Scheda libro: VENTUS MIRABILIS, #raccolta di #racconti

Titolo: VENTUS MIRABILIS

Autore: M.S.Bruno

Data di pubblicazione: 28 Maggio 2017

Formato: e-book (Formato Kindle)

Prezzo: 0,99€

Link d’acquisto: https://www.amazon.it/dp/B072PWD89Y

Descrizione: 

“Ventus Mirabilis è una raccolta di miei racconti. Un vento fantastico, appunto, che unisce le nove storie, alcune di mistero e introspezione, altre ironiche, folli o semplicemente malinconiche che comunque vogliono narrare un “attimo”, un avvenimento, lungo o breve, ma che lascia emozione. Non tutti i racconti sono inediti, perché già stati presentati sui social media o nei blog, ma qui vengono da me riproposti corretti e, in alcuni casi, completamente stravolti per offrire al lettore la migliore versione di essi. Ma sia che vogliate perdervi in un bicchiere di scotch o cercare di vedere il vento, scrutare nella nebbia, prendere un autobus o inseguire un cane, sappiate che non tutto è così semplice come appare. L’imprevisto, l’assurdo o il meraviglioso si celano in ogni cosa… Quindi, vi auguro buona lettura! Fatevi rapire da Ventus Mirabilis…”
– M.S. Bruno

Racconti:
– Un bicchiere di scotch
– Il Medico e il Cane
– Vedere il vento…
– La casa sulla collina boscosa
– Nebbia
– La rosa rossa dal lungo stelo
– La corsa diabolica
– Malinconiche Ortensie
– Ventus Mirabilis

Estratto:

“A un certo punto della vita c’è chi si trova in una foresta buia conscio di aver perso la via giusta, c’è chi invece non se ne accorge nemmeno, non si fa domande o magari la via non riesce più neanche a vederla… Io? Io mi ritrovo in un bar. Sì, un bar. Non è originale, è una cosa già vista, infinitamente meno poetica, ma, si sa, sono figlio dei miei tempi. Ci si deve rassegnare.

Osservo il bicchiere che ho in mano e il liquido scuro al suo interno. Non ricordo di aver ordinato niente, ma perché dovrebbe aver un senso l’aver ordinato oppure no, non ricordo neanche di essere entrato qui… Mando giù l’alcolico senza pensarci. Scotch, ne riconosco il sapore. Mi guardo finalmente intorno. Non c’è quasi nessuno, solo ombre senza contorno che confabulano a tavoli lontani. Sono seduto al banco, uno di quei lunghi banchi di bar con gli sgabelli alti dal cuscino rotondo. Ho davanti a me, dall’altra parte del bancone, scansie ricolme di liquori e, dietro di essi, vi è uno specchio, simile per colore al liquido che avevo avuto nel bicchiere. Intravedo il mio riflesso. Comincio ad avere qualche ciocca bianca fra i capelli neri, ma non mi considero vecchio. Sono un uomo ancora abbastanza giovane, mi convinco. Ritorno a osservare il locale anziché il mio volto magro e affilato. L’aria è un po’ quella di un film, un vecchio film, con la musica di pianobar in sottofondo e il barista pronto ad ascoltare i tuoi problemi. Ma qui non c’è un barista, mi dico, ma un attimo dopo mi devo ricredere. Mi dà le spalle. Pulisce boccali. Poi si volge, afferra una bottiglia e riempie nuovamente il mio bicchiere.

Il mio barista è un uomo senza volto, sì, letteralmente. Non ha naso, occhi, labbra, gli mancano persino le orecchie. Sembra un manichino con una semplice parrucca stopposa in testa, uno di quei manichini da crashtest bardati a festa. Tipico, penso, colui che dovrebbe ascoltare i miei problemi non ha un volto, non ha parvenza umana, empatia che traspari dai suoi lineamenti, non ha neanche le orecchie per sentirmi. Sorseggio questa volta il mio scotch e sorrido amaro fra me considerando…” da “UN BICCHIERE DI SCOTCH” 

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La corsa diabolica

392098_10151049396803240_27932583_nGiornata pessima, una di quelle in cui ti svegli dopo poche ore di sonno (dopo troppe ore alla scrivania o semplicemente perché i tuoi occhi si sono aperti, scattando come ad una sveglia, senza nessun motivo preciso) e ti senti la testa che comincia a fare male e l’unico desiderio che avresti è restare immersa sotto le coperte e far dimenticare che esisti, ma hai impegni per quel giorno e non li puoi rimandare.
Così ti alzi, con l’aspetto del quadro di Picasso “Donna che piange”. Cerchi di ricomporre la tua faccia al meglio delle possibilità, quando ti rendi conto che l’orologio ha preso a correre e tu, seguendo il suo esempio, ti “getti” giù dalle scale, fai quasi correndo la strada per raggiungere la fermata dell’autobus. Ed ecco che comincia la vera Odissea di qualsiasi pendolare di provincia… Mentre ci si macera nel quesito: “Ma oggi passerà?”, si aspetta in piedi, impazienti, e le macchine ti sfrecciano davanti con la gente dentro che ti fissa come se non capisse o sembrasse loro curioso la visione di un essere umano che attende l’arrivo dell’autobus. Qualcuno ti guarda e ride e tu non sai se lo fa perché, provenendo dal capolinea, non ha visto neanche l’ombra di un autobus e pensa, con una nota di sadismo: “Aspetta, aspetta, ci fai le radici là!”, oppure perché ha notato quella faccia scomposta che ti ritrovi e che invano ti sei sforzata di nascondere.
Comunque, a quel punto, i nervi che avevi prima di uscire sono ormai duplicati. Poi, dopo un’attesa che sembra interminabile (cosa da volere una flebo di camomilla!), finalmente lo intravedi ed è come un miraggio… L’autobus… Viene verso di te, spedito e per un attimo temi che, malgrado i tuoi segnali, voglia proseguire dritto, senza fermarsi. Allora ti immagini nelle vesti di Gandalf davanti al Balrog che urla: “Tu non puoi passare!” e per l’occasione aggiungi: “senza di me!”, ma poi, all’ultimo secondo, l’autista s’accorge che esisti, mette la freccia ed accosta… Tu pensi: “Ok, è già un passo in avanti. Sono salita, ormai. Mi aspetta la mia meta”, ma, come dice il saggio, è il viaggio ad avere importanza, e tu sai che ti aspetta una “guerra” su quel mezzo…
Dici un timido “Buon Giorno” e scruti (come vieni scrutata) i tuoi compagni di corsa. Non molti, pensi, ma abbiamo da poco lasciato il capolinea e ci sono ancora posti (anche se, ancora una volta, hanno messo per quella corsa un autobus con pochi sedili, del tipo: “11 posti a sedere, 50 all’in piedi” ). Così, sprofondi nel sedile e con gli auricolari ascolti musica a tutto volume dal tuo Mp3, d’altronde ti aspetta un’ora di viaggio…
Cinque minuti, non più e, senza neanche rendertene conto, l’autobus è ormai pieno e ne hai consapevolezza poiché ti senti osservato da tanti occhi malevoli. Ti accorgi che una decina di vecchie signore hanno preso di mira il posto da te occupato e ti guardano come se fossi una usurpatrice, scoccandoti occhiate infuocate. A quel punto entri nel dubbio. Ti chiedi: “E che è? Ci sono solo io seduta su questo autobus?”… Mentre ti arrovelli pensando: “Mi alzo o no?” (considerando che hai poche ore di sonno e rischi di cadere supina per terra), l’autobus si ferma a prendere nuovi passeggeri ed una nuova schiera di vecchi sale… Quasi ti sembra di udire il “Bip… Bip… Bip…” del loro radar, poiché, dopo qualche attimo, nel guardarsi intorno pare che individuino proprio te e, dopo averti localizzato con un “Bip, Bip, Bip” sonoro, si uniscono agli altri vecchi nello scoccare occhiate malevole. E ti chiedi: “Sono sveglia, non soffro di manie di persecuzione, ma allora perché non rompono allo studente due sedili più in là e lasciano in pace me e le mie occhiaie?”.
Non hai risposta al quesito, forse solo una: sei una calamita per le vecchiette… Ti senti poco bene e, per la prima volta in vita tua, decidi di ignorare quegli sguardi e ti tieni il tuo posto.
Altra fermata. Stavolta sale una madre con un bambino. “Su, tesoro, sta qua!” dice la madre al bimbo e lo piazza a tenersi proprio davanti a te. Tu lo guardi e vedi che perde bava e senti la madre dirgli: “Ora ti passa, tesoro. Non vomitare!”.
E’ la goccia che fa traboccare il famigerato vaso. Ok, ti dici, hanno vinto. Il bambino vomitante proprio No. Adocchi una delle vecchie, quella stile “Psycho”, le cui occhiate erano più cariche d’odio e le dici: “ Signora, vuole sedersi?”. Quella neanche di risponde con un grazie (forse non ti da persino il tempo materiale per alzarti) e si piomba al tuo posto con sguardo furente e bramoso. Con una certa nota di soddisfazione a quel punto ti ritrovi a pensare: “Che se la veda lei col bambino vomitante!”, ma poi resta il fatto che sei in piedi e che il viaggio è ancora lungo.
La testa ti gira e non sai se è per le curve che l’autista prende stile rally o Formula Uno, come uno Schumacher dei poveri, oppure per quelle stramaledette ore che ti mancano di sonno. Avresti problemi a restare in piedi se non fossi compressa come una sardina e se un gomito di qualcuno non ti sfondasse il fegato facendoti da punteruolo.
Della vecchia “Psycho” e del bambino vomitante non sai più nulla, poiché ti sei allontanato e la ressa ha fatto “muro” intorno a te. Il vociare ormai è assordante, trilli di vari telefonini si susseguono come altrettanti: “Pronto” urlati. Tu hai rinunciato a sentire musica da un pezzo e ti auguri che l’autista non si fermi più, poiché, consideri, se qualcuno entra dalle porte, altri sfonderanno urlando la finestra… E ti rammenti dell’andare a lavoro di Fantozzi, dell’autobus che tentava di prendere, e lo capisci…
Il viaggio prosegue e, se gioisci per qualcuno che scende ed immagini lo spazio che si formerà, dura poco poiché il doppio dei passeggeri sale nuovamente e tu sei combinata peggio di prima… Pressato… Gli odori si uniscono ad altri: sudore, profumi dolciastri e di vario genere… pesce (e ti chiedi come mai quest’ultimo “odore”, poiché non si è passati davanti ad alcun mercato) e cominci ad essere insofferente. Sei salita alla seconda fermata e devi scendere alla terzultima, ma non ne puoi più. Cerchi di capire dove sei, dove l’autobus è giunto, ma la gente copre a momenti pure i finestrini. Poi ti rendi conto che ci vuole ancora un po’ alla tua fermata, ma non ti interessa. Sgomiti, cercando di arrivare al campanello per prenotare la fermata. Suoni come se fosse una conquista. Sgomiti ancora per arrivare alle porte, cercando di non inciampare in zaini, borse della spesa ( ti aspetti di trovare quasi cani, pecore, cavalli, ecc… ) e altre zaffate di odori vari ti avvolgono e preghi così che l’autobus si fermi presto. Sono attimi lunghissimi…
Poi, si ferma e tu ti getti fuori respirando lo smog come se fosse aria di campagna. Vedi l’autobus proseguire il suo viaggio infernale, ma non ti importa. Sei ancora lontana dalla tua meta, è vero, ma i tuoi piedi sono il migliore mezzo… E sorridendo per essere ancora viva, ti incammini…
Maria Stella Bruno