Una rosa rossa dal lungo stelo

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Densa di commozione e malinconia, è la voce di mia nonna quando mi racconta la sua storia, la storia di un amore profondo e vero, che è durato più di cinquant’anni e non si è spento neanche nell’ultimo respiro di lui. Una storia che sa di antico, del pudore di altri tempi, quasi fosse una vicenda rubata da un film ingiallito o da un diario ritrovato chissà dove. Ero… nell’età in cui si aspetta, trepidante, di provare la magia dei primi battiti d’amore, la prima volta che me la raccontò e da allora assaporai ogni parola immaginando, sperando, che un giorno qualcosa di simile toccasse anche a me.
Era il 1946, la guerra era appena finita e si cercava alla meno peggio di ricostruire le cose. Il Paese, da Nord a Sud, riprendeva faticosamente a vivere, bramando di ritrovare una normalità in un mare di macerie. Stella era una giovane di ventidue anni, portava i capelli sciolti in boccoli lunghi neri sulle spalle, ed aveva lo sguardo trasognato di chi è stato cresciuto in una serra per fiori delicati. La paura della guerra, le bombe, la morte, l’avevano solo sfiorata, letteralmente. Suo padre, un galantuomo avventuroso, in questo era stato molto bravo. Figlia unica, le era stato insegnato tutto ciò che poteva essere utile ad una futura sposa. Dopo il diploma magistrale, impegnava le sue giornate nelle lezioni di piano.
Quel giorno era uno come tanti, lo scirocco ruggiva fra i palazzi della bella Messina, adagiata mollemente sulle rive dello stretto. Stella camminava veloce per raggiungere la casa dell’insegnante di piano che viveva sulla stessa strada di casa sua. Ma era destino che quella volta non ci sarebbe stata lezione.
– Il figlio della nostra vicina è a Palermo col tifo. Sta molto male! – le disse l’anziana insegnante. – Povero giovane, dopo la guerra anche questo! Dovremmo pregare. –
Sì, era giusto, pensò Stella. Pregarono per tutto il tempo della lezione, per quel giovane che ella non conosceva, con ardore, con compassione, sperando che superasse la malattia. E forse furono quelle preghiere a contribuire alla guarigione.
Passò del tempo e per Stella la vita procedeva come sempre. Molti uomini avevano iniziato a notarla ed alcuni avevano già chiesto a suo padre la possibilità di corteggiarla, ma egli non aveva dato il suo assenso a nessuno, neanche al figlio di un amico. Era un crepuscolo d’oro e sangue quello in cui i miei nonni si videro per la prima volta. I loro rispettivi giardini erano separati da una bassa recinzione, quindi fu facile per i loro sguardi incontrarsi. Alto, dalle spalle larghe, dal viso forse un po’ pallido, ma con due occhi profondi, sinceri che la guardavano dolcemente, ecco come le apparve lui. Bellissima come un angelo, dagli occhi luminosi come il suo nome ed il viso perfetto, così gli apparve lei. Giuseppe, però, sapeva chi aveva di fronte, glielo avevano raccontato. Era la giovane che aveva pregato per lui, per la sua guarigione. Era venuto a ringraziarla, ma non si aspettava che fosse così bella.
Cominciarono a parlare semplicemente, e diventarono amici. Così Stella seppe di come lui si stesse laureando in giurisprudenza con le proprie forze. L’università la pagava con borse di studio, ed i libri, beh, quelli che non poteva comprarsi li trascriveva a mano nelle biblioteche, come gli antichi monaci. Ricordo bene la sua scrittura, quanto minuta fosse, nata probabilmente per necessità di trascrivere più nozioni in una sola pagina. Ma Giuseppe aveva dovuto interrompere la sua vita universitaria. La guerra, il richiamo della Patria, lo aveva colto nel mezzo degli studi. Ora che tutto era finito e che del tifo non c’era più traccia, se non nel bastone che portava, aveva ripreso a studiare.
– Ma tu porti il bastone… – osservò una volta Stella – …non me ne ero resa conto, finora. –
Come poteva? Forse per pudore, Giuseppe aveva cercato di non ostentarlo. Lui le sorrise e lanciò il bastone lontano, nelle erbe alte.
– Adesso non ne ho bisogno. – disse con semplicità.
Stella ne rimase colpita. Aveva paura che potesse cadere e non voleva che fosse per colpa sua. Ma mio nonno non cadde mai… Per lei si mantenne in piedi quella volta e non solo. La loro amicizia proseguiva e mutava pian piano in qualcosa di cui forse lei non aveva piena coscienza, ma per lui… Gli occhi di Stella riempivano il suo cuore.
La rosa rossa dal lungo stelo era poggiata quasi dimenticata sul muretto di divisione delle due famiglie, lì da dove i due giovani erano soliti parlarsi. Stella ne fu sorpresa ma la prese assaporandone il profumo fin dentro l’anima. Immaginava chi l’avesse lasciata per lei. Ne fu contenta, più di quanto pensasse e lo fu ancor di più nello scorgere il messaggio. Sullo stelo c’era avvolta una sottile striscia di carta. La sciolse e lesse: “Ti amo”. Due parole, troppo comuni oggi, ma che, forse come ogni cosa, avevano un sapore diverso a quei tempi. Erano ammantate di pudore, purezza, segretezza… Le lacrime sono sempre presenti negli occhi di mia nonna quando parla di quel momento. Da allora le rose rosse diventarono simbolo dell’amore dei miei nonni.
– Ah, ho visto sua figlia. Faceva l’ammuri con il figlio della vicina! –
Le male lingue non tardarono a farsi udire. “Fare l’ammuri” a quei tempi era un concetto molto più ampio di quello odierno. Parlare da sola con un ragazzo era sconveniente, specie per chi ha negli occhi il peccato. Il risultato di ciò che disse l’impicciona, fu che la madre di Stella la chiuse in casa. E da una finestra ella dovette comunicare a Giuseppe la sua condanna:
– Non posso più vederti. – gli disse e scomparve piangendo.
Quella sera stessa a casa di Stella giunsero visite. Giuseppe l’amava veramente. Si presentò con i suoi e chiese ufficialmente al padre di lei la possibilità di corteggiarla. Il mio bisnonno era un uomo intelligente e aveva capito i sentimenti della figlia, difatti, malgrado fosse solito rifiutare i pretendenti, accettò Giuseppe e… non ebbe di che pentirsene. Fu un altro figlio, ancora più affezionato alla famiglia di Stella, poiché la sua lo aveva lasciato a se stesso, specie negli studi. Il desiderio di laurearsi di Giuseppe non era ben visto da alcuni suoi familiari, mentre il padre di Stella trovava fosse lodevole.
Il periodo del fidanzamento passò serenamente, secondo usi a noi un po’ inconsueti. I fidanzati non potevano uscire soli e dovevano portarsi dietro una delle cugine più piccole di lei. Ebbero anche la sfortuna, durante il loro viaggio di nozze a Taormina, di incontrare dei lontani parenti che, con scarsa delicatezza, si aggregarono a ogni spostamento dei neo sposi. Ma loro sopportarono anche questo con un sorriso. Mia nonna ricorda che la prima volta che si mise il rossetto fu durante quel viaggio e fu mio nonno a passarglielo sulle labbra…
I veri, grandi dolori per i miei nonni sopraggiunsero dopo la nascita del primo figlio. Un bimbo voluto, amato, il coronamento di due sposi che vogliono una famiglia, ma averlo fu una gioia di poco. Due anni per l’esattezza. Era un bambino dolce, sensibile, precoce, forse perché sapeva cosa fosse soffrire in quanto cagionevole di salute. Morì di meningite, malgrado le cure e le preghiere. Stella soffrì sopra ogni dire. Il corredino fatto per quel bimbo adorato, cucito, ricamato tutto di suo pugno, fu donato in beneficenza e, per molto, parve a Giuseppe che Stella non si sarebbe più ripresa. Ma il suo amore costante, il suo esserci sempre, la aiutò. Ebbero altre due bimbe che crebbero e generarono a loro volta dei figli. Io sono la prima nipote, la più grande, quella che ha più ricordi del nonno. Egli ci ha lasciati dopo aver fatto l’ultimo grande dono alla sua Stella. Malato, con le mani tremanti, nel 1998, rinnovò nuovamente i voti nuziali.
La loro storia d’amore fu molto più grande di quanto io possa narrare in queste poche righe, però questo è un semplice, dolce racconto vero, che narra di come una rosa rossa dal lungo stelo posta su di una tomba possa ancora oggi rammentare un amore profondo e infinito…

Maria Stella Bruno

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La corsa diabolica

392098_10151049396803240_27932583_nGiornata pessima, una di quelle in cui ti svegli dopo poche ore di sonno (dopo troppe ore alla scrivania o semplicemente perché i tuoi occhi si sono aperti, scattando come ad una sveglia, senza nessun motivo preciso) e ti senti la testa che comincia a fare male e l’unico desiderio che avresti è restare immersa sotto le coperte e far dimenticare che esisti, ma hai impegni per quel giorno e non li puoi rimandare.
Così ti alzi, con l’aspetto del quadro di Picasso “Donna che piange”. Cerchi di ricomporre la tua faccia al meglio delle possibilità, quando ti rendi conto che l’orologio ha preso a correre e tu, seguendo il suo esempio, ti “getti” giù dalle scale, fai quasi correndo la strada per raggiungere la fermata dell’autobus. Ed ecco che comincia la vera Odissea di qualsiasi pendolare di provincia… Mentre ci si macera nel quesito: “Ma oggi passerà?”, si aspetta in piedi, impazienti, e le macchine ti sfrecciano davanti con la gente dentro che ti fissa come se non capisse o sembrasse loro curioso la visione di un essere umano che attende l’arrivo dell’autobus. Qualcuno ti guarda e ride e tu non sai se lo fa perché, provenendo dal capolinea, non ha visto neanche l’ombra di un autobus e pensa, con una nota di sadismo: “Aspetta, aspetta, ci fai le radici là!”, oppure perché ha notato quella faccia scomposta che ti ritrovi e che invano ti sei sforzata di nascondere.
Comunque, a quel punto, i nervi che avevi prima di uscire sono ormai duplicati. Poi, dopo un’attesa che sembra interminabile (cosa da volere una flebo di camomilla!), finalmente lo intravedi ed è come un miraggio… L’autobus… Viene verso di te, spedito e per un attimo temi che, malgrado i tuoi segnali, voglia proseguire dritto, senza fermarsi. Allora ti immagini nelle vesti di Gandalf davanti al Balrog che urla: “Tu non puoi passare!” e per l’occasione aggiungi: “senza di me!”, ma poi, all’ultimo secondo, l’autista s’accorge che esisti, mette la freccia ed accosta… Tu pensi: “Ok, è già un passo in avanti. Sono salita, ormai. Mi aspetta la mia meta”, ma, come dice il saggio, è il viaggio ad avere importanza, e tu sai che ti aspetta una “guerra” su quel mezzo…
Dici un timido “Buon Giorno” e scruti (come vieni scrutata) i tuoi compagni di corsa. Non molti, pensi, ma abbiamo da poco lasciato il capolinea e ci sono ancora posti (anche se, ancora una volta, hanno messo per quella corsa un autobus con pochi sedili, del tipo: “11 posti a sedere, 50 all’in piedi” ). Così, sprofondi nel sedile e con gli auricolari ascolti musica a tutto volume dal tuo Mp3, d’altronde ti aspetta un’ora di viaggio…
Cinque minuti, non più e, senza neanche rendertene conto, l’autobus è ormai pieno e ne hai consapevolezza poiché ti senti osservato da tanti occhi malevoli. Ti accorgi che una decina di vecchie signore hanno preso di mira il posto da te occupato e ti guardano come se fossi una usurpatrice, scoccandoti occhiate infuocate. A quel punto entri nel dubbio. Ti chiedi: “E che è? Ci sono solo io seduta su questo autobus?”… Mentre ti arrovelli pensando: “Mi alzo o no?” (considerando che hai poche ore di sonno e rischi di cadere supina per terra), l’autobus si ferma a prendere nuovi passeggeri ed una nuova schiera di vecchi sale… Quasi ti sembra di udire il “Bip… Bip… Bip…” del loro radar, poiché, dopo qualche attimo, nel guardarsi intorno pare che individuino proprio te e, dopo averti localizzato con un “Bip, Bip, Bip” sonoro, si uniscono agli altri vecchi nello scoccare occhiate malevole. E ti chiedi: “Sono sveglia, non soffro di manie di persecuzione, ma allora perché non rompono allo studente due sedili più in là e lasciano in pace me e le mie occhiaie?”.
Non hai risposta al quesito, forse solo una: sei una calamita per le vecchiette… Ti senti poco bene e, per la prima volta in vita tua, decidi di ignorare quegli sguardi e ti tieni il tuo posto.
Altra fermata. Stavolta sale una madre con un bambino. “Su, tesoro, sta qua!” dice la madre al bimbo e lo piazza a tenersi proprio davanti a te. Tu lo guardi e vedi che perde bava e senti la madre dirgli: “Ora ti passa, tesoro. Non vomitare!”.
E’ la goccia che fa traboccare il famigerato vaso. Ok, ti dici, hanno vinto. Il bambino vomitante proprio No. Adocchi una delle vecchie, quella stile “Psycho”, le cui occhiate erano più cariche d’odio e le dici: “ Signora, vuole sedersi?”. Quella neanche di risponde con un grazie (forse non ti da persino il tempo materiale per alzarti) e si piomba al tuo posto con sguardo furente e bramoso. Con una certa nota di soddisfazione a quel punto ti ritrovi a pensare: “Che se la veda lei col bambino vomitante!”, ma poi resta il fatto che sei in piedi e che il viaggio è ancora lungo.
La testa ti gira e non sai se è per le curve che l’autista prende stile rally o Formula Uno, come uno Schumacher dei poveri, oppure per quelle stramaledette ore che ti mancano di sonno. Avresti problemi a restare in piedi se non fossi compressa come una sardina e se un gomito di qualcuno non ti sfondasse il fegato facendoti da punteruolo.
Della vecchia “Psycho” e del bambino vomitante non sai più nulla, poiché ti sei allontanato e la ressa ha fatto “muro” intorno a te. Il vociare ormai è assordante, trilli di vari telefonini si susseguono come altrettanti: “Pronto” urlati. Tu hai rinunciato a sentire musica da un pezzo e ti auguri che l’autista non si fermi più, poiché, consideri, se qualcuno entra dalle porte, altri sfonderanno urlando la finestra… E ti rammenti dell’andare a lavoro di Fantozzi, dell’autobus che tentava di prendere, e lo capisci…
Il viaggio prosegue e, se gioisci per qualcuno che scende ed immagini lo spazio che si formerà, dura poco poiché il doppio dei passeggeri sale nuovamente e tu sei combinata peggio di prima… Pressato… Gli odori si uniscono ad altri: sudore, profumi dolciastri e di vario genere… pesce (e ti chiedi come mai quest’ultimo “odore”, poiché non si è passati davanti ad alcun mercato) e cominci ad essere insofferente. Sei salita alla seconda fermata e devi scendere alla terzultima, ma non ne puoi più. Cerchi di capire dove sei, dove l’autobus è giunto, ma la gente copre a momenti pure i finestrini. Poi ti rendi conto che ci vuole ancora un po’ alla tua fermata, ma non ti interessa. Sgomiti, cercando di arrivare al campanello per prenotare la fermata. Suoni come se fosse una conquista. Sgomiti ancora per arrivare alle porte, cercando di non inciampare in zaini, borse della spesa ( ti aspetti di trovare quasi cani, pecore, cavalli, ecc… ) e altre zaffate di odori vari ti avvolgono e preghi così che l’autobus si fermi presto. Sono attimi lunghissimi…
Poi, si ferma e tu ti getti fuori respirando lo smog come se fosse aria di campagna. Vedi l’autobus proseguire il suo viaggio infernale, ma non ti importa. Sei ancora lontana dalla tua meta, è vero, ma i tuoi piedi sono il migliore mezzo… E sorridendo per essere ancora viva, ti incammini…
Maria Stella Bruno

Il capitano e la rosa

Dopo gli eventi de “Il Sigillo del Drago Infinito”, ecco un racconto che narra di un’avventura di Ajhall…

Il vento gonfiava le rosse vele, concedendo una tranquilla traversata al veliero. Agile e robusto, questo fendeva le onde del Mar della Speranza proprio come se le ninfe del mare l’avessero preso di buon occhio. La bella nave, senza problemi, procedeva per la sua rotta, quasi fosse preservata dalle solite tempeste che spazzavano quel tratto di oceano. Il sole occhieggiava sornione e solerte sulle teste dei marinai indaffarati nelle loro normali mansioni, che fischiettavano un motivo marinaro che dava il tempo al loro agire. Era proprio una bellissima giornata, si disse il capitano di quel veliero, mentre osservava il tutto dal cassero di poppa ove si trovava il timone. Amava giornate simili, quando il suo sguardo poteva spaziare fino all’orizzonte, perdendosi nel blu cobalto del cielo. Allora sentiva la sconfinata libertà del mare in sé, la respirava quasi e ne provava una gioia infinita. Ajhall era capitano di quella nave ormai da tre anni. Aveva scelto uno ad uno i suoi marinai, venticinque uomini in tutto, abili e fidati, con cui vivere splendide avventure. Ed era l’avventura il suo modo di vivere, ciò con cui sopravviveva. L’uomo si passò una mano fra i rossi capelli che gli ricadevano sulle nude spalle abbronzate, mentre i suoi occhi blu scuro si perdevano ancora fino all’orizzonte. La brezza marina gli riempì le narici e la sua mente ritornò ai tempi in cui, partito da Varesia, si accontentava di navigare a servizio degli altri su navi mercantili… Quanto era cambiato da allora, pensò con un mezzo sorriso scanzonato. La sua “Aquila”, il suo bel veliero, era ormai la sua casa, il suo sostentamento, i suoi sogni… Pensò a quanto fosse facile per la gente crederli pirati, ma per quanto condividessero con questi la non appartenenza a nessuna nazione, coloro che navigavano sull’“Aquila” non avrebbero mai fatto saccheggi o tanto meno stragi… Erano solo avventurieri, a volte un po’ avventati, ma mai vigliacchi. Cacciatori di tesori e di misteri, ecco cos’erano tutt’al più.
Senante Man Gat, luogotenente della nave, uomo longilineo e silenzioso, sempre serio e accorto, si avvicinò ad Ajhall. Sembrava il suo opposto Senante, per carattere e comportamento. Con i suoi lunghi capelli scuri che portava raccolti in una coda che gli arrivava fin quasi alla schiena, gli occhi, piccoli e neri, grevi d’autorità e specchio di una volontà ferrea, aveva servito presso la marina di Nuluon fin da ragazzo e questo ne aveva forgiato il carattere. Ora che qualche inverno di troppo appesantiva le sue forti spalle, aveva lasciato le rigide convenzioni della flotta navale di Nuluon per prestare servizio sotto un uomo più giovane lui, ma con tanta bravura e maestria da non fargli mai rimpiangere il cambiamento. Fra i due c’era uno strano rapporto di complementarietà a volte, altre di aperto contrasto, ma sempre molta stima. Inoltre, Senante, ed Ajhall lo sapeva bene, aveva lasciato tutto, una carriera sicura e il resto, per amor di libertà e, sotto questo aspetto, almeno, erano simili…
– Capitano… – esordì l’uomo con la sua solita atona voce, con le mani militarmente poste dietro la schiena, con quel suo ligio abbigliamento che stonava quasi con i semplici calzoni che portava Ajhall a petto nudo. –… a Seut manca poco ormai. Dobbiamo dire ai marinai di prepararsi allo scontro?–
Ajhall rise.
– Non ci saranno scontri. Senante, credo che aver servito sotto Nuluon ti abbia rovinato… Vedi lotte dovunque! No… ci limiteremo a prenderci ciò che è del nostro committente e ce ne andremo!–
– L’ultima volta il Reggente ha fatto storie… – cominciò il luogotenente.
– Non ci arpionerà, come ha giurato l’altra volta. – lo interruppe il capitano fissando ancora l’orizzonte con un sorriso di furbizia.
Il porto di Seut, capitale di Lumas, si profilò davanti a loro presto, con l’immensa figura di sirena scolpita nella roccia delle montagne che circondavano la città. Era la prima cosa che si notava di Seut. Quella bellissima fanciulla mezzo pesce che, con i suoi lunghi capelli a coprirle il prosperoso seno, incombeva su Seut, come a proteggerla dalle brame del mare, si poteva ammirare prima ancora di riconoscere le banchine del porto. Ajhall guardò l’attraente sirena e la salutò, in un gesto comune a molti marinai, che si diceva portasse fortuna, poi, quando attraccarono in porto, infilatosi una tunica ed un paio di stivali, con Senante ed altri tre marinai, scese in direzione della casa del Reggente. Glablut, smilzo e piccoletto, dagli occhi grandi e le mani veloci, avanzava accanto al suo capitano dai capelli rossi con aria divertita, con il fare del goloso che pregusti l’idea di una buona leccornia. Subito dopo procedeva Senante, con il suo solito controllo militare, con al fianco Jebt, fiato di balena, che, anch’egli con un mezzo sorriso, proseguiva con la mano al fianco sul suo corno da richiamo. Quello strumento, che quando veniva suonato ricordava il verso che emette una balena, aveva valso a Jebt quel soprannome. Ed infine, per ultimo, benché, per stazza, fosse il primo ad essere notato, vi era Mako, il gigante dalla pelle chiara che camminava sempre con un ghigno a posto del sorriso, ma che possedeva un grande cuore. Ed era uno strano spettacolo vedere quel gruppo di uomini nella via principale della città. Il Reggente seppe del loro approssimarsi a casa sua molto prima che si annunciassero al suo portone. Si stupì di saperli nella sua città, poiché aveva sentito che l’Aquila era alla ricerca della mitica “Rosa di Mangur”, un gemma da leggenda. La massima autorità di Seut accolse i nuovi venuti con mal animo e nervosismo. Non sapeva mai cosa aspettarsi dal furbo capitano dell’“Aquila”: quando c’era lui nei pressi, il Reggente era sicuro che qualcosa sarebbe sempre successo, in special modo ai suoi affari, che non tutti potevano considerarsi puliti. Ma l’uomo dai capelli del colore delle vele della sua nave aveva il sostegno ed il favore di Eisel III, Re di Nuluon, e benché questi non interferisse mai con le faccende del capitano, non ci si poteva rifiutare di incontrarlo, per non rischiare problemi con il potente sovrano. Si diceva infatti che Ajhall di Varesia potesse vantarsi di essere amico del Re, per fatti inerenti ad anni prima. Quindi, quando Ajhall si presentò a lui, con i suoi, mostrando un ampio sorriso, il Reggente si mosse nervosamente fra i cuscini di porpora su cui era seduto nella sala udienze e, con mal celata freddezza, disse:
– Siamo sempre felici, noi di Seut, di vedere le rosse vele dell’Aquila entrare nel nostro porto… – ed allorché notò lo sguardo beffardo del capitano, aggiunse: – …Benché l’ultima volta ci lasciammo in così malo modo. –
– Già – replicò Ajhall tranquillo – Ma fra amici capita di litigare! – continuò con gli occhi colmi di furbizia. – Infatti, siamo qui per porgervi un regalo, un pensiero che potrà far parte della vostra ormai nota collezione di rare preziosità. –
Gli occhi avidi del Reggente si accesero di interesse, mentre quelli di Ajhall sorridevano beffardi e i suoi uomini ridevano di sottecchi…
– Un regalo? – ripeté l’uomo, mentre la sua mente ritornava alle voci della ricerca della “Rosa di Mangur”.
– Sì – fece Ajhall al suo orecchio, sforzandosi di non guardare il grosso doppio mento dell’uomo – E’ una preziosità di superba bellezza, la “Rosa di Mangur”… Ma non è per tutti gli occhi… – ed il capitano dell’Aquila fece gesto verso i notabili intorno.
– Sì, sì… giusto! – replicò l’altro, stentando a credere a ciò che udiva, conscio della sua grande fortuna, perché un gioiello di tale valore e bellezza meritava che solo i suoi occhi potessero ammirarlo. – Andate! – ordinò ai suoi, con alterigia, e in un gesto simile a quello del Reggente, in una burla che l’uomo non intese, anche Ajhall fece lo stesso con i suoi marinai, i quali lasciarono la stanza con un grande sorriso…
E quando furono soli, il Reggente ed il capitano, Ajhall estrasse cautamente un oggetto dalle sue tasche. Un involto di tela che pose sul palmo della mano, sotto lo sguardo avido e bramoso dell’uomo. Lentamente, Ajhall liberò dai lembi del panno una pietra splendente, una gemma dalle tonalità scarlatte… Era proprio la “Rosa di Mangur”, si disse il Reggente, il favoloso diamante che la leggenda voleva essere stato intinto nel sangue dell’eroe Mangur…
– Perché regalate a me tale rarità? – chiese malignamente l’uomo, colto da improvvisa diffidenza.
– Perché voglio rinsaldare i nostri rapporti. Ho molti nemici ed un porto sicuro è sempre ben accetto… Inoltre, sono uomo di mare, cosa me ne faccio di quella gemma? Oltre che venderla o regalarla non posso fare altro, ma… Nessuno potrebbe darmi il corrispettivo del suo reale valore, quindi… – ed Ajhall, con gli occhi sempre più accesi, ormai completamente divertito dalla parte che stava interpretando, fece concludere all’uomo la sua frase.
– … Quindi la regalate a me! –
Il capitano assentì, passando il prezioso gioiello nelle mani tremanti del Reggente. Questi, ormai, non vedeva altro, non capiva altro, al punto che quando Ajhall disse:
– Dovremmo conservarlo nella vostra collezione, solo lì sarà al sicuro! – non ebbe nulla da obbiettare.
Come ipnotizzato dall’oggetto che ormai era suo, con gli occhi fissi nei riflessi rossastri della gemma si alzò, non con poca difficoltà per la sua mole, e si avvicinò ad un muro della sala. Come mille volte aveva fatto, passò la sua mano sulle scanalature del muro fino a quando un’apertura, in uno scatto metallico, comparve di fronte a loro. Ed il Reggente entrò ed Ajhall, silenzioso, alle sue spalle, lo seguì. Il capitano dell’Aquila vide lo splendore di una collezione unica e rifulgente quasi di luce propria. Ogni prezioso era su uno scaffale finemente intarsiato. Ecco, si disse Ajhall, dove si trovava la famosa collezione. Guardò ogni gioiello e ogni splendore, sempre restando al centro della sala, intanto che il reggente sistemava, con un occhio sempre a lui, in un posto d’onore, il mitico diamante rosso… E mentre uscivano da lì ed il reggente rifaceva sparire agli occhi l’entrata segreta, il capitano fece una richiesta che sembrò all’uomo ragionevole dopo così prezioso regalo.
– Sì – disse – Dato che i vostri affari sono urgenti potete partire! Sarete sempre benvenuti nella nostra città! –
Ed Ajhall nascose un sorriso beffardo. Quella sera il Reggente diede una sontuosa festa alla salute di chi gli aveva portato grande dono, facendosi vanto della nuova rarità della sua collezione, che, a suo dire, avrebbe portato lustro alla città di Seut. La mattina successiva, il Reggente decise che troppo tempo era passato dall’ultima volta che aveva ammirato la sua “Rosa di Mangur”. Nella solita maniera, nota a lui solo, cercò il meccanismo di apertura ed entrò. Tutto era come lo aveva lasciato, guardò il diamante rosso e gli sembrò splendido come il giorno precedente, poi passò il suo sguardo sulla restante collezione. Oggetti bellissimi, di fattura pregiata, e si sentì orgoglioso, benché non tutti i pezzi fossero stati normalmente comprati, poi… notò qualcosa, anzi l’assenza di qualcosa… Un vuoto nella gamma di colori delle varie gemme che aveva collezionato… Si avvicinò allo scaffale e cercò in basso, di lato, ma niente… Mancava proprio… La piccola gemma simile ad occhio d’animale, chiamata per questo l’“occhio di volpe” era scomparsa… Ma come poteva essere? Si chiese, mentre montava il furore e la comprensione di essere stato derubato. Ma da chi? Cominciò a domandarsi. Come? Si diceva. Poi, capì, ricordò. Il capitano dell’Aquila era entrato con lui, proprio il giorno prima, ma non aveva toccato niente, si disse… Cercò di rammentare ogni gesto di lui, fino a quando non si ricordò dello starnuto che egli aveva fatto, proprio in vicinanza dello scaffale dove adesso mancava la pietra… Maledetto, concluse.
– Guardie! – gridò, muovendosi a scatto con ferocia, in un gesto che, per la sua mole, risultò insicuro e traballante. Così facendo andò ad urtare con la bacheca in cui la “Rosa di Mangur” era riposta e questa, con sommo orrore del Reggente, cadde in terra frantumandosi.
– Guardie! – ruggì, nuovamente paonazzo in viso, capendo l’inganno. Ma ormai era tardi.
Il veliero dalle rosse vele navigava verso altre mete, lontano dall’isola di Lumas e la sua capitale. Sorrise, Ajhall, mentre i suoi occhi si riempivano di scanzonata furbizia, guardando l’orizzonte, e Senante si avvicinava a lui.
– Cosa accadrà, capitano, quando si accorgeranno di quello che avete fatto? – chiese, per niente impressionato da ciò che il suo comandante aveva compiuto.
– Niente, completamente niente. – ed Ajhall ammirò nella luce solare l’“Occhio di Volpe” – Non si può denunciare il furto di un oggetto che non è proprio… Fregare un ladro dà sempre doppia soddisfazione. Inoltre, noi ci siamo limitati a prendere questo prezioso gingillo solo per riportarlo al suo legittimo padrone che era stato derubato, e che ci pagherà per questo… E poi un occhio di volpe non poteva proprio stare nelle mani di uno sciocco… – ed il capitano rise.
– Non potremo più avvicinarci a Seut. – parlò pacatamente il luogotenente.
– Per un po’, poi il Reggente farà finta di niente, anche se starà doppiamente attento alla nostra presenza… –
Senante lo guardò alzando un sopracciglio.
– Vi perdonerà anche lo scherzo della “Rosa di Mangur”? –
Ajhall rise.
– Ti preoccupi per me, Senante? Anche se dovesse rendersi conto che è una copia, se non vorrà fare la figura del babbeo quale è, farà finta che la “Rosa di Mangur” che ha sia l’autentica pietra. Ed anche se questo gli sarà più difficile a digerirsi… non potrà fare nient’altro poiché, come noi sappiamo la “Rosa di Mangur” non esiste… –
Ed Ajhall rise ancora e Senante si lasciò andare anche lui ad uno dei suoi rari sorrisi…