“Tatuaggio” di Cristina Rotoloni – Recensione

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Due personalità enigmatiche, due profondità d’essere, due diverse inquietudini e una casa nel bosco, isolata, nascosta quanto i sentimenti dei protagonisti, ecco le premesse di “Tatuaggio” di Cristina Rotoloni, romanzo originale che è un thriller, ma non solo. Maliba è una giovane con un passato che non riesce ancora a dimenticare e solo fra le mura della casa nel bosco si sente al sicuro. Non sa che proprio lì sperimenterà cosa significhi perdere la libertà. Alex è un uomo che vuole giustizia e per ottenerla escogita un piano ardito, quanto disperato e sceglie quella casa e Maliba come punti di partenza per la sua missione. Dieci giorni quelli che passeranno insieme che cambieranno entrambi per sempre. I loro ruoli sono opposti, dal principio nettamente, in un gioco che li porterà a mettersi a confronto non solo l’uno con l’altra, ma anche con se stessi, in un dialogo intimo, e non, con le brutture ingombranti del passato e i misteri del presente. Lo stile del romanzo è scorrevole e coinvolgente, facendoci immergere un po’ per volta nelle psicologie dei personaggi, sempre credibili, nelle loro paure e incognite, nelle perplessità dei ruoli che vogliono interpretare, spiegandoci le trame di una vicenda complessa che ha segnato le vite di molte persone. E così scorgiamo le due “anime” di Alex, le contraddizioni del giovane che confondono e turbano la sensibile Maliba che non sa chi ha di fronte, se un criminale o tutt’altro. Oppure gli incubi di Maliba, in parte dovuti all’esperienza presente e in parte all’eco di quelle passate, nascosti da ostentati coraggi e ostinati orgogli. La distanza fra i due, sottolineata dalla scelta del “voi” nei dialoghi iniziali, pian piano si riduce nelle crepature delle maschere da loro indossate. Come attori incapaci di protrarre oltre il ruolo che si sono imposti, Maliba e Alex inizieranno a conoscersi e ad aiutarsi, in tempo, forse, per affrontare il vero mostro, un efferato e subdolo serial-killer che uccide e smembra le sue vittime. Sullo sfondo, ma vero perno del romanzo, è il tatuaggio, o meglio il significato che esso ha, l’unico obbiettivo dei protagonisti nel senso più totale del termine… Come dicevo, “Tatuaggio” non è solo un thriller, ma un dramma e un inno alla libertà, un affresco dell’anima di due persone piegate ma non spezzate da eventi ingiusti e terribili…

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“Se l’uomo non più domanda e Dio non più risponde” di Mario Germinario

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“Chi sono? Da dove vengo e dove vado? Perché la presenza del male? Cosa fui prima che io fossi? Cosa sarò dopo che più non ci sarò? Perché io venni al mondo invece di altri che non entreranno mai sul palcoscenico della vita? Perché l’essere invece del nulla?”

Tramite destrezze del ragionamento, comparazioni del pensiero di filosofi credenti e non, l’autore, un sacerdote di sicura ampia cultura, spiega l’importanza delle domande esistenziali che accompagnano l’uomo. Tali domande sono essenziali anche se destinate a non aver risposta, perché senza di esse finirebbe l’umanità dell’Uomo. La società che forma uomini senza quelle domande, reputandole inutili, anzi senza “senso”, è una società destinata a collassare.

“Se l’uomo non più domanda e Dio non più risponde” è un trattato filosofico/teologico che si sofferma su quesiti come: “Cosa io fui prima di essere e cosa sarò dopo la fine” o su concetti come la “provvisorietà della morte”, la Resurrezione del corpo e infine la “realizzazione” dell’uomo e della sua esistenza.

Il libro disserta e confronta varie tesi, ma non può dar risposte. Si serve del ragionamento, coi suoi limiti, per esporre ciò che si sa, ma… per il resto? La Fede è la risposta dell’autore. Fede in Dio che, alla fine del nostro percorso, sazierà ogni domanda esistenziale. Domande che comunque è importante porsi per non perdere se stessi. Conclusione questa, conclusione di Fede, che fra l’altro mi trovo a condividere.

In definitiva, “Se l’uomo non più domanda e Dio non più risponde” è una lettura impegnativa, che fa pensare, invogliando la mente al ragionamento, come d’altronde ogni buon trattato di filosofia deve saper fare. Il libro è adatto a chi ama la filosofia, a chi vuol mettere alla prova le proprie convinzioni e a chi cerca un suggerimento per riflettere o, magari, un punto di vista diverso su quelle domande che, a parer mio, (secondo l’autore molti al giorno d’oggi non si pongono più simili domande) anche nella nostra società, sempre più tecnologica, persistono in ogni animo…

Maria Stella Bruno

Recensione: “Supernotes”di Agente Kasper e Luigi Carletti

supernotes“Una storia talmente reale da superare la fantasia”

Questo è ciò che dice, o meglio pensa fra sé l’avvocato Barbara Belli a proposito della vicenda in cui è stata proiettata, un retroscena incredibile, un mondo nel mondo, il “dietro le quinte” della Storia ufficiale, fatta di spie, corruzione, opportunismo, tripli giochi, dinamiche internazionali controverse e operazioni americane poco pulite. Il romanzo narra della storia di Kasper, nome fittizio di un uomo con tanti nomi, di uno 007 italiano “prestato” spesso alla CIA, che si ritrova “incastrato” in una faccenda “scomoda” al punto da rendere anche lui “scomodo”. Rapito in Cambogia, torturato e detenuto, passerà 373 giorni di pura agonia, di inferno, come anche lui definisce quel periodo, che lo costringeranno a rivedere la sua vita e infine a cambiarla definitivamente, una volta libero. La  narrazione è incalzante, lo stile duro, lapidario a volte, sicuramente incisivo. Ci viene esposta su “due fronti”: ciò che Kasper vive(durante la sua prigionia in Cambogia) e ricorda, le missioni passate che sono collegate in qualche modo all’indagine che lo ha messo nei guai, e le ricerche dell’avvocato Barbara Belli, a Roma (incaricata dalla famiglia di aiutare l’uomo), le sue scoperte su Kasper e la sua impotenza nello scontrarsi con “un muro di gomma” mentre cerca di smuovere le autorità italiane per salvare il suo assistito. “Supernotes” non è un libro “facile”, specie se si tiene conto che narra di una storia vera, che davvero da qualche parte c’è un uomo che ha vissuto quell’inferno, che ha subito torture fisiche e psicologiche, che si è sentito abbandonato dal Paese che serviva, ma che può ancora raccontarlo.  E per farlo è dovuto fuggire, altrimenti… Interessante è la parola chiave di questo libro, un “interessante” che non è blando o sornione, ma attento e vigile perché svela alcune cose del panorama internazionale passato (ma poi davvero tanto!?!) ed altre del Bel Paese. Ciò che risalta maggiormente è l’onnipresenza americana su tutto, della CIA e di altre sigle che cercano di fagocitarsi a vicenda, una guerra intestina fra “Ditte” sorelle che crea più danni che altro anche a livello internazionale. Poi c’è la durezza, la spietatezza, la ferocia di un Paese, la Cambogia, vista oltre l’occhio del turista, nelle verità scomode, inumane, non certo mostrate nei dépliant pubblicitari. Beh, dopo aver letto “Supernotes” mi son detta: “Accidenti! Ed io che mi indignavo delle schifezze che la politica, internazionale e non, combina alla luce del sole, sotto i riflettori dei Media! Chissà cosa accade oltre lo sguardo del popolo, quante verità celate, quanti panni sporchi insabbiati, quanta sofferenza, quanti giochi di potere!” … Niente di nuovo, mi son detta infine. La Storia ha i suoi segreti, ma non sempre rimangono tali, vedi “Supernotes”…

Quattro stelle su cinque.

Recensione: “Storia del lupo Kola” di Francesco Perri

storia_del_lupo_kolaUscito nel 1960, “Storia del lupo Kola” ha come tema il rapporto fra Uomo e Natura. Kola, lupo catturato da cucciolo, vive i primi tre anni della sua vita nella casa dell’uomo, a malapena consapevole dei suoi istinti assopiti dall’amorevole “prigionia”. Alla fine, proprio per salvare il suo “padrone” si riapproprierà della libertà. Sembra una storia già sentita, alla Jack London che in libri come “Zanna Bianca” e “Il richiamo della foresta” ha narrato di simili argomenti, ma non è così. “Storia del lupo Kola” offre soprattutto il punto di vista del lupo, come si potesse avere uno squarcio sui pensieri segreti di un animale in fondo ancora selvaggio. Il libro possiede una semplicità ed una dolcezza simile alla fiaba. Malgrado alcune… definiamole ingenuità sulla vita del lupo (ad esempio che non avrebbe l’odorato), il romanzo riesce a dare all’animale la giusta aura indomita e selvaggia, donandogli allo stesso tempo nobiltà e forza degni della sua maestosità, per la quale l’uomo prova da sempre fascino e paura. In definitiva, ho trovato la lettura scorrevole, discreta, anche se denuncio una poca cura dell’edizione che ho trovato. Nonostante la bella e accurata prefazione di Francesco Bevilacqua, virgolette mancanti, frasi messe a capo improvvisamente, punti dispersi, dimostrano estrema distrazione di chi si è occupato dell’ennesima stampa. Dato che l’autore non può più indignarsi, mi sento in dovere di farlo io per lui.

Tre stelle e mezza su cinque.

 

Recensione: “Il Cavaliere del Giglio” di Carla Maria Russo

cavaliere-del-giglioBuon lavoro di ricerca per un romanzo storico ambientato nella Firenze del XIII secolo, dilaniata da lotte intestine fra Guelfi e Ghibellini e guerre con le città vicine. Buon lavoro di ricerca, dicevo, per una storia che è un ibrido fra cronaca e romanzo. Ibrido, perché a tratti l’esposizione delle vicende cittadine “sommerge” ogni altra cosa, persino i personaggi che spariscono nell’elenco di ciò che accade a Firenze. Ma della cronaca manca l’obiettività, dato che l’autrice mirava a farne un romanzo con protagonista Farinata degli Uberti. Questi appare, ma non si delinea come uomo, solo come eroe e amante della patria. Altri personaggi, fra cui nonno Schiatta e persino il guelfo Ranieri Zingane, sembrano avere maggiori sfaccettature rispetto a Farinata ed il fratello Neri. Ho trovato quindi molto difficile la lettura, non tanto per lo stile, ma appunto per la scelta della narrazione un po’ “fredda”, non evocativa. Avrei preferito un racconto più “personale”, non perso nelle pieghe della storia, nel senso che quegli eventi, così ben ricercati, potevano essere esposti, e quindi vissuti dal lettore, attraverso “gli occhi” del protagonista. Non parlo di un romanzo in prima persona, ma di una narrazione capace, attraverso emozioni, sentimenti e dure prove (non una cronaca storica dei semplici eventi) di far conoscere il personaggio, capirlo e forse amarlo. La ricerca è importante, direi fondamentale in un romanzo storico, ma lì dove essa non arriva (come potrebbe!?!), si può pensare al possibile. E’ la fantasia e la creatività dell’autore a colmare i buchi, in pratica a far tutto il resto. “Il Cavaliere del Giglio”, a mio parere, si arena sulla cronaca storica e lì rimane, concedendo poco respiro alla narrazione romanzesca ed al lettore, che anela solo di “tifare” e capire, immedesimandosi nel protagonista.

Due stelle su cinque, solo per la ricerca.

Recensione – “Black Diamond” di Erika Corvo

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Dopo “Fratelli dello Spazio Profondo”, ecco la seconda avventura del pirata Brian Black, capitano della nave interstellare Black Diamond, dal suo soprannome. Ciò che risalta in questo libro di fantascienza è l’azione, la piena avventura, fra intrighi, trovate geniali e mirabolanti salvataggi, ed il carisma di un personaggio intelligente, appunto Brian Black, che è anche diverso dalla risma dei suoi Fratelli dello Spazio. Dal precedente libro troviamo un Brian più adulto, meno arrabbiato e violento, più riflessivo, forse maggiormente consapevole del suo ruolo di guida per i suoi sottoposti. Un uomo che sa di essere responsabile di ogni vita che sta sotto il suo comando e che per questo cerca sempre di valutare ogni situazione per limitare le perdite umane. Certo, è sempre un pirata, non è un eroe, non è un paladino della giustizia, è un uomo carismatico che sa quel che vuole. Che sia rubare una partita di Uranio o introdursi in un palazzo ben sorvegliato o sfuggire a incrociatori nemici, beh, state sicuri che Diamond ci riuscirà! Non è crudele per puro piacere di esserlo come invece può dirsi di Korly, un altro capitano. E di lui Brian dirà, mentre l’uomo avanza fra i morti: “Era William Korly, e la morte era il suo pane quotidiano: naturale che in mezzo ad essa, si sentisse a suo agio.” Ed è quasi come se Brian dovesse ricordarlo a se stesso, poiché egli è diverso. La storia si snoda intorno ad un pianeta, Denhid, ed in particolare al Regno di Bulag. Non importa che sia l’uranio a “chiamare” in quel luogo Brian e la sua ciurma, infine egli ne prenderà a cuore le sorti, tanto da rischiare ogni cosa, la propria vita, quella dei suoi uomini e anche la sua nave, per svelare e sventare un complotto dei Federali, di uno di loro in particolare che dovrebbe annoverarsi nella schiera dei “buoni”. La storia ed il suo scorrere è affidato a tre “voci”, tre persone, tre caratteri che narrano in prima persona gli eventi: Louise, schiava che ritrova la propria dignità e riscatto, Stylo, amico fidato e secondo del capitano, e infine proprio lui, Brian, il diamante nero. La narrazione è ben posta, le immagini sono vivide, anche se a volte sembra che la scelta della prima persona stia un po’ stretta alla storia, specie quando si parla di eventi al di là delle azioni dei narratori. Nel complesso, comunque, è un libro piacevole, in cui immergersi, per scoprire le fantastiche trovate del capitano Brian Black, la sua furbizia, la sua  temerarietà e determinazione, che lo portano sempre ad emergere ed a farsi amare dai suoi sottoposti e non solo…