Non c’è pietà

Piccole spoglie

di impresso tormento

giacciono dimenticate

nel mezzo dell’umana frenesia.

Pelo bianco e nero,

un tempo eri molto di più

di quei resti

senza quasi più spessore…

Eri agilità e vita,

occhi profondi e fusa dorate…

Ma l’indifferente stupidità

si muove brusca su questo mondo.

Non c’è pietà fra fratello e fratello.

Non c’è pietà fra creatura e creatura.

Vergognati, umano,

che di umano non hai niente!

M.S.Bruno

dalla raccolta “Le Rocce del Naufrago”

 

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Sincero inverno

Sincero inverno

che di pretese ne hai poche,

non dichiari di essere altro.

Freddo, duro, spietato

non menti su ciò che offri.

Falsa estate

invece tu ti vesti di sorrisi,

ma covi in te serpi di fuoco

che mi beffano.

Che importa il caldo,

il bel tempo o la placida brezza,

se non mantieni le promesse?

Se mi intrappoli in reti

senza riposo?

Vattene, finta estate!

Preferisco il buio e il gelo,

la pioggia e la tempesta

perché son quel che sono,

non tradiscono.

E nella saccente e sarcastica esistenza,

se altro non si può avere,

datemi almeno un sincero inverno…

M.S.Bruno

dalla raccolta “Le Rocce del Naufrago”

Arida

Arida
è la sorte.
Infeconda
di colori e suoni.
Né fuoco né giaccio
abitano
queste lande,
ma il nulla che consuma.
Maledizioni
senza sonno
lastricano un selciato
scolpito nel nulla.
Quanti nomi
per la casa di Ade,
quante occasioni
negate sull’altare
del dovere.
E nel gioco di Crono
si sgretolano persino le ombre.
Il problema non è la fine,
ma l’agonia…

M.S.Bruno

dalla raccolta di poesie “Le rocce del naufrago”

Ardeva. Era come un fuoco che gli consumava la pelle dal di dentro…

Ardeva. Era come un fuoco che gli consumava la pelle dal di dentro, gli levava le forze, il respiro, lo spegneva pian piano. Un nucleo freddo, invece, imperniava il suo stomaco, mentre dolori a fitte gli paralizzavano gli arti. Il mondo intorno a lui, poi, era quasi senza consistenza. Capiva vagamente che era giorno, che Bria gli era accanto a provare i medesimi patimenti. Stava morendo, come lui… Di tanto in tanto ne sentiva i nitriti straziati, ed erano sempre più flebili. Bria era una cavalla anziana, forse la sua agonia sarebbe durata meno di quella di lui.

Ma Vidas non voleva arrendersi. Sentiva su di sé l’amara ironia di morire senza capirne il perché. Che senso aveva avvelenare un bastardo, un figlio illegittimo che non poteva ambire a nulla, quale lui era? Avvelenato, ripeteva la sua mente, perché aveva paura che quel pensiero gli sfuggisse come tutto il resto. Era una fra le morti peggiori. Ma come era stato avvelenato? Quando? …Non riusciva più a pensare. Capiva che le risposte erano lì, in un angolo della sua mente, ma cominciava a perdere coerenza. No, non voleva morire… Ma il fuoco ardeva dentro di lui… Aveva bisogno di acqua. Un angolo della sua mente parve reagire a quel desiderio, come se in esso ci fosse stato ogni risposta alle sue precedenti domande, però il pensiero arse anch’esso nel fuoco. Vidas si aggrappò con le dita alla terra fertile, afferrando essa come se fosse la sua stessa vita. Un rigagnolo di acqua fangosa scorreva lì vicino. Si trascinò, così, verso di esso, facendo appello a ogni fibra di forza che ancora possedeva. Ficcò il viso nell’acqua limacciosa in cerca di sollievo, bevve anche, ma non avvertì neanche il sapore amaro del liquido. Allora si girò, viso al sole, incapace di far altro se non aspettare che giungesse la fine. La rabbia, lo sconforto si perdevano nelle fiamme che lo divoravano dall’interno, quelle fiamme immense che spegnevano la sua anima… Moriva…

Le ombre scendevano su di lui… Faceva sera o erano uccelli rapaci già pronti a divorare la sua carcassa? Raggi di sole ferivano ancora il suo unico occhio. No, erano avvoltoi. Gli parve di sentire i loro versi… Inarticolati, incomprensibili, ecco com’erano… Furono su di lui in un istante. Ombre che danzavano, ombre che lo toccavano… Ebbe qualcosa di fresco sulle labbra e poi avvertì che gli scendeva in gola. Sentì il gelo nel suo stomaco espandersi e poi contrarsi, agitarsi come se fosse in preda alla tempesta, ed ebbe bisogno di vomitare. Rimase prono a lottare col suo stomaco per un tempo che parve interminabile, mentre le ombre si muovevano intorno a lui con parole che pian piano ebbero significato. Gli sembrò di rovesciare tutto ciò che aveva dentro, persino gli organi interni, prima di accasciarsi di nuovo stremato al suolo. Dovette dormire, perché si ritrovò, senza sapere come, avvolto in coperte pulite. Il fuoco si dibatteva ancora nelle sue vene come flebile fiamma e la testa pareva scoppiargli, ma i suoi pensieri erano coerenti, la mente lucida. Sapeva che era stato aiutato…

Brano tatto da “Le Terre degli Inganni” di M.S.Bruno

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Mantelli di seta

Solitudini

che scivolano addosso

come impalpabili e ingannevoli

mantelli di seta,

gravano sull’animo

nell’orgoglioso vestito

di ferro e lame.

M.S.Bruno

dalla raccolta “Le Rocce del Naufrago”

Vita e morte – Un #brano de “Le Terre degli Inganni”, romanzo #fantasy

La trappola dentata, arrugginita e smussata dagli elementi, era entrata nella sua carne profondamente. La mano che l’aveva brandita era stata feroce e senza pietà, eppure, oltre le nebbie del dolore, la sensazione di gelo che si alternava a quella delle braci ardenti, gli dicevano che era ancora vivo. Sì, lo era, si rialzò cauto Monar. La testa gli girava e i rossi raggi del sole erano simili a lame di sangue, ma era vivo e… solo. Manstet era sparito. Lo aveva creduto morto o forse prossimo alla fine e sicuramente poco ci mancava che così fosse davvero. Il sangue gli colava giù lungo il corpo, impiastricciando i suoi capelli e i vestiti, mentre le tante ferite dei denti arrugginiti che erano alla base del suo collo, gli pulsavano in maniera irrefrenabile. Seppe che sarebbe morto dissanguato se non avesse trovato aiuto, oppure lo sarebbe stato ad opera di qualche bestia feroce che avesse fiutato il suo sangue con l’arrivo della notte. Provò a camminare, ma non riusciva a stare dritto. Ogni passo non andava dove egli avrebbe voluto. Ma doveva raggiungere il suo cavallo, sempre se Manstet non se l’era portato con sé… Le palpebre gli si chiusero, mentre scivolava in ginocchio quasi senza rendersene conto. Non aveva più forze e in un soffio, con ironia, considerò che Manstet aveva vinto il loro combattimento e che la cosa faceva male al suo orgoglio. Era giusto pensare all’orgoglio, sentirlo ferito, mentre si moriva? Forse no, rise come se ridesse verso la morte stessa, ma era solo un uomo. E non c’era creatura più complicata… Faceva anche filosofia, adesso? Si prese in giro… Moriva, ma non in ginocchio, decise. Con le ultime forze si alzò in piedi e si forzò ancora a camminare. La sua spada, dov’era? Sul sentiero, si rispose. Non c’era altro da fare, doveva raggiungere la strada, sia se voleva tentare di salvarsi, sia se voleva morire con onore… E per una volta vita e morte seguivano la medesima via…

Da “Le Terre degli Inganni” di M.S.Bruno, secondo volume de “Le Terre degli Inganni”

 

Farfalla

Bianca farfalla
che vivi il tuo splendore,
voli fra le erbe
raccogliendo su di te
petali di sole.
Cerchi il colore,
il nettare del fiore.
Profumi di primavera,
di sogno e favola.
Sei delicata
come un frammento
di arcobaleno,
ma sei forte nei tuoi desideri,
come roccia di basalto.
Ami la vita
anche se sai
che essa
potrebbe darti solo
poche ore…

M.S.Bruno

Da “Ombre nel Vento”

Un brano da “LE TERRE DEGLI INGANNI”, romanzo fantasy

“Cytia degli Orsi aveva rivisto tornare Xaver e parte del suo seguito con estremo piacere. Le era rammaricato non poco vederlo partire, non solo per i misteri che portava via con sé, ma anche perché ne era rimasta affascinata. Ne era attratta, non poteva negarlo. Non era soltanto per il suo aspetto, ma ammirava anche il suo coraggio, la sua forza e il suo temperamento. Certo, il fatto che possedesse un bel corpo muscoloso e atletico, un mezzo sorriso, quasi in tralice, ammaliante, e occhi d’ambra che scrutavano con intensità, lo rendeva ancora più appetibile. Ed ora che Monar non c’era, era libera di comportarsi come meglio credeva nei suoi riguardi. Nessun legame di sangue univa lei a Xaver, quindi era caccia aperta. Lo avrebbe conquistato e forse avrebbero potuto guidare il Clan degli Orsi insieme… Anche se per far ciò lui avrebbe dovuto rinunciare al Clan dei Falchi. Dovette dare un freno alla sua immaginazione, ridendone con se stessa. Si stava comportando come una fanciulletta qualsiasi che sognava il suo sposo e l’abito da indossare. No, lei non era così! Era una guerriera, una donna avvezza a comandare sugli uomini e non a ricevere da essi alcun comando. Era la prima donna a essere diventata Erede e sarebbe stata quindi la prima a ricoprire il ruolo di capoclan. Come Signora degli Orsi, avrebbe generato dei figli che avrebbero portato il suo stesso nome e, qualunque uomo avesse scelto di sposare, sarebbe stato solo di secondaria importanza rispetto a lei. Xaver
avrebbe accettato tutto ciò? Certamente no. La sua indole lo portava a non essere secondo a nessuno, proprio come lei, ed era anche per questo che ella lo trovava irresistibile. Sarebbe stata una sfida anche portarselo a letto. Piacevole sfida! Sorrise Cytia, mentre invitava chi aveva bussato ad entrare…”

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In attesa di una sorpresa, ecco… Ombre nel Vento

Prossimamente, vi farò partecipi di una piccola sorpresa, ma intanto vi lascio un indizio…

😘😁😉

Ombre nel vento

Tace la luce
nell’allungarsi dell’ombra,
nei miraggi trasportati
dal riverbero del tempo.
Illusioni solerti
di quelle ombre
che danzano
che corrono
che volano
nel vento,
come foglie d’autunno.
Desertica piana
nella fredda notte
imminente,
nel’ultimo riverbero
di sole,
ammira
le ombre nel vento.

M.S. Bruno

 

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