lumaca cominciò a logorarmi i nervi. Se continuavamo con quell’andatura, prima di arrivare a casa della signora ci avrebbe raggiunto l’altro autobus… Sempre se esisteva! Altrimenti ci sarebbe stato persino il tempo per costruirlo…

I fulmini intanto si susseguivano gli uni agli altri con maggiore frequenza e quel poco di cielo che riuscivo a vedere fra gli alberi era sempre di più illuminato a giorno. Anche i tuoni erano più frequenti e mi trovai ad augurare che la casa della donna non fosse molto lontana. Mi ricordai dello sconosciuto che avevamo lasciato alla fermata e mi sentii più tranquilla adesso che c’eravamo allontanate. Istintivamente mi girai indietro e… mi sentii gelare! Era lì, quell’uomo. Non era vicino a noi, ma camminava come a volerci seguire a distanza. Potevo vedere che teneva le mani dietro la schiena e gli occhi fissi su di me. Non sapevo che fare. Avrei voluto parlarne alla mia silenziosa accompagnatrice, ma chissà come poteva prendere la cosa. E se si fosse spaventata? Che facevo se si metteva a gridare o le veniva un infarto? E se invece fosse stato un suo vicino? Forse non si era accorta di lui sull’autobus o alla fermata. Poteva volerlo invitare a far la strada con noi… Fianco a fianco col tipo libidinoso. No, no. Decisa, feci l’unica cosa che mi sembrò avere un senso.

– Tra poco pioverà e… sarà un diluvio. Sarebbe bene affrettarci. – dissi.

Era in fondo la verità, anche se solo una parte che motivava la mia premura.

– Casa mia è dietro quella curva. Non ci bagneremo, piccina. –

Piccina? Ma questa donna era vera o usciva da un racconto di altri tempi? Per un attimo mi ritrovai persino a dimenticarmi della paura che mi suscitava lo sconosciuto.

Tutto il tragitto fino a lì mi aveva stressato, ma quello per arrivare alla curva quasi mi stava gettando nel panico. Non so se era una mia impressione o la vecchia me lo faceva apposta, ma sembrò essere ancora più lenta nel camminare ed il nostro inseguitore guadagnava terreno ad ogni istante. Pareva ridersela. Poteva raggiungerci quando voleva. In molti momenti cercai di convincermi che erano solo paure, che avevo frainteso, che magari quell’uomo non era uno di quei tanti porci, con rispetto agli animali, di cui si sente parlare nei telegiornali, che era innocuo. Eppure… Non riuscivo a dare un senso diverso a quella luce che avevo visto negli occhi di lui. Non sono mai stata paranoica e, pensandoci e ripensandoci, mi convinsi di non essermi sbagliata.

Oltre l’occasionale sibilo del vento ed i tuoni sempre più vicini, un silenzio spettrale incombeva sulla strada asfaltata, come l’oscurità al di là dell’alone di luce prodotta dai lampioni. Ed a me parve d’un tratto di udire i passi cadenzati dell’uomo. Ora non osavo più voltarmi a guardarlo. Ascoltavo quei passi e li sentii avvicinarsi, avvicinarsi, sempre di più… I battiti del mio cuore erano come una danza ritmica tribale, ed un freddo intenso mi avviluppò le membra, che non aveva niente a che fare con il freddo esterno. Ogni muscolo del mio corpo era teso e stringevo le buste tanto che sentivo la mano quasi segata. Ero pronta persino ad usarle come armi per difendermi e non mi sentivo di esagerare.

Intanto la curva ormai era prossima ed i passi erano sempre più vicini… Un tuono particolarmente forte scosse ogni cosa e poi non udii più nulla. Niente, solo il vento. Non resistetti più. Mi voltai e… Nessuno. Non c’era nessuno. La via che avevo percorso colma di paura, con la anziana donna, adesso era vuota. Ed era una striscia di asfalto illuminata che procedeva dritta fino a dove occhio potesse vedere. Dov’era finito l’uomo? Dove? Non c’erano strade o diramazioni che intersecassero quella su cui eravamo ora, eppure l’inseguitore era sparito. Credo di essere rimasta a fissare la strada per un po’, poiché ad un certo punto fu l’anziana signora a richiamarmi. Aveva quasi finito di svoltare la curva e questo la dice lunga su quanto fossi stata impalata ad osservare la strada deserta cercando una spiegazione che non trovai.

La casa della signora non era sulla strada come mi ero immaginata, ma per accedervi bisognava salire per una piccola via in terra battuta. Un tempo dovevano passarci le macchine dirette alla casa, poiché si intravedevano i solchi delle ruote, ma ora crescevano sterpaglie un po’ ovunque, specialmente al centro del viottolo. Ci inoltrammo. Inizialmente la casa era un’ombra più scura sul cielo nero, poi un fulmine la illuminò e riuscii a distinguerla. Era bella, massiccia. Una villa di fine ottocento forse. Ma avvicinandomi, altri fulmini mi permisero di scorgere la realtà. Ora era quasi dirupata. A pensarci, era simile alla signora che procedeva al mio fianco. Come lei in passato doveva essere stata elegante e avvenente, ma adesso, beh, adesso il tempo aveva fatto un lavoro impietoso. Comunque, restava in lei un’aria bonaria, un ché di rassicurante che era proprio necessario in quella strana sera.

Mi sorpresi quando la donna abbassò semplicemente la maniglia per entrare.

– Signora, scusi… ma non teme i ladri? –

– Oh, no… non ho niente da farmi rubare. –

– I ladri questo non possono saperlo. – replicai io.

L’anziana signora scosse le spalle in una piccola risata.

– Mi conoscono tutti in paese. –

Ma qui non eravamo in paese. Il paese era più avanti, molto più avanti… Questa era incoscienza… Non li vedeva i telegiornali?

– E poi c’è chi mi protegge. – continuò lei mentre entrava in casa.

La seguii un po’ perplessa, pensando si riferisse al marito o a qualche parente. Ma ora non dovevano essere in casa. Questa era avvolta nella completa oscurità. Quando entrai, un odore di umido e muffa subito mi avvolse. La temperatura non era molto più calda di quella esterna, ma almeno saremmo state all’asciutto. O così speravo. Mancava soltanto che ci fossero crepe nel tetto. Nel suo ambiente, la signora si mosse più sicura. Accese una luce ed io potei vedere meglio la piccola entrata e la scalinata che partiva innanzi a me. A sinistra e a destra vi erano delle stanze. A sinistra si intravedeva un salottino, a destra una cucina. Fu lì che l’anziana si diresse.

– Suo marito rientrerà a breve? – chiesi senza pensarci.

– Piccina, mio marito è morto dieci anni fa’. –

– Mi… mi spiace… – tentennai.

Che gaffe! Terribile.

– Scusi, credevo che… beh, siccome ha parlato di qualcuno che la proteggeva…–

Posai finalmente le borse della spesa sul tavolo.

– Non preoccuparti. – parlò l’anziana sedendosi su una sedia vicino a me – Vedi quell’uomo? – Mi indicò una fotografia ingiallita su un ripiano. Mi avvicinai. – E’ mio marito. –

Era un uomo imponente. Dello stampo di altri tempi. Occhi vividi, ma espressione seria, quasi corrucciata. Baffi folti. Aveva un braccio a circondare una figuretta più bassa. Una donna dal sorriso gentile… L’anziana che mi stava ospitando, senza dubbio!

– Bell’uomo. – dissi più per farle piacere, che per realtà dei fatti.

Ero impaziente di telefonare. La signora era adesso assorta nei suoi pensieri. Sembrava anche riprendere fiato. Dato che lei non parlava, cercai con lo sguardo il telefono. Lo vidi. Era in armonia con tutto là intorno. Era uno di quei vecchi apparecchi che avevo visto nelle foto dei miei genitori quando erano giovani. Un aggeggio preistorico. Un telefono a disco, quelli dove si mette il dito nel numero e poi si gira… Un oggetto da museo, ma se funzionava, valeva mille volte quel telefonino portatile col display a colori che tenevo senza vita in tasca. Ripensandoci odiai il suo tradimento.

La vecchia era ancora muta. Fissava il pavimento con occhio stanco. Sperai che non si fosse sentita male… che non gli fosse venuta addirittura una paresi!

– Signora – intervenni un po’ spaventata all’ultima idea balzatami in mente – il telefono? Posso? –

Lei si scosse. Per fortuna stava bene… e mi fece cenno di fare pure. In quel momento non mi sentivo più tanto rassicurata da averla accanto. Non vedevo l’ora di chiamare i miei. Un tuono scosse la casa talmente forte che sobbalzai. Sentii la vecchia fare altrettanto, mentre la luce pareva sobbalzare come noi ed infine spaventarsi fino a morire… Restammo al buio. A quel punto, non sapevo se urlare per la frustrazione o mettermi a ridere istericamente per l’assurdità di quella serata. Vinse in principio il gelo e la paura, poi sentii gemere l’anziana e stranamente tornai calma per me stessa e per lei. La cercai a tentoni, mentre la rassicuravo a parole. Inciampai non so quante volte prima di sentirla sotto le dita. Intanto le persiane chiuse della stanza venivano frustate dalla pioggia. Perfetto, pensai.

– Stia tranquilla, non è nulla… Signora, mi sente… – Alzai il tono di voce nell’ultima frase. La paresi… in quel momento proprio no!

I miei occhi intanto cominciavano ad abituarsi all’oscurità e quello che era sembrata una pesante coperta di velluto nero calatami addosso, divenne un insieme di varie ombre, alcune più scure altre di meno. E vi era una luminosità… Cercai la provenienza con lo sguardo, mentre la vecchia aveva piccoli singulti sotto le mie dita. Almeno era ancora viva! Capii che la fonte di luce proveniva da oltre le persiane.

– C’è luce fuori… forse – dissi in tono speranzoso, accarezzando la schiena della donna per cercare di consolarla – forse… viene dalla strada! –

Mi mossi in quella direzione. Altri lividi si aggiunsero a quelli di prima. Più di una volta rischiai di cadere. Aprii le finestre e le persiane, in un cigolio sinistro e beffardo che riempì la casa, incurante del vento che mi sferzò subito in faccia portando con sé gocce gelate. Alla fine sembrava stessi piangendo, ma, socchiudendo gli occhi mi resi conto che erano proprio le luci dei lampioni stradali. Erano in lontananza, nascosti in parte dalle fronde degli alberi scossi dalla tempesta, ma riuscivo ad intravederli e, soprattutto, la loro luce offriva a noi la possibilità almeno di poter scorgere i contorni di ciò che ci circondava. Ai miei piedi, intanto, s’era formata una piccola pozza d’acqua ed io mi accorsi di star tremando. Per fortuna non mi ero tolta ancora il giubbotto!

– Signora. – presi coraggio, mentre richiudevo i vetri, in modo che la fievole luce potesse continuare ad entrare ma non l’acqua – Non si agiti. Ora apro anche le altre due finestre, così ci vedremo meglio. –

Le mie parole furono più facili a pronunciarsi che a portarsi a compimento. Le altre imposte in legno furono più difficili ad aprirsi, segno che non erano state spalancate da un po’, e mi ritrovai a faticare. Alla fine, però, tremante e infreddolita, mi sentii assurdamente soddisfatta, anche se ero ancora impelagata in quella strana situazione. La vecchia era rimasta seduta. Ne intravedevo, al riverbero dei lampioni di fuori, la sagoma incurvata.

– Le candele… – tentennò infine, indicando con un dito insicuro uno stipetto della cucina.

Il temporale intanto non accennava a calmarsi. Mi mossi verso lo stipetto e mentre cercavo le preziose candele, il mio occhio cadde su ciò che si vedeva dall’ultima finestra che avevo aperto. Non dava dalla parte della strada, ma su un’altra collina. Nel cielo crepato dai fulmini scorgevo stagliarsi in cima una casa. La donna, quindi, aveva dei vicini. Almeno non eravamo completamente sole in mezzo alla foresta, pensai. Forse la signora contava su quelle persone in caso di bisogno. Accantonai momentaneamente la cosa e mi dedicai ad accedere le candele trovate. Fui fortunata nello scovare anche i fiammiferi. Spostai le buste della spesa e posizionai una candela sul tavolo, vicino alla vecchia, un’altra sul bancone accanto alla porta. Passai le altre due rimaste alla signora che sembrò acquistare vivacità, proprio come le tremolanti fiammelle che diedero un po’ di calore alla stanza.

– Chiamo mio padre. – dissi – Quando verrà a prendermi, magari potrà fare qualcosa per la luce… Dato che in strada c’è non vorrei che il problema riguardasse solo la casa… –

– E’ possibile. – replicò la donna – L’impianto è vecchio… persino più di me! –

Accennò un sorriso, mentre accendeva le ultime due candele approfittando della fiamma che aveva davanti a sé. Bene, stava meglio, considerai. Almeno era passata la paura di prima. Cominciai subito ad armeggiare col telefono a disco. Mi sembrò impiegare una vita nel comporre il numero di casa. Era l’unico che ricordassi. Gli altri, i numeri di cellulare diretti erano rimasti sigillati nella memoria del traditore nella mia tasca. Il rassicurante “tuuuu” dello squillo era lontano e gracchiante, stridulo quasi. Un verso che mi sorprese e mi fece incrociare le dita che tutto funzionasse a dovere. Dopo poco una voce vagamente umana rispose.

– Pronto? – feci io – Sono Giada. –

– Tesoro, sei tu? – Era la voce di mia madre, credo, la sua o quella di un robot venuto dal futuro per confondermi, tanto era metallica e graffiante, solo a tratti umana. Seguì a dire qualcosa che decifrai a malapena. “Ti sento male” o giù di lì.

– Anche io non capisco bene ciò che dici. – replicai scandendo le parole e forse anche alzando il tono di voce.

– …Capisc… a … atti… – mi rispose lei. Riempii i vuoti dopo qualche momento. “Capisco a tratti”. Grazie, anch’io, le stavo per rispondere, ma un nuovo tuono si infranse sopra noi e temetti che anche la linea telefonica fissa volesse abbandonarmi. Che fosse colpa del temporale o dell’apparecchio preistorico, o delle linee squassate dal vento o dalla mia sfiga nera, a quel punto non mi importava. Volevo solo che mi venissero a prendere e al più presto.

– Mamma, – dissi sperando che lei mi sentisse e recepisse la mia voce – sono a casa di una brava signora – Rassicurarla era il primo dovere, dato quanto era apprensiva – però papà dovrebbe venire a prendermi. –

Dalla risposta robotica che seguì intuii che buona parte del mio messaggio aveva raggiunto destinazione. Mi sentivo tanto del tipo: “Base Luna, chiama Terra… mi ricevete? Passo.” Cercai di spiegare dove mi trovassi, a quale fermata l’autobus mi avesse lasciata e mi parve che, dopo tanto spiegare e ripetere, si giungesse a qualcosa.

– Dovrai aspettare un po’. – decifrai la risposta di mia madre. – La mia macchina è dal meccanico e papà è andato a prendere tuo fratello a scuola guida. Finirà fra mezz’ora. –

Ottimo! Avevo scelto il giorno perfetto per perdermi fra i colli! La situazione era abbastanza spettrale e inquietante ed ora ci mancava anche attendere ore. Guardai il mio orologio alla luce della candela. La scuola guida di mio fratello era in città e fra l’aspettare che finisse la lezione, il traffico cittadino ed il tragitto fino a lì, si sarebbe fatta notte. L’idea di restare in quella casa buia non mi piaceva, ma poteva anche andarmi peggio. Intanto la voce di mia madre o del suo facsimile mi richiamò dai miei pensieri.

– Chi ti ospita ha problemi a tenerti con sé? – domandò se compresi bene.

Mi voltai verso l’anziana e le dissi:

– Signora, mia madre chiede se non la disturbo se resto qui per un po’… Sa, mio padre ci metterà un’oretta – Speriamo sia così, implorai fra me e me – o giù di lì. –

– Puoi restare quanto vuoi, piccina. Mi fa piacere un po’ di compagnia. – rispose la padrona di casa.

Ok, c’era l’assenso della nonnina delle favole. Lo riportai a mia madre, la quale si mostrò rassicurata da tanta gentilezza e dal sapermi al sicuro. Non poteva certo immaginare, né io potevo dirle, che eravamo al buio, sole, in mezzo alla foresta, coi tipi libidinosi, capaci di sparire, alle porte e un temporale da film horror a completare la scena. Poi, l’altra casa sulla collina iniziava a non convincermi tanto. Avevo gettato verso di essa parecchie occhiate. Era buia, ma forse dipendeva dal fatto che poteva mancare la luce anche lì, oppure semplicemente era disabitata. La cosa certa era che non avevo nessuna voglia di camminare nel temporale per raggiungerla. Ormai non ne avevo motivo. Avrei aspettato con l’anziana signora che arrivasse mio padre. Chiusa la chiamata, mi sedetti di fronte alla donna. Tra noi il silenzio e mi sentii in imbarazzo. Feci per ringraziarla ancora per l’ospitalità, quando netti cigolii richiamarono la mia attenzione. Provenivano dal piano di sopra. Durarono qualche attimo e poi si esaurirono. Rimasi immobile fissando la signora che non poteva non aver sentito quei rumori vicini, forti a tal punto da oltrepassare il ruggito potente del temporale. Ma la vecchia era impassibile. Fissava la fiamma della candela. Mi alzai dalla sedia e camminai verso l’entrata. La porta che dava sull’esterno era chiusa, anche se non a chiave. Fissai ostile le scale che portavano di sopra. Avevo creduto fossimo sole.

– Credevo non ci fosse nessuno in casa oltre noi. – dissi.

– Sì. – fece la donna.

Che intendeva? “Sì, non c’è nessuno” o “Sì, c’è qualcun altro”? Sibillina. Mi stavo esasperando. D’un tratto la signora si alzò sorprendendomi. Era pallida e malferma sulle gambe.

– Potrebbe essere saltato il contatore. – parlò sembrando di nuovo in sé.

– Possibile. – tentennai io. – Dove… dove si trova. –

– Vieni. –

La seguii nel salottino portando con me una candela. Sperai che mi stesse conducendo al contatore, almeno avrei tentato di riportare la luce in quell’inquietante casa. Passando davanti alle scale, gettai una lunga occhiata al piano superiore, ma di esso non si vedeva proprio nulla. La mia attenzione ritornò al salotto. L’arredamento era vecchio, decisamente. Un odore di muffa riempì le mie narici. Notai la credenza di vetro, alcune poltrone sbiadite, un tavolino basso, un po’ consunto, ed il divano, combinato come un letto. La vecchietta si avvicinò alla finestra di fronte armeggiando prima coi vetri e poi con le imposte. Queste cigolarono, ma infine si aprirono mostrando alberi e arbusti sferzati dalla tempesta.

– Il contatore è là. – indicò di traverso un capanno che si intravedeva.

Mi avvicinai. Era una casupola attaccata all’edificio principale, poco fuori quella finestra. Ma bisognava uscire e fare il giro di parte della casa per raggiungerlo. Scoccai un’occhiata al cielo. Pioveva ancora. Guardai la signora e la vidi sempre più pallida. O no! Pensai fra me. L’idea della paresi ritornava e… aggravata!

– Sta male? – le chiesi preoccupata, appoggiando la candela sul davanzale della finestra.

La signora non rispose, ma sembrò avere un mancamento. La sostenni, più spaventata di lei e la guidai al divano.

– Vuole che l’accompagni di sopra? Che chiami qualcuno? –

– No, no… non preoccuparti. – fece lei sdraiandosi. – Troppe emozioni oggi. Tutto qui. –

Le misi un cuscino sotto la testa, pensando al telefono ed alla possibilità di chiamare un’ambulanza. Con la linea disturbata, sarebbe stato come impegnarsi coi segnali di fumo, ma potevo riuscirci…

– Dormo qui ormai. – continuò la donna – Sai, l’età… le mie gambe non mi consentono di salire e scendere le scale. –

– Aspetti. – le dissi colta da ispirazione.

Corsi in cucina e cercai un bicchiere. Lo riempii d’acqua e glielo portai. La signora si rialzò quel tanto per bere e lo fece avidamente.

– Passami quelle pillole. – chiese ed io fui lesta ad adocchiare una boccetta sul tavolino basso fra altre cianfrusaglie a cui non diedi una seconda occhiata.

Presa una pillola, parve subito riacquistare colore ed io ricominciai a respirare liberamente. Tornai in cucina per prendere le candele e cercai di distribuirle meglio tra i due ambienti. Con la nuova luce la stanza non ne giovò, anzi, parve persino più vecchia e malandata. La signora ora mi guardava con occhi vividi. Era scampato il pericolo di ritrovarmi sola con un cadavere. Sospirai di sollievo.

– Oh, ti ho fatto prendere uno spavento… mi spiace. – fece la donna.

Alzai le spalle.

– Non è sua la colpa… Tutta questa serata è un po’ strana. – cercai di sorridere.

– Appena tornerà la luce, tutto andrà meglio. – tentò di rassicurarmi.

 Riportai la mia attenzione alla finestra da cui si intravedeva il capanno. Ma perché, perché il contatore non poteva essere in casa come in tutte le abitazioni normali? Il vento squassava gli alberi, la pioggia sferzava ed il temporale rimbrottava sulle nostre teste. Un cigolio di porta dall’alto mi sorprese. Riprendevano i rumori al piano di sopra. Forse il vento aveva aperto qualche finestra, pensai e si creava corrente… Il comportamento della signora, il fatto che nessuno fosse accorso quando stava male, mi faceva intendere che fossimo sole. Eppure…

– … ti guardo dalla finestra. – diceva intanto la padrona di casa.

La prima parte della sua affermazione mi era sfuggita, tanto ero concentrata a separare i rumori del temporale con quelli più vicini del piano di sopra.

– Sì. – risposi meccanicamente, poi capì di aver dato il mio assenso per farmi una bella passeggiata nella tempesta.

Mi ritrovai ad oltrepassare l’uscio dell’edificio con un senso di libertà e contentezza che non credevo di provare. L’oscura casa mi aveva oppresso, ma forse dipendeva solo dalla situazione creatasi. Stringendomi nel giubbotto e nel cappuccio rasentai l’abitazione, cercando di approfittare dei cornicioni per non bagnarmi. Inutile. La pioggia seguiva i capricci del vento. Ero in balia di raffiche d’acqua ghiacciata. Avevo una piccola torcia elettrica con me che la signora aveva avuto la cura di darmi, peccato fosse quasi scarica e per questo avanzavo solo grazie al riverbero dei lampioni stradali. C’erano molte ombre intorno a me. Arrivai all’angolo della villa e mi soffermai. Adesso vedevo il capanno e i vetri della casa oltre cui la vecchia mi salutò. Risposi velocemente e scoccai un’occhiata alle finestre del piano superiore. Quasi mi aspettavo di vedere qualcuno anche lì, uno di quei volti malefici da casa infestata, ma le finestre erano buie, alcune persino sprangate. Lo immaginai quel volto, rosso e ghignante. Nel mio sogno ad occhi aperti, vidi il sorriso di sangue dell’essere che faceva lo stesso cenno di saluto della vecchia e… immaginai di scappare via urlando fino alla strada senza voltarmi indietro. Sorrisi di me stessa tornando alla realtà. Come eroina di film horror sarei stata pessima. Un fulmine si ramificò nella porzione di cielo che si intravedeva sopra il capanno e subito dopo un tuono scoppiò intorno a me, ricordandomi che dovevo concludere in fretta col contatore. Presi coraggio e camminai decisa verso il casotto. Davanti alla finestra da cui mi guardava la signora mi soffermai. Ella mi urlò da oltre i vetri di fare attenzione. Alzai il pollice in segno affermativo e proseguii a camminare. C’erano parti di me che non si erano ancora inzuppate. Si doveva rimediare, ironizzai fra me. Il casotto però era vicino. Mi accorsi che la porta era socchiusa. Il vento la faceva leggermente muovere. Mi avvicinai dando un colpo deciso all’uscio, guardando l’interno scuro con non poca apprensione. La porta cigolò sui suoi cardini, perdendosi nell’oscurità. Ero riluttante ad entrare malgrado la pioggia mi sferzasse. Mi guardai alle spalle, alla vecchia signora, ma la intravidi appena, e poi mi decisi. Usai la flebile luce residua della torcia per rendermi conto che era una sorta di sgabuzzino, di rimessa, di accatastamento di oggetti di secoli che creavano muri e dedali in cui perdersi. Non doveva essere molto grande quel casotto, ma per me era una sorta di labirinto minaccioso, speravo senza Minotauro, ironizzai fra me… Per fortuna il contatore non era molto lontano dalla porta. Spiccava sul muro di destra, quello adiacente alla casa, più nuovo di tutto il resto. Sospirai di sollievo e mi dissi che, almeno questa, era quasi fatta. Avanzai sicura. Raggiunsi il contatore e mi accorsi che si era disinserito. Probabilmente era scattato per il temporale, ma mi sorpresi poiché era un modello simile a quello di casa mia e lì non era solito disinserirsi ad ogni fulmine. Beh, non mi ci soffermai molto a pensare. Non ero mica un’elettricista, sapevo solo ciò che mio padre mi aveva spiegato per i casi di emergenza. Cominciai ad armeggiare col contatore e sperai di fare bene. Un tuono scoppiò al di là del tetto ed io sussultai, ma fu il rumore che seguì nel casotto a farmi gelare. Restai con le orecchie tese, ma il rumore non si ripeté. Però avevo paura. Volevo fare presto. Malgrado le levette fossero dure, con la piccola torcia fra i denti, mi affrettai a concludere il lavoro. Poi sentii fruscii fra le cataste e mi volsi di scatto. Diressi la mia luce verso il luogo incriminato, ma nulla si mosse. Le ombre degli oggetti, sedie, vecchi comodini, strani pezzi di legni e altre cose irriconoscibili, si accavallavano l’una sull’altra e la mia torcia quasi scarica non era in grado di spazzare via quell’oscurità. Mi stavo sbagliando, mi dissi per rincuorarmi. Mi stavo facendo prendere dalla paura. Chi poteva mai esserci lì con me? No, era stato solo un topo. Richiusi il pannello del contatore e… qualcosa si abbatté su di me prendendomi il braccio. Urlai, credo… e corsi al muro ad occhi sgranati, col cuore che mi batteva all’impazzata, un suono che riempiva le mie orecchie superando persino il rombo del temporale. Ero terrorizzata e avevo perso la torcia, ma davanti a me non c’era nessuno oltre un paio di occhi verdi che mi guardavano dal basso. Il gatto uscì dall’oscurità, portandosi nel raggio flebile di luce che proveniva dall’esterno.

– Maledetto micio. – imprecai fra me con un mezzo sorriso tirato.

Il suo pelo fulvo era tutto bagnato e arruffato. Era una pallottola di pelo dai grandi occhi verdi, impaurito dal temporale come io ero stata impaurita dal suo improvviso comparire. Mi avvicinai a lui e lo presi in braccio. Il gatto fu contento di sentire il mio calore e cominciò a far le fusa mentre lo accarezzavo. Mi sentivo solidale con lui. Entrambi avevamo cercato riparo dal temporale, entrambi avevamo passato brutti momenti di paura, entrambi eravamo lontani da casa. Lo sistemai dentro il giubbotto ed uscii ad affrontare di nuovo la tempesta. Speravo che la signora non avesse problemi con quel nuovo ospite. Passai davanti alla finestra del salotto e mi sorpresi che la signora non avesse acceso ancora le luci. Non la vidi dietro i vetri, ma il vento e la pioggia incalzavano, mentre il gatto cominciava ad agitarsi, così mi affrettai anch’io. Ripercorsi il tragitto verso la porta della casa e cercai riparo all’interno. L’odore di stantio e muffa era lievemente inferiore a quello presente nel capanno e la temperatura più calda solo di qualche grado rispetto all’esterno, ma almeno non ero più sotto il temporale. Fui grata di questo. Il mio nuovo compagno pretendeva di uscire dall’improvvisato riparo, così lo poggiai a terra. Il gatto rimase accanto a me, stranamente guardingo. Osservai il gatto e poi intorno a me. Mi resi conto che la casa era ancora avvolta nell’oscurità.

– Signora, – dissi verso l’altra stanza – ho reinserito il contatore. La luce dovrebbe essere tornata. –

Silenzio. L’oscurità era fitta, quasi più dell’esterno. Almeno dalla cucina avrebbe dovuto venire della luce, dato che, al momento dello scatto del contatore, quell’interruttore era aperto. Ma ora no… Chiamai ancora la signora e di nuovo silenzio… Non osavo muovermi. Bagliori improvvisi, il riverbero dei lampi del temporale che entravano dalle imposte aperte delle stanze adiacenti, gettavano ombre lunghe e sinistre nell’entrata dove ancora mi trovavo, da cui partivano anche le strette scale per il piano superiore. Ogni cosa sotto quell’intermittente e irregolare luminosità, sembrava celare un pericolo sovrannaturale, ma la verità era che in quella situazione c’era davvero qualcosa di strano. Sentivo un senso di disagio, come se dentro di me si fosse accesa una spia rossa di allarme. Qualcosa non quadrava. Accesi ancora la torcia, cercando l’interruttore dell’entrata. Forse la signora si era sentita di nuovo male, forse aveva chiuso lei senza rendersene conto la luce della cucina… Forse… Mi mossi come se le mie gambe fossero state due colonne di granito, mentre il gatto non abbandonava il mio fianco, quasi cercasse da me conforto. Ci misi poco ad individuare il pulsante che mi avrebbe concesso di mettere letteralmente luce su quella faccenda, ma nello stesso istante in cui lo raggiunsi, qualcosa mi si avventò contro e stavolta, fui sicura, non era un gatto. Era un uomo, una figura umana che mi gettò in terra, sovrastandomi, tenendomi forte i polsi. Urlai, mi divincolai, cercai la fuga, senza vedere in faccia il mio nemico. Il terrore si era impadronito di me. Non riuscivo a pensare. Fu il gatto a salvarmi. Cadendo lo calpestai e la bestiola si difese gettandosi, nel buio, nel luogo dove ero stata prima io, ma che ora era occupato dal mio assalitore. Lo intravidi saltare sulla gamba dell’uomo e un attimo dopo la presa di questi si allentò quel tanto per permettermi di sfuggirgli, mentre egli urlava più di rabbia e sorpresa che per dolore. Avrei voluto raggiungere l’esterno, ma la figura minacciosa me lo impediva, così imboccai le scale del piano superiore. Non fu una scelta ponderata, ma solo un modo per scappare, dettato dall’urgenza del momento. Mi resi conto subito che al secondo piano non avrei potuto far altro che nascondermi. Non potevo certo calarmi da una finestra! Arrivai al pianerottolo scoccando un’occhiata alle mie spalle. L’uomo si era già ripreso. Avevo sentito un miagolio isterico e mi convinsi che il gatto aveva dovuto ricevere un calcio. Immaginai che di lì a poco il mio assalitore sarebbe tornato a cercarmi. Senza perdere tempo, mi guardai intorno. Da alcune delle stanze proveniva la luce dell’esterno, dalla strada e dai lampi che scoppiavano e borbottavano sopra la casa, mentre altre camere erano scure, come pozzi neri. Era una cosa che avevo notato anche all’esterno della casa: alcune finestre erano sprangate, altre no. Decisi che il buio sarebbe stato un ottimo alleato nel mio tentativo di nascondermi. Mi infilai in una buia camera, fra quello che mi parve un cassettone e una bassa poltrona. Ero vicino alla porta socchiusa, così da vedere parte del corridoio rischiarato dal riverbero delle altre stanze dalle imposte aperte. Tremavo. Sentivo ancora la forte presa dell’uomo intorno ai polsi e mi riusciva difficile mantenere calmo il respiro. Temetti che potessi tradirmi, che lui potesse sentirmi, poiché sembrava facessi più rumore io del temporale di per sé… e mi trovai immersa in uno strano attimo in cui tutto mi parve irreale, impossibile, qualcosa da guardare in tv, in un thriller, in un horror, non da vivere. Poi tornò la paura, il panico quasi, mentre mi ripetevo che era assurdo, che non avrei dovuto trovarmi lì, in quella casa fra i colli, sola con un gatto, con una vecchia che chissà che fine aveva fatto e un maniaco che chissà che voleva da me … Il silenzio intanto si era rimpadronito della casa. Solo il temporale dava un senso allo scorrere del tempo. La luce dei lampi rischiarava in alcuni attimi a giorno il corridoio vuoto. Oscurità e luce si alternavano. Fu così che la figura dell’uomo sembrò comparire all’improvviso. Per poco non sussultai, svelandomi. Non lo vedevo in faccia, non sapevo chi fosse, ma adesso scorgevo che era robusto, corpulento quasi. Non aveva fretta. Sembrava sicuro e padrone di sé. Cominciò a muoversi per il corridoio lentamente tenendo l’orecchio teso ad ogni rumore al di là del temporale. Teneva qualcosa in mano adesso e nel luccichio che provocava ad ogni movimento, intuii che era un coltello. Il bastardo aveva fatto una tappa in cucina, ecco perché aveva tardato. Era una cosa a cui avrei dovuto pensare io. Mi sentii definitivamente perduta. L’uomo però si stava allontanando dalla camera in cui ero nascosta. Stava prediligendo le stanze dalle imposte aperte. Forse credeva che io mi sarei fiondata alla prima finestra aperta per cercare aiuto… sì, a chi? Agli alberi? Ai lampioni? Era il posto perfetto per un’aggressione quello: isolato e incustodito. La vecchia signora non era solita neanche chiudere a chiave la porta di casa. Si sentiva protetta, già, come no! Fissazioni senili! Smisi di arrabbiarmi con l’imprudenza della vecchia, dato che non avrebbe portato a niente, e mi imposi di restare lucida. Ebbi anche un moto di compassione per la donna. Chissà come stava… Poteva essere morta. Ma quell’uomo che voleva in casa sua? Rubare? Allora perché aggredirmi, prendere il coltello e perdere tempo a cercarmi? Non lo avevo visto in faccia con tutto quel buio. Spolverai tutto ciò che sapevo del crimine dai telefilm e serie varie. Cercavo di immedesimarmi in quelle detective toste capaci di far una battuta anche con un foro di proiettile nella spalla. Ma non me ne sentii capace. Ero nella vita vera. Una normale ragazza nei guai che rischiava terrorizzata la pelle. Niente kung fu, niente pistole, niente eroe che viene a salvarti… ero sola col delinquente. Tutta la sera avevo scherzato fra me e me di una simile possibilità da horror ed ora mi ci trovavo immersa. Pensai a mia madre, a mio padre, persino a mio fratello, al fatto di non rivederli più, a come sarebbero stati se mi fosse successo qualcosa e rischiai di scoppiare in lacrime. Non potevo permetterlo se volevo sopravvivere, ma senza accorgermene mi addossai al mobile, facendo cadere qualcosa che era sul cassettone. L’uomo subito si drizzò e si mosse verso la camera in cui ero. Mi raggomitolai su me stessa, imponendomi il più assoluto silenzio. Un nuovo tuonò scosse la casa ed un rumore di vetri infranti echeggiò nel silenzio. L’uomo si voltò alle sue spalle irrompendo in una camera vicina. Non so cosa era accaduto in quella stanza, forse un ramo aveva rotto un vetro, forse un topo aveva fatto cedere un oggetto, fatto sta che per me fu provvidenziale. Sgusciai fuori dal mio nascondiglio e imboccai le scale per scendere, prima che lui se ne accorgesse. Vidi la porta di uscita e mi sentii felice, ad un passo dalla salvezza. Poi però udii piangere la vecchia… In un attimo, mi trovai davanti ad una scelta, una decisione estrema, che in un modo o nell’altro avrebbe cambiato tutto. Aprii la porta di uscita cercando di non pensare alla signora che poteva essere ferita, al fatto di lasciarla lì, cercando di non pensare a niente… Ero quasi fuori. Potevo correre, scappare, potevo raggiungere la casa vicina o la strada e sperare in una macchina, ma… rimasi ferma sull’uscio con la pioggia che mi sferzava in viso, quasi volesse riportarmi dentro. Sentii i passi decisi dell’uomo al piano superiore e l’istante dopo, non so come, mi ritrovai nel salottino. La vecchia era seduta per terra, vicino alla porta. Si reggeva il viso con le mani. Era spaventata, in lacrime, ma non mi sembrò ferita. La toccai e lei pianse più forte.

– Signora – bisbigliai con voce tremante, gettando occhiate preoccupate alle scale – sono io. Si ricorda? – La signora mi guardò nella poca luce. Mi fece un cenno affermativo, mentre io mi rendevo conto che l’uomo proseguiva a cercarmi al piano superiore. Bene, pensai, avevamo ancora qualche minuto. – Dobbiamo andarcene.–

La aiutai ad alzarsi, ma lei faceva resistenza.

– Signora, dobbiamo uscire… quell’uomo ha preso un coltello. –

Non capivo perché non si muovesse, non desiderasse fuggire. Era terrorizzata, forse sotto shock, era l’unica spiegazione. A meno che l’uomo di sopra non fosse un suo conoscente o un parente magari… Mi vennero i brividi a quell’ipotesi.

– Lui… Lui ci proteggerà da quell’uomo. – disse determinata.

L’aggressore non era una sua conoscenza, se non altro questo, ma la signora forse era pazza. Ancora quella storia della strana protezione. Ero impaurita ed esasperata.

– Ma quale lui! – sbottai cercando di mantenere bassa la voce – Dobbiamo andarcene adesso. –

Il nostro assalitore non ci avrebbe messo molto a perlustrare il piano di sopra e, comunque, presto o tardi il nostro parlottare così vicino all’entrata infine lo avrebbe richiamato lì. Il tempo era prezioso. Dovevamo approfittare e non volevo pentirmi di essermi fermata ad aiutare la vecchia signora. Il temporale non accennava a calmarsi, ed era ormai la colonna sonora di quella serata da incubo. Non ci facevo quasi più caso. La mia attenzione, i miei nervi come le mie orecchie erano tesi ad ascoltare i rumori del piano superiore che, ora mi rendevo conto, erano molto più netti e decisi di prima che uscissi a controllare il contatore. Prima doveva essere stato il vento o i rumori tipici di una vecchia casa sferzata dal temporale… Improvvisamente mi domandai se la luce fosse scattata da sola, se quell’uomo non avesse improvvisato quell’espediente per vedere se eravamo sole in casa… Beh, di sicuro ora lo sapeva ed era intenzionato ad approfittarne! Tremavo quasi, ma la signora pareva irremovibile nella sua fissazione senile di restare.

– Almeno si nasconda. – le dissi, sperando che potesse valere qualcosa, ma dubitandone.

Ed io? Che dovevo fare io? Pensai al telefono della casa e mi avviai cautamente in cucina, scoccando occhiate nervose alle scale e le sue ombre. Mi infilai dentro e cercai a tentoni il telefono. Mi ricordavo dove fosse per la telefonata che avevo fatto a mia madre… Quanto era passato da allora? Anni? Mesi? Sembrava un tempo inquantificabile e invece era stato quella sera stessa. Sentii rumore di oggetti infranti e grugniti di rabbia. L’aggressore al piano di sopra si stava spazientendo. Trovai il vecchio apparecchio quasi subito, anche grazie alla luminosità proveniente dall’esterno e cominciai a girare il disco nel tentativo di comporre il numero d’emergenza. Sembrava che gli scatti del disco riempissero la casa sovrastando persino i tuoni ed il mio respiro accelerava ad ogni attimo. Per fortuna il numero era breve. La voce che rispose dall’altra parte era metallica e poco comprensibile, ed io imprecai fra me ripensando a quanto era stata dura capire e farsi capire da mia madre… ed allora avevo avuto tempo…ora non potevo fermarmi a pensarci, speravo solo che dall’altra parte capissero, intuissero almeno qualcosa.

– Aiutateci. – bisbigliai – Aiutateci, per favore. C’è un uomo armato in casa. Siamo… –

Qual era l’indirizzo? Non lo ricordavo più. Rimasi muta qualche istante, il tempo utile per rendermi conto che i suoni al piano superiore si acquietavano e con essi anche il temporale si zittiva, quasi lo facesse apposta. Un attimo dopo l’uomo era sceso nell’entrata. Caracollò in cucina senza accendere le luci, ora disponibili. Forse non voleva attirare l’attenzione di possibili macchine di passaggio sulla strada o forse voleva il vantaggio dell’oscurità, comunque questo fu a mio favore. Mi ero rifugiata sotto il tavolo, portando con me il telefono, il cui filo, per fortuna, era abbastanza lungo da non attirare l’attenzione adagiandosi perfettamente al suolo. Tenevo la conversazione aperta, sperando nei soccorsi e stringevo fra le mani la cornetta rivolta contro il petto. Avevo paura che potesse giungere all’uomo il gracchiare della voce metallica dall’altra parte. Col respiro spezzato, osservai le gambe dello sconosciuto farsi avanti, introdursi dentro con cautela. Immaginai che di lì a poco avrebbe guardato sotto il tavolo, ma non lo fece, non subito. Stava esplorando il resto della stanza, mentre il mio cuore accelerava fin quasi ad esplodere ed il panico minacciava di risucchiarmi. Resistevo immobile con fatica. Passò una volta sopra il filo del telefono senza accorgersene compiendo un giro della stanza e, quando ritornò sui suoi passi, mi venne un’idea. Tirai il filo di scatto, proprio davanti a lui, e se ciò non lo fece cadere, almeno lo sbilanciò quel tanto per consentirmi di uscire dal mio nascondiglio e dargli un colpo in testa con il grosso apparecchio telefonico. Alle prime imprecazioni dell’uomo per l’improvviso squilibrio, si aggiunsero il trillare di una campanella stonata e un tonfo quando il telefono colpì il bersaglio, più un’esclamazione di dolore e il tintinnare di un oggetto che cadeva, forse il coltello. Non mi fermai a guardare. Cercai di fiondarmi fuori della cucina e poi via da quella casa, ma le mie intenzioni di libertà vennero gelate dalla mano che mi agguantò saldamente la caviglia. L’uomo, ora carponi, non era disposto a lasciarmi andare. Mi girai e nella poca luce ne intravidi il volto, il ghigno feroce, e capii… Era lì per me. Ero l’obbiettivo, la preda. Ne ero consapevole come la gazzella di fronte al leone. Poi mi parve un paragone troppo nobile e pensai che non esisteva animale che non si offendesse nel confronto con quell’essere e con ciò che voleva farmi. Ero spacciata. Non era disposto a vedermi fuggire. Fu lesto a tirarmi a terra, ad afferrarmi ai fianchi, anche se io mi dibattevo e lo tempestavo di colpi alla faccia e alla testa urlando. Un urlo il mio che pareva avere un’eco o un prolungamento.

– E sta’ ferma! – ringhiò lo sconosciuto con voce roca e rabbiosa.

Mi diede un ceffone, mentre mi sovrastava, ed io mi ritrovai confusa con la vista annebbiata, ma pareva che continuassi ad urlare, benché la voce non fosse mia. Mi resi conto, riprendendo a lottare con maggiore foga, che la vecchia signora era sulla porta e che era lei il prolungamento del mio urlo, dei miei lamenti, delle mie implorazioni. Ma l’assalitore pareva non fare caso alla donna. Cercava di tenermi ferma e al contempo le sue mani avide puntavano a spogliarmi. L’anziana si gettò su di lui, tempestandolo di colpi alle spalle e alla testa, ma l’uomo l’allontanò bruscamente come fosse fatta di pezza. Il suo intervento però mi concesse la possibilità di frapporre le mie ginocchia fra me e lui. E mentre puntellavo le gambe contro il corpo che odorava di birra e sudore del mio assalitore dai vestiti bagnati di pioggia, nel tentativo di tenerlo lontano da me, ogni angolo della mia mente si ribellava e inorridiva. Il terrore si mischiava all’intorpidimento dei miei arti. L’uomo era più forte di me e presto mi avrebbe sopraffatta. Ma non poteva accadere, non doveva. Mi ritrovai lo sguardo velato di lacrime che copiose mi rigavano il viso e tutto intorno a me parve tremare. Sembrava che il mio mondo stesse per crollare. Poi l’uomo inaspettatamente allentò la presa ed io riuscii a scivolare via da lui fino alla porta, dalla signora che mi abbracciò protettiva. E mi resi conto che non era stato il mio mondo a tremare, ma il mondo di tutti… o meglio, quella parte di mondo. Le credenze, il tavolo, le stoviglie, tutto tremava, tintinnando, sbuffando, crepitando. Le ante sbattevano, i vetri vibravano. Tutta la cucina era in fermento. Le buste della spesa si rovesciarono spargendo ovunque il loro contenuto. Anche il frigorifero si aprì, inondando di uno spicchio spettrale di luce la stanza e l’uomo. Il temporale rimbrottava soltanto, mentre vari oggetti ricadevano sul maniaco rimasto carponi, sorpreso e irritato per essere stato interrotto. Quel terremoto era provvidenziale, ma mentre io e la signora restavamo sotto l’arco della porta, gettai uno sguardo verso l’entrata ed il salotto attiguo. Mi parve che lì nulla si muovesse, che una calma immota avesse avvolto quelle camere, come se, oltre la cucina, ci fosse una campana di vetro che proteggesse ogni cosa. No, mi dissi, mi stavo sbagliando, non era possibile. Ero ancora sotto shock. Il terremoto non poteva interessare solo una parte della casa!  A livello razionale sapevo che quello era il momento opportuno per scappare, ma le mie gambe si rifiutavano di muoversi. Restavo aggrappata alla vecchia che ora era estremamente calma. Illogico anche questo. Mi voltai verso l’aggressore. Si era alzato, si era spostato, ma restava il bersaglio di oggetti che cadevano. Guardò verso di noi e rividi l’espressione feroce, lo sguardo bramoso. In quello strano terremoto senza apparente fine, lo vidi avanzare verso di noi deciso… E qualcosa gli arrivò violentemente in testa, mentre una sedia gli cadeva davanti all’improvviso, quasi si fosse materializzata dal nulla, facendolo cadere. Le imposte iniziarono a sbattere prima lentamente, poi sempre con maggior frequenza. La luce del frigorifero iniziò a lampeggiare ed io affondai il viso nei vestiti della signora, unica presenza ferma… Il profumo di lavanda mi entrò fin dentro l’animo. Non volevo più guardare, non volevo sapere cosa stesse accadendo. Terrorizzata, rimasi nella mia oscurità al sapore di lavanda, mentre percepivo le grida di colui che era stato il mio aggressore insieme ad altri suoni che non capii. Avvertivo la paura, lo sbigottimento e infine il terrore dello sconosciuto, mentre pareva che qualche vento gelido fosse entrato nella stanza. Forse si era rotto un vetro, ma non osai guardare. Passò un tempo indefinito, poi l’estremo silenzio. La signora mi scostò gentilmente da sé e mi guardò sorridendo. Era pallida, ma tranquilla.

– Tutto finito, piccina. – disse solo.

Incredula, sconvolta, guardai in cucina. Ogni cosa sembrava normale. Tutto immoto. La signora accese la luce ed io sussultai. Il temporale era passato, infine. Dai vetri intatti intuivo che non pioveva più. Tutto era calmo, al suo posto, come se non ci fosse stato alcun terremoto e… Non c’era più nessuno.

– Dove… dov’è finito? – chiesi tentennando.

Non potevo essermi immaginata tutto. L’aggressione nell’entrata, la corsa per nascondersi al piano superiore, i tentativi di far fuggire la signora reticente, la mia telefonata e la colluttazione in cucina in cui stavo rischiando di soccombere… No, non potevo essermi immaginata tutto, ma ripensando al terremoto circoscritto, al vento gelido, agli strani rumori a cui non sapevo dare un senso, non ne fui più sicura. Poi notai il telefono antico a terra, ed il coltello sfuggito dalle mani dell’aggressore. Era successo, mi dissi, almeno fino a quando non lo avevo colpito…

 – Ora è tutto a posto. – fece ancora la signora, accomodandosi al suo tavolo e invitandomi a fare altrettanto.

Le buste della spesa era lì dove le avevo lasciate, intatte. Meccanicamente accettai il suo invito, sedendomi ad una sedia e domandandomi se non fosse la stessa che avevo visto fiondarsi fra le gambe del mio aggressore. Rimanemmo in silenzio per un tempo senza tempo, mentre io cercavo di riallacciare i pensieri sconvolti su eventi che non comprendevo. Per un po’ tutto perse coerenza, poi sentii dei rumori, delle voci. Tutto si mosse intorno a me in un vorticare di immagini, parole rassicuranti e luci ad intermittenza. I soccorsi, capii soltanto. Sentii la vecchia signora raccontare quella tremenda serata, dalla luce che andava via all’aggressione in cucina, con i nostri tentativi di difesa. Non fece accenno però al terremoto o al fatto che l’uomo era semplicemente scomparso dalla cucina. Io confermai ogni cosa. Una poliziotta donna mi si avvicinò e mi chiese se stavo bene. Le dissi che era solo spaventata, ma tutto ancora vorticava nella mia testa. Mi ritrovai in me soltanto quando vidi mio padre. Mi abbracciò ed io piansi a dirotto. Mi accompagnò verso l’auto ed osservai mio fratello mettersi sulle punte per vedere meglio oltre il capannello di macchine della polizia che occupavano il viale della casa.

– Lo hanno trovato! – fece mio fratello con rabbiosa rivalsa nella voce – Il bastardo non è andato lontano. –

– Come? – replicai io ancora non pienamente in me.

– Quel bastardo che ti ha aggredita… Anche se è fuggito, dopo che tu e la signora vi siete difese, non è andato lontano. –

Fuggire? Come aveva potuto farlo se noi eravamo davanti all’unica porta e le finestre erano chiuse? Sentii che mio padre parlava con un poliziotto e riuscii a capire solo l’ultima parte del discorso.

– …un recidivo. Era ricercato già per violenza sessuale, aggressione aggravata a danno sempre di giovani donne. Lo abbiamo trovato malconcio e privo di sensi ai piedi di un piccolo dirupo qui vicino. –

Il poliziotto poi si rivolse a me:

– Ti deve avere seguita. Forse non te ne sei resa conto, ma aveva fatto così con altre due ragazze.-

Alla fermata dell’autobus, ricordai, l’uomo che mi fissava, i suoi sguardi libidinosi… Sì, era la stessa persona. Lo dissi. Il poliziotto fece un cenno affermativo col capo e tornò a parlare coi suoi. Io ripercorsi con la mente ancora una volta la sequenza degli avvenimenti di quella strana, terrorizzante sera, ed una frase della signora tornò ad assillarmi: “Lui ci proteggerà!”.

Mi voltai verso la casa e sulla porta vidi la signora. La sua piccola figura curva era illuminata dalle luci della casa e dei lampeggianti della polizia. La osservai sorridere in mia direzione. Qualcosa mi si strofinò ai pantaloni ed io sussultai. Guardai gli occhi verdi del gatto che infine mi aveva ritrovato anche in tutto quel trambusto. Lo presi in braccio e riguardai verso la signora. Non era più sola. Un’alta figura torreggiava accanto a lei, come un vecchio ricordo dai tratti d’altri tempi… Baffi spessi, viso serio… Mi ricordò una fotografia che era nella cucina della vecchia signora, una foto di lei e suo marito defunto… Mi vennero i brividi. Riguardai verso la donna, ma era di nuovo sola col suo dolce sorriso. Mi ritrovai a sorriderle anch’io, un sorriso che sapeva di un segreto comune, di una verità che non molti avrebbero accettato. Avevo adesso le mie risposte su ciò che era accaduto quella sera. La signora non era pazza: lui ci aveva salvate sul serio!

Non mi sarei mai più scordata la serata passata in quella casa sulla collina boscosa…

Fine

Maria Stella Bruno

Un mio racconto su… “Cercatori di Parole”!

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