Recensione: “Diamond. Il mio miglior nemico” di Erika Corvo

diamond il mio miglior nemico Nuovo libro della saga che narra le avventure di Brian Black, soprannominato Diamond, ovvero il diamante, uno dei comandanti pirata più in rilievo (e fra i più temuti) dei Fratelli dello Spazio. Leggendo “Diamond. Il mio miglior nemico” viaggiamo fra le stelle e non, per ritrovare e proteggere la sorella del protagonista. La storia ci viene narrata tramite le “voci” dei quattro personaggi principali: Brian Black, appunto, Stylo Van, suo vice nonché migliore amico, Hermado Valeja, capitano federale, e infine Igrel, la sorella. Il romanzo è pieno d’avventura, azione, scontri e battute ironiche. Già il titolo svela che il punto fondamentale della storia è il rapporto fra Valeja e Black, il primo un federale, l’altro un pirata considerato fra i peggiori. Per volere della sorte e per lo stesso amore (seppur diverso) verso una donna, si troveranno, malgrado le divergenze, a far fronte comune… Non svelo di più della trama, per non rovinare la lettura del romanzo.

La cosa che “salta agli occhi” mentre si legge è la figura di Diamond. Che sia nello spazio o nelle foreste più intrigate, Black è sempre un capo eccezionale, pieno di inventiva e coraggio. Ma è anche un pirata, non scordiamolo, quindi non è privo di ferocia e rabbia. Ma se alcuni gesti di Black sono a dir poco spietati, c’è chi lo supera e surclassa in brutalità. Valeja (ma anche il lettore) se ne renderà conto quando conoscerà Korly e la sua ciurma… Diamond stesso dice di lui: “perfino a me dava il voltastomaco per l’estrema crudeltà dei suoi modi”…Il peggio del peggio, quindi questo Korly, al cui confronto Diamond ne esce quasi come “una Devajdina ai primi sacramenti.”, come penserà Valeja … Insomma Diamond non è privo di umanità. Stylo cercherà di spiegarlo paragonando l’amico a “un mastino ringhioso che, nonostante mostrasse i denti a tutti, riceveva un mare di affetto da chiunque lo conoscesse bene.”. Il romanzo perciò è piacevole, una bella avventura che sa trascinarti. L’unica pecca che ho riscontrato, oltre a piccoli errori “di stampa”, riguarda l’uso della prima persona. Mi spiego meglio… Come nella lettura dei precedenti volumi, anche qui questa scelta sembra stare “un po’ stretta” alla storia, soprattutto nella prima parte del libro. Ad esempio, come fa Diamond a darci il resoconto perfetto (con tanto di dialoghi, come se il tutto avvenisse sotto i suoi occhi) di ciò che accadde sulla nave spaziale Inferno e contemporaneamente su quella federale, se lui non era presente in nessuna delle due? Scopre, e solo in parte, ciò che successe  tempo dopo, facendo deduzioni. Ecco uno dei “limiti” della prima persona: se scegli una “voce” narrante, questa può raccontare solo ciò che vive o riportare ciò che altri gli riferiscono. Poi, il narratore scelto non può esporre per certi i pensieri di chi gli sta parlando. Li può intuire dagli atteggiamenti, dagli sguardi, ma non dire: “Intanto l’altro pensava…”

Comunque, man mano che si procede nella lettura la storia “calza” meglio con lo stile scelto e tutto fila in una sequela di avventure e colpi di scena. La trama è ben orchestrata, la narrazione buona, i protagonisti ben delineati. “Diamond. Il mio miglior nemico” non delude in questo. Si ritrovano anche vecchi personaggi incontrati nei precedenti libri e il tutto si intesse con i nuovi, preparando, probabilmente, un nuovo esaltante libro. Che ci siano in vista grandi novità nella vita di Brian Black? Possibile, e la sottoscritta immagina possano essere molto interessanti…

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Recensione: “Supernotes”di Agente Kasper e Luigi Carletti

supernotes“Una storia talmente reale da superare la fantasia”

Questo è ciò che dice, o meglio pensa fra sé l’avvocato Barbara Belli a proposito della vicenda in cui è stata proiettata, un retroscena incredibile, un mondo nel mondo, il “dietro le quinte” della Storia ufficiale, fatta di spie, corruzione, opportunismo, tripli giochi, dinamiche internazionali controverse e operazioni americane poco pulite. Il romanzo narra della storia di Kasper, nome fittizio di un uomo con tanti nomi, di uno 007 italiano “prestato” spesso alla CIA, che si ritrova “incastrato” in una faccenda “scomoda” al punto da rendere anche lui “scomodo”. Rapito in Cambogia, torturato e detenuto, passerà 373 giorni di pura agonia, di inferno, come anche lui definisce quel periodo, che lo costringeranno a rivedere la sua vita e infine a cambiarla definitivamente, una volta libero. La  narrazione è incalzante, lo stile duro, lapidario a volte, sicuramente incisivo. Ci viene esposta su “due fronti”: ciò che Kasper vive(durante la sua prigionia in Cambogia) e ricorda, le missioni passate che sono collegate in qualche modo all’indagine che lo ha messo nei guai, e le ricerche dell’avvocato Barbara Belli, a Roma (incaricata dalla famiglia di aiutare l’uomo), le sue scoperte su Kasper e la sua impotenza nello scontrarsi con “un muro di gomma” mentre cerca di smuovere le autorità italiane per salvare il suo assistito. “Supernotes” non è un libro “facile”, specie se si tiene conto che narra di una storia vera, che davvero da qualche parte c’è un uomo che ha vissuto quell’inferno, che ha subito torture fisiche e psicologiche, che si è sentito abbandonato dal Paese che serviva, ma che può ancora raccontarlo.  E per farlo è dovuto fuggire, altrimenti… Interessante è la parola chiave di questo libro, un “interessante” che non è blando o sornione, ma attento e vigile perché svela alcune cose del panorama internazionale passato (ma poi davvero tanto!?!) ed altre del Bel Paese. Ciò che risalta maggiormente è l’onnipresenza americana su tutto, della CIA e di altre sigle che cercano di fagocitarsi a vicenda, una guerra intestina fra “Ditte” sorelle che crea più danni che altro anche a livello internazionale. Poi c’è la durezza, la spietatezza, la ferocia di un Paese, la Cambogia, vista oltre l’occhio del turista, nelle verità scomode, inumane, non certo mostrate nei dépliant pubblicitari. Beh, dopo aver letto “Supernotes” mi son detta: “Accidenti! Ed io che mi indignavo delle schifezze che la politica, internazionale e non, combina alla luce del sole, sotto i riflettori dei Media! Chissà cosa accade oltre lo sguardo del popolo, quante verità celate, quanti panni sporchi insabbiati, quanta sofferenza, quanti giochi di potere!” … Niente di nuovo, mi son detta infine. La Storia ha i suoi segreti, ma non sempre rimangono tali, vedi “Supernotes”…

Quattro stelle su cinque.

Recensione: “Il Cavaliere del Giglio” di Carla Maria Russo

cavaliere-del-giglioBuon lavoro di ricerca per un romanzo storico ambientato nella Firenze del XIII secolo, dilaniata da lotte intestine fra Guelfi e Ghibellini e guerre con le città vicine. Buon lavoro di ricerca, dicevo, per una storia che è un ibrido fra cronaca e romanzo. Ibrido, perché a tratti l’esposizione delle vicende cittadine “sommerge” ogni altra cosa, persino i personaggi che spariscono nell’elenco di ciò che accade a Firenze. Ma della cronaca manca l’obiettività, dato che l’autrice mirava a farne un romanzo con protagonista Farinata degli Uberti. Questi appare, ma non si delinea come uomo, solo come eroe e amante della patria. Altri personaggi, fra cui nonno Schiatta e persino il guelfo Ranieri Zingane, sembrano avere maggiori sfaccettature rispetto a Farinata ed il fratello Neri. Ho trovato quindi molto difficile la lettura, non tanto per lo stile, ma appunto per la scelta della narrazione un po’ “fredda”, non evocativa. Avrei preferito un racconto più “personale”, non perso nelle pieghe della storia, nel senso che quegli eventi, così ben ricercati, potevano essere esposti, e quindi vissuti dal lettore, attraverso “gli occhi” del protagonista. Non parlo di un romanzo in prima persona, ma di una narrazione capace, attraverso emozioni, sentimenti e dure prove (non una cronaca storica dei semplici eventi) di far conoscere il personaggio, capirlo e forse amarlo. La ricerca è importante, direi fondamentale in un romanzo storico, ma lì dove essa non arriva (come potrebbe!?!), si può pensare al possibile. E’ la fantasia e la creatività dell’autore a colmare i buchi, in pratica a far tutto il resto. “Il Cavaliere del Giglio”, a mio parere, si arena sulla cronaca storica e lì rimane, concedendo poco respiro alla narrazione romanzesca ed al lettore, che anela solo di “tifare” e capire, immedesimandosi nel protagonista.

Due stelle su cinque, solo per la ricerca.

Recensione: “Sortilegi sulla pelle” di Melissa Marr

sortilegi sulla pelle“Sortilegi sulla pelle”  è il secondo capitolo di una saga fantasy di cui non ho il primo volume. Al momento dell’acquisto non me ne sono semplicemente accorta. Leggendo la trama, avevo trovato interessante l’idea di un tatuaggio che attira la malcapitata di turno (in questo caso la giovane Leslie) in un mondo sconosciuto e misterioso, sebbene intessuto nel nostro, fatto di incantesimi, trame oscure, esseri fatati… Procedendo nella lettura, non solo ho dovuto fare i conti con i fili lasciati in sospeso dal precedente volume, ma anche con personaggi poco delineati fisicamente anche se sviscerati a livello emozionale. Tutto il percorso psicologico della protagonista, poi, lento e scandito, sembrava promettere grandi eventi futuri che invece degradano in una sorta di “dipendenza”  pericolosa e mortale. Sì, perché la storia prende la piega di una discesa nel baratro psicologico, dell’annullamento dell’essere, una tossicodipendenza, dove la droga non è reale ma un incantesimo (tramite proprio il tatuaggio) che lega Leslie al “cattivo” della storia (quasi non riesce ad allontanarglisi), opprimendola, fin quasi a perdersi. Ed Irial per essere oscuro, lo è proprio, ma fra tutti i personaggi è quello meglio delineato. Niall, l’altro pretendente alla protagonista, da eroe tormentato scade nel “vorrei ma non posso”. Gli amici di Leslie sono inconsistenti, ombre che si muovono in sottofondo, che non aiutano né regalano alla storia alcunché. Intuisco che proprio questi ultimi erano i veri protagonisti del primo volume, ma francamente non ho alcuna curiosità sulle loro vicende. In definitiva nel romanzo “Sortilegi sulla pelle” non c’è azione, solo qualche scena, delude le promesse interessanti e alla fine non lascia niente. Certo, non comprerò gli altri libri della saga.

Due stelle su cinque, solo per il personaggio “cattivo” di Irial.

Recensione: “Il Monastero dell’Arcangelo”

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titolo Il Monastero dell’Arcangelo
autore Rosalba Bavastrelli
editore Edizioni Il Pavone
categoria  Ebook
formato  Epub ,  Mobi
pubblicazione 2014
ISBN/EAN 9788896425374

Prezzo 3,99 €

Un antico monastero fra i monti, un luogo ascetico, calmo e isolato, carico di segreti del passato, ma denso anche di vita presente, e una lupa, un animale selvaggio, un essere fatto di istinto e saggezza che a volte sembra trascendere la sua stessa essenza, senza mai scadere nel sovrannaturale, ecco i cardini fondamentali per un romanzo dai mille colori, trattato con mano ferma eppur lieve, dalle sfaccettature poliedriche e dai tanti risvolti. “Il Monastero dell’Arcangelo” ruota intorno alle vicende di Erik, giovane architetto sfiduciato e quasi cinico, il cui compito è quello di ricostruire, insieme ad un gruppo di restauratori, parte dell’antico monastero ancora in uso. E all’ombra del monastero, in un villaggio dall’apparente aria cupa e sonnolente, ma dalle nascoste trame, in una girandola di situazione diverse, la vita di tutti cambierà, proprio grazie all’arrivo dello “straniero”, che metterà alla luce ipocrisie e sofferenze, guarendo anch’egli dalle ferite del proprio passato. Man mano che si scorre nella lettura, ciò che sorprende è proprio la figura della lupa, che a volte quasi come essenza protettrice o chiarificatrice, aiuta Erik a comprendere se stesso, a confrontarsi con gli altri e forse persino a ritrovar la gioia di vivere. La natura non viene divinizzata, ma esalta Dio stesso, come quei monaci pieni di umanità e di Fede, che aiutano a superare le vicende a volte traumatiche e dure che permiano la storia. L’autrice però non è mai cruda nel trattare temi forti, ma li bilancia con la stessa poesia con cui descrive i luoghi. Un racconto fresco, una storia che è avventura, dramma, giallo ed introspezione… Un incontro speciale, come quello del protagonista con la lupa, che resta nel cuore!

Disponibile negli store: Amazon , 9am , Ebookizzati , OmniaBuk , Kobo , InMondadori

“Musashi” di E. Yoshikawa – Recensione di Maria Stella Bruno

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Ho finito di leggere “Musashi” di E. Yoshikawa. Proprio io che divoro libri in pochi giorni, anche grossi tomi, ammetto che questo ho faticato a finirlo. Perché? Mi sono chiesta. La storia è scritta bene, forse in un linguaggio un po’ arcaico, ma compensa con alcune descrizioni bellissime. I personaggi son tanti, sì, ma ci sono abituata. La filosofia orientale non mi è estranea, né la concezione della Via della Spada, c’è tanta avventura, ma è un fatto che questo libro è rimasto parcheggiato sul mio comodino per un bel po’…  Riflettendoci adesso che ho concluso, considero che son tante le cose che hanno contribuito a rendermi la lettura un po’ ostica. Ad esempio:  se posso sforzarmi di capire la concezione che spinge Musashi a errare in cerca della vera via del samurai, non riesco a comprendere invece l’imperituro amore di Otsu nei suoi confronti. Sarà che sono una donna occidentale figlia dei miei tempi, ma ‘sta povera (e strana) ragazza insegue letteralmente Musashi per tutto il libro incappando in svariati problemi che le danno tante preoccupazioni e lacrime ma che, per fortuna, non la toccano né nel corpo né nello spirito. Lui, gelido come un iceberg, continua a sfuggirle perché la ragazza lo distrarrebbe dalla via intrapresa… Solo alla fine Musashi cede sembra più perché gli dicono che è il tempo di accasarsi che per altro. Insomma, cede per stanchezza quasi, anche se le professa che, dopo la sua spada, ama solo lei… Quindi, questo “amore” particolare mi ha un po’ spiazzata. E che dire dei tanti personaggi? Ad un certo punto sembra che tutti vogliano Musashi, chi per amore (almeno due fanciulle. Una è Otsu), chi per vendetta, chi per affrontarlo in duello. E le vicende dei tanti personaggi che si intrecciano con le avventure del protagonista, si intersecano anche fra loro… Per carità, tutto è ben orchestrato, tutto ha un suo filo logico, ma la lettura è un po’ pesante, specie perché si deve fare i conti con una mentalità lontana dalla nostra. Comunque, non sono scontenta di averlo letto, non mi sono pentita, e in alcuni punti (nelle descrizioni delle armi e di come venivano usate, e anche negli usi e costumi del Giappone del 1600) mi è piaciuto davvero tanto. Su cinque stelle, per me ne merita tre… Non deludente, ma neanche entusiasmante. Non mi ha mai “catturata” davvero…

“Andreios – lo straniero” di Morgana Mazzù – Recensione di M.S.Bruno

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Immaginate una finestra, una tenda dischiusa, smossa dal vento. Immaginate di osservare, nel danzare del telo, cosa accade in quella abitazione, i  frammenti di vita che interessano quelle persone, come immagini impresse su anfore o bassorilievi… Siamo ai tempi di Pericle, presso un’Athenai splendida e terribile nella sua arroganza. La storia, i sentimenti, sono quelli di Andreios, straniero nella sua Atene, che pur vivendoci, pur contribuendo alla vita sociale ed economica della città, al punto da diventare persino amico dello strategos, rimane sempre un escluso, senza alcun diritto. Non ha giustizia per l’assassinio di suo padre anche se non è un mistero l’identità di chi lo ha ucciso, perché Ipparcos, come lui, era solo uno straniero, un diverso, un rifiutato e perciò la sua vita, le sue azioni, avevano meno valore rispetto a quelli di un cittadino ateniese… E di questa ingiustizia, di questa esclusione, Andreios non perdonerà mai Atene, neanche quando verserà del sangue per lei, neanche quando essa sarebbe pronta ad accoglierlo. E con lo scorrere della sua vita, con lo scorrere del filo della sua esistenza, come ad opera delle Parche stesse, Andreios dimostrerà agli altri ma soprattutto a se stesso che è l’uomo a far la differenza, non le sue origini. Come l’archeologo carpisce una storia dai frammenti dei vasi che recupera con  mani esperte e amorevoli, così in questo racconto poetico percepiamo la superbia di Athenai, ma anche una struggente consapevolezza, una saggezza ereditaria, un affetto ed una continuità che passa di padre in figlio, seguendo una trama che infine porta a ciò che avrebbe dovuto essere… Nessuno straniero, nessun diverso, nessun escluso, solo uomini, con le proprie debolezze, i propri punti di forza… Sarà l’eredità di Andreios per suo figlio.“…In una frazione di tempo minima, Andreios comprese il significato di tutto ciò che suo padre gli aveva detto ed aveva fatto per lui in tutta la sua vita; si sentì immensamente forte e tremendamente debole insieme, e la sua forza, come la sua debolezza, stavano tutte in quell’esserino sconosciuto fra le sue braccia.” Ed è in fondo questa l’essenza di essere uomini!

“Tutti i doni del buio” di Erika Corvo – Recensione di Maria Stella Bruno

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Tutto inizia con un giovane, Akenion, che vede una ragazza, Mitra, rimanendo incantato dalla sua bellezza.  Dalle sue stesse parole, pensieri e sensazioni apprendiamo di come si avvicina a lei, la conosce e se ne innamora ricambiato. Dove sta la novità, vi direte? Beh, è il mistero a far la differenza, un mistero che circonda Mitra, le sue abitudini, la sua casa, la sua famiglia… Akenion cercherà di dissiparlo ed è solo grazie a lui, in un racconto dentro un racconto, che apprendiamo la stupefacente vita del padre della ragazza, le vicende di Arideth e della sua amicizia con la Shakar Aki…

Siamo nel mondo di “Blado 457”, ma “Tutti i doni del buio” è ambientato forse secoli dopo gli eventi di quel libro. Ritroviamo un’umanità più “stabile”, non preoccupata dall’estinzione, ma da cose che potrebbero turbare l’andamento tranquillo ed il predominio della propria esistenza. I mutanti del genere umano, una costante dopo la bomba atomica, sono mal visti, emarginati, osteggiati, anche se non più uccisi, grazie ad una nuova religione e nuove leggi.  Diversa sorte spetta alle specie non più umane dopo gli eventi radioattivi di tanto tempo prima, quelle sono sterminate anche se non arrecano danno ai villaggi o agli uomini. Gli Shakars, ad esempio, i Signori del Buio, vengono ritenuti semplici bestie, esseri furiosi e terribili, ma è proprio così?

Arideth risponderà a questa domanda ed il suo mondo, come i suoi orizzonti cambieranno per sempre. Egli guarderà oltre le apparenze, a capire “Il diverso” che spesso terrorizza perché solo non si comprende, rimanendo però egli stesso invischiato nella rete delle diffidenze e paure dei suoi simili, ancora chiusi nelle loro convinzioni. Tutto il romanzo pare un’esortazione a “scrutare nel buio”, ovvero a cercare di capire le esistenze estranee alla nostra, per una pacifica e proficua esistenza. Un inno alla tolleranza e fratellanza, oltre le differenze.

La narrazione fluisce via con facilità in maniera semplice e diretta, che permette al lettore di addentrarsi in una storia che ha molti più risvolti “sociali” di quando si immaginasse.  Si perde un po’ “dell’aria di fantascienza” di “Blado 457”, ma si ricava una storia godibile dai toni più luminosi. Quindi, “accendete il buio” e buona lettura! ^_^

“Blado 457” di Erika Corvo – recensione di Maria Stella Bruno

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215 anni (e una catastrofe atomica!) bastano per trasformare il nostro pianeta in un mondo alieno, irriconoscibile, ed i suoi abitanti in sopravvissuti con regole di vita e abitudini decisamente diverse. Le radiazioni hanno modificato nel tempo gli uomini rendendoli dei mutanti che si sono adattati alla nuova natura selvaggia riappropriatasi prepotentemente dei suoi spazi. Come vere e proprie specie a se stanti, questi mutanti si oppongono agli eredi di quegli esseri umani che tali son rimasti ma che lottano per non estinguersi… Già, perché che siano appartenenti ai Crew, villaggi di superficie, o Rest, gli abitanti di Rinascita, città sotterranea, l’unica legge fondamentale è quella di far sopravvivere il genere umano. Ed in questo mondo sconvolgente, duro, spietato, viene a trovarsi una donna dei nostri tempi, Susan, che è “sradicata” dal suo tempo proprio nell’ora più buia dell’umanità: la guerra atomica. Viene salvata, potremmo dire, ma insieme a lei apprendiamo lo sconvolgimento, dopo secoli, del pianeta. Così Susan passa dalla sua società, dove le donne erano in rapporto di 7 a 1 e le nascite controllate, ad un’altra diametralmente opposta, dove le donne fertili sono poche, quasi rare, e le nascite un privilegio per conservare i propri geni. Per questo, dai Crew le donne sono Madri, dee, guide, (così ci si rivolge loro: “Dev, Dea, Madre di Ogni Vita, ti rispetto e ti onoro per la fertilità che porti. La mia vita è al tuo servizio. La tua serve l’umanità tutta.”)ma, come regina d’alveare, sono soggette ad un destino da “fattrici” per tutta la vita, cioè finché non muoiono di parto… Le cose non son certo migliori dai Rest, anzi… Rinascita è una città che cerca di proseguire l’opera del mondo lasciato da Susan, ma non crea niente, si limita a raccogliere ciò che è stato lasciato dal passato. E’ un’ombra, un’illusione con molti segreti.

In “Blado 457”, dal nome del protagonista maschile, lo stile è semplice, diretto, coinvolgente. A volte ci vengono porti direttamente i pensieri dei protagonisti, quasi fossero un dialogo con se stessi, così da poter comprendere meglio l’indole dei personaggi. Ma più che questi, ciò che a mio avviso resta maggiormente impresso nel lettore è la prepotenza, la spietatezza del mondo, delle creature, degli usi e degli uomini rimasti. Il pericolo è costante, una realtà di ogni giorno per gli abitanti di superficie, una minaccia celata e più subdola per chi vive sottoterra. Questo “Day After”, come promesso dall’autrice nella premessa, si discosta abbastanza dal genere, “strizzando di più l’occhio” verso la fantascienza coi suoi mondi ostili da esplorare…  Quindi, se deciderete di esplorare questo mondo e le sue imponenti foreste e rovine, vi lascio solo un consiglio: attenti a ciò che respirate o “il canto della morte” vi sorprenderà, lasciandovi facile preda dei Fitokillers(“la peggiore mutazione che le radiazioni abbiano potuto produrre.” come affermerà Blado) ! Perciò buona avventura e come direbbe Blado per accomiatarsi: “Cento siano i vostri figli.”

“La leggenda del drago d’argento” di Paolo Massimo Neri

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Una cicatrice a forma di testa di drago sul braccio di un ragazzo all’apparenza qualsiasi, ecco il centro del mistero che impernia la vita del protagonista Koddrey e “La Spada Nera”, primo volume della saga de “La leggenda del drago d’argento” di Paolo Massimo Neri. In questo libro gli elementi del fantasy ci sono tutti e ben trattati, con alcuni spunti nuovi.  Le vicende di Koddrey, o Kody per gli amici, un adolescente che ambisce a diventare cavaliere, sono narrate inizialmente con incertezza, poi man mano con maggiore scorrevolezza. La sensazione che lo stile e la confidenza stessa dell’autore con lo scritto migliori andando avanti nella lettura è netta.  La prima parte del libro è incentrata sulla vita di Kody a casa del nonno Guyl. I suoi allenamenti con il nonno nelle armi e nella magia, in attesa di completare la sua istruzione alla scuola di spada di Willysberg, sono esposti  senza annoiare, perché resta l’aspettativa di comprendere quel mondo fantastico e il mistero che si percepisce intorno al giovane protagonista, quei segreti che sono al centro della sua vita e delle sue origini. Misteri che si spiegano in parte nel proseguire la lettura. Come dicevo, Kody sembrerebbe un ragazzo normale in tutto e per tutto, a parte forse per i suoi occhi “di un bellissimo blu come le profondità del mare e splendenti come zaffiri”, come affermerà suo nonno, ma porta invece in sé un potere di cui non è consapevole. Col dipanarsi della storia, le domande di Kody sulla sua vita e sui suoi genitori, mai conosciuti, crescono e, come egli intuisce, molto gli è celato dagli adulti. E nella sua ricerca di risposte, il lettore viene accompagnato in un mondo che, pian piano, con il protagonista, impariamo a conoscere. Tutto poi arriva a complicarsi quando suo nonno lo lascia al castello di Willysberg e sparisce… Ma al castello, Kody incontrerà altri maestri, tanti amici, alcuni dei quali saranno al suo fianco, come si intuisce, anche nel percorso futuro. Ci saranno però tanti misteri e pericoli in agguato al castello, alcune domande troveranno risposte che porteranno anche ad altri quesiti… Insomma, in molte occasioni il povero Kody sarà davvero confuso. Il pregio e la diversità di questa storia consiste proprio nel fatto che non si parla subito dell’eroe già formato, ma del suo processo di crescita. Kody non ha tutte le risposte, non sa già fare tutto, benché abbia molte potenzialità. Nel romanzo si assiste anche al formarsi di una compagnia di futuri eroi di seconda generazione, ovvero i figli adolescenti di un gruppo di combattenti, ormai “quasi in pensione”, si ritrovano a spalleggiarsi come amici nella scuola e nella vita. E come Kody, anche loro hanno abilità da affinare e rafforzare. Sono come piccole piantine che ancora devono sbocciare. Proprio nelle vicende di Willysberg, la storia spicca il volo, acquista ritmo, spessore. Certo, ci sono delle pecche dovute soprattutto allo stile, (l’uso di troppi punti esclamativi e di poche virgole può essere una scelta dell’autore, ma personalmente ritengo che appesantiscano e ritardino la scorrevolezza della lettura) ma “La Spada Nera” è un buon inizio per una saga che promette scintille. Personaggi come Guyl Dosberg, nonno del protagonista, o come Ghonim, l’elfo in cerca della sua umanità, risaltano in maniera particolare. Simpatica l’idea del cavallo intelligente che sa comunicare col suo padrone (chi non vorrebbe un animale come Crizeel!), dargli consigli ed essere a volte persino più saggio di lui. Non convince completamente Teela che, a parte il suo ruolo di possibile futuro amore del protagonista e sua attuale confidente, non ha dato particolare prova di sé. Per quanto riguarda Kody, beh, speriamo solo che l’apprendere nel finale del libro il suo retaggio e le sue capacità, nel prossimo volume il suo potere non lo “schiacci”, rendendolo “lontano” e “irraggiungibile” persino agli occhi dei suoi stessi compagni e un “faccio tutto io” per il lettore. Sarebbe un peccato. Come per i protagonisti, “La Spada Nera” è un libro “in crescendo”, interessante, specie alla fine, avvincente. Aspetto di vedere come “matura” nel prossimo volume.  ^_^

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