Che ne dite?

“La donna di nome Ofena non rispose subito, aspettò che il suo interlocutore si accomodasse nella sedia davanti a lei per poi scoprirsi il viso in una smorfia di sarcastica sfida. La pelle scura, gli zigomi alti, l’alta fronte, i capelli neri raccolti dietro la nuca in una lunga treccia e l’atteggiamento di chi al mondo non chiede nulla ma se lo prende, Ofena non era diversa dall’ultima volta che Gota l’aveva vista. I suoi occhi lo fissavano con la stessa intensità di una belva feroce che guardi la sua preda e, per quanto il tagliaborse fosse forgiato da duri scontri, quella figura agile lo metteva in soggezione.” (da “Il Sigillo del Drago Infinito -Volume I- I custodi dei frammenti” di Maria Stella Bruno, Edizioni il Pavone)

Questa è la prima descrizione della terribile cacciatrice di taglie Ofena, uno dei personaggi principali del mio romanzo.

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La foto è invece della mitica Grace Jones, cantante, attrice, modella, compositrice, artista giamaicana. Regina della disco music alla fine degli anni 70…

Che ne dite? La descrizione non potrebbe fisicamente calzarle? Sarebbe una splendida Ofena… ^_^

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“Il tao del dragone – Verso la liberazione del corpo e dell’anima” di Bruce Lee

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Raccolta degli appunti di Bruce Lee…
Il problema è che il medesimo concetto, seppur interessante, è ripetuto innumerevoli volte…
Non sono riuscita a concludere il libro.

“Pompei” di Robert Harris

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I veri protagonisti di questa storia sono l’acqua e il fuoco… Mi spiego: il grande acquedotto e l’esplosione del Vesuvio, sono loro ad emergere in questa narrazione(ed egregiamente). Per gli esseri umani c’è poco da fare… Appaiono senza lasciare effettiva traccia…

Tex Willer ed io

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“Tex Willer, Il romanzo della mia vita”di Mauro Boselli

E’ il riassunto romanzato delle avventure del mitico Tex. Una piacevole lettura per gli appassionati, un modo (non troppo coinvolgente)per gli altri di iniziare a conoscere l’infallibile Willer… Il fumetto rimane insuperabile!

Tex è uno dei fumetti italiani più famosi e più longevi della nostra editoria ed io mi ci sono avvicinata grazie alla “infinita” raccolta che mio padre possiede. Ma qual’è il fascino di un personaggio come Tex Willer?
In verità non saprei dirlo. Forse perché è un “buono” che non uccide mai a sangue freddo, ma fredda solo i nemici che lo attaccano. E come sa usare la pistola Tex pochi (o nessuno) sanno farlo.Persino il suo compare Kit Carson, pur essendo un eccellente tiratore, non potrebbe competere con lui. Tex inizialmente è un lupo solitario, un mezzo bandito, poi diventa un giustiziere ed infine entrerà nel corpo dei ranger e lì incontrerà il suo amico Carson. Diventerà anche un capo indiano, ma questa storia è troppo lunga da raccontare… Avventura, intrighi, mistero, c’è tutto, condito dalle magnifiche praterie americane che se da una parte ispirano solitudine dall’altra di certo libertà. E poi ci sono persino delle fanciulle da salvare. In verità, su questo ultimo punto si potrebbe un po’ storcere il naso, poiché non vi è un vero e proprio personaggio femminile che risalti, specialmente dopo la scomparsa di Lilit, moglie di Tex. Le donne ci sono, ma sono, ahimé, per lo più fanciulle da salvare… Ci sono state anche tante cattive, anche molto astute, eppure nessun personaggio fisso. Sarà che il western è sempre stato un genere maschilista o che, essendo un fumetto d’avventura, non si poteva scendere troppo nel romantico, comunque le cose stanno così e in fondo, anche se il gentil sesso non ha menzione d’onore, resta il punto che, specie nei momenti in cui si sente il bisogno di un po’ di giustizia o solo di distrarsi, Tex Willer è adatto. Ucciderà tutti i cattivi, salverà gli indifesi, non dimenticandosi magari di fare qualche battuta.

♥▬▬▬▬▬★★★★★▬▬▬▬▬▬♥

pioggia1“La pioggia aveva spento ogni fiamma e di quello che era stato il villaggio di Xatum non rimaneva che ruderi e cenere. Safav ormai era calmo, la furia e disperazione erano state sostituite dalla fredda determinazione che la vendetta sarebbe stata la migliore medicina al suo dolore. Sapeva che non sarebbe più tornato in quei luoghi e che fra le ceneri della sua casa giaceva la sua fanciullezza e la sua spensieratezza… Mai più sarebbe stato felice come in quei giorni.”
estratto da “I custodi dei frammenti”, primo volume de “Il Sigillo Del Drago Infinito” di Maria Stella Bruno, Edizioni Il Pavone.

Pensando…

IspirazioneAdesso che ho finito di revisionare “La Spada e il Drago”, secondo volume conclusivo de “Il Sigillo del Drago Infinito”, posso dedicarmi  di nuovo a ciò che avevo lasciato in sospeso. Eppure, con un ebook già pubblicato(I Custodi dei Frammenti), uno di prossima uscita(La Spada e il Drago), il primo volume di un’altra saga concluso(“L’Erede Perduto” de”L’Occhio del Veggente”), non riesco a concentrarmi su ciò che ho lasciato a metà… “Le Terre degli Inganni”, questo il titolo del romanzo che impegna la mia mente senza riuscire a finire sul foglio, sta ingannando anche me. Mi sono fermata nella descrizione degli eventi di una lunga, lunghissima notte che già ha riempito due capitoli. La notte delle tragedie, così potrebbe essere chiamata non solo per le disgrazie che stanno capitando ai personaggi, ma per le difficoltà che sto incontrando io, segnerà la vita e le vicende dei miei protagonisti. Raccogliere però ogni bandolo della matassa lasciato in sospeso, seppur chiaro nella mia mente, mi sta sfibrando. Non mi viene voglia di concentrarmi. Aiuto! Urge maestro zen!!! ^_^

Il capitano e la rosa

Dopo gli eventi de “Il Sigillo del Drago Infinito”, ecco un racconto che narra di un’avventura di Ajhall…

Il vento gonfiava le rosse vele, concedendo una tranquilla traversata al veliero. Agile e robusto, questo fendeva le onde del Mar della Speranza proprio come se le ninfe del mare l’avessero preso di buon occhio. La bella nave, senza problemi, procedeva per la sua rotta, quasi fosse preservata dalle solite tempeste che spazzavano quel tratto di oceano. Il sole occhieggiava sornione e solerte sulle teste dei marinai indaffarati nelle loro normali mansioni, che fischiettavano un motivo marinaro che dava il tempo al loro agire. Era proprio una bellissima giornata, si disse il capitano di quel veliero, mentre osservava il tutto dal cassero di poppa ove si trovava il timone. Amava giornate simili, quando il suo sguardo poteva spaziare fino all’orizzonte, perdendosi nel blu cobalto del cielo. Allora sentiva la sconfinata libertà del mare in sé, la respirava quasi e ne provava una gioia infinita. Ajhall era capitano di quella nave ormai da tre anni. Aveva scelto uno ad uno i suoi marinai, venticinque uomini in tutto, abili e fidati, con cui vivere splendide avventure. Ed era l’avventura il suo modo di vivere, ciò con cui sopravviveva. L’uomo si passò una mano fra i rossi capelli che gli ricadevano sulle nude spalle abbronzate, mentre i suoi occhi blu scuro si perdevano ancora fino all’orizzonte. La brezza marina gli riempì le narici e la sua mente ritornò ai tempi in cui, partito da Varesia, si accontentava di navigare a servizio degli altri su navi mercantili… Quanto era cambiato da allora, pensò con un mezzo sorriso scanzonato. La sua “Aquila”, il suo bel veliero, era ormai la sua casa, il suo sostentamento, i suoi sogni… Pensò a quanto fosse facile per la gente crederli pirati, ma per quanto condividessero con questi la non appartenenza a nessuna nazione, coloro che navigavano sull’“Aquila” non avrebbero mai fatto saccheggi o tanto meno stragi… Erano solo avventurieri, a volte un po’ avventati, ma mai vigliacchi. Cacciatori di tesori e di misteri, ecco cos’erano tutt’al più.
Senante Man Gat, luogotenente della nave, uomo longilineo e silenzioso, sempre serio e accorto, si avvicinò ad Ajhall. Sembrava il suo opposto Senante, per carattere e comportamento. Con i suoi lunghi capelli scuri che portava raccolti in una coda che gli arrivava fin quasi alla schiena, gli occhi, piccoli e neri, grevi d’autorità e specchio di una volontà ferrea, aveva servito presso la marina di Nuluon fin da ragazzo e questo ne aveva forgiato il carattere. Ora che qualche inverno di troppo appesantiva le sue forti spalle, aveva lasciato le rigide convenzioni della flotta navale di Nuluon per prestare servizio sotto un uomo più giovane lui, ma con tanta bravura e maestria da non fargli mai rimpiangere il cambiamento. Fra i due c’era uno strano rapporto di complementarietà a volte, altre di aperto contrasto, ma sempre molta stima. Inoltre, Senante, ed Ajhall lo sapeva bene, aveva lasciato tutto, una carriera sicura e il resto, per amor di libertà e, sotto questo aspetto, almeno, erano simili…
– Capitano… – esordì l’uomo con la sua solita atona voce, con le mani militarmente poste dietro la schiena, con quel suo ligio abbigliamento che stonava quasi con i semplici calzoni che portava Ajhall a petto nudo. –… a Seut manca poco ormai. Dobbiamo dire ai marinai di prepararsi allo scontro?–
Ajhall rise.
– Non ci saranno scontri. Senante, credo che aver servito sotto Nuluon ti abbia rovinato… Vedi lotte dovunque! No… ci limiteremo a prenderci ciò che è del nostro committente e ce ne andremo!–
– L’ultima volta il Reggente ha fatto storie… – cominciò il luogotenente.
– Non ci arpionerà, come ha giurato l’altra volta. – lo interruppe il capitano fissando ancora l’orizzonte con un sorriso di furbizia.
Il porto di Seut, capitale di Lumas, si profilò davanti a loro presto, con l’immensa figura di sirena scolpita nella roccia delle montagne che circondavano la città. Era la prima cosa che si notava di Seut. Quella bellissima fanciulla mezzo pesce che, con i suoi lunghi capelli a coprirle il prosperoso seno, incombeva su Seut, come a proteggerla dalle brame del mare, si poteva ammirare prima ancora di riconoscere le banchine del porto. Ajhall guardò l’attraente sirena e la salutò, in un gesto comune a molti marinai, che si diceva portasse fortuna, poi, quando attraccarono in porto, infilatosi una tunica ed un paio di stivali, con Senante ed altri tre marinai, scese in direzione della casa del Reggente. Glablut, smilzo e piccoletto, dagli occhi grandi e le mani veloci, avanzava accanto al suo capitano dai capelli rossi con aria divertita, con il fare del goloso che pregusti l’idea di una buona leccornia. Subito dopo procedeva Senante, con il suo solito controllo militare, con al fianco Jebt, fiato di balena, che, anch’egli con un mezzo sorriso, proseguiva con la mano al fianco sul suo corno da richiamo. Quello strumento, che quando veniva suonato ricordava il verso che emette una balena, aveva valso a Jebt quel soprannome. Ed infine, per ultimo, benché, per stazza, fosse il primo ad essere notato, vi era Mako, il gigante dalla pelle chiara che camminava sempre con un ghigno a posto del sorriso, ma che possedeva un grande cuore. Ed era uno strano spettacolo vedere quel gruppo di uomini nella via principale della città. Il Reggente seppe del loro approssimarsi a casa sua molto prima che si annunciassero al suo portone. Si stupì di saperli nella sua città, poiché aveva sentito che l’Aquila era alla ricerca della mitica “Rosa di Mangur”, un gemma da leggenda. La massima autorità di Seut accolse i nuovi venuti con mal animo e nervosismo. Non sapeva mai cosa aspettarsi dal furbo capitano dell’“Aquila”: quando c’era lui nei pressi, il Reggente era sicuro che qualcosa sarebbe sempre successo, in special modo ai suoi affari, che non tutti potevano considerarsi puliti. Ma l’uomo dai capelli del colore delle vele della sua nave aveva il sostegno ed il favore di Eisel III, Re di Nuluon, e benché questi non interferisse mai con le faccende del capitano, non ci si poteva rifiutare di incontrarlo, per non rischiare problemi con il potente sovrano. Si diceva infatti che Ajhall di Varesia potesse vantarsi di essere amico del Re, per fatti inerenti ad anni prima. Quindi, quando Ajhall si presentò a lui, con i suoi, mostrando un ampio sorriso, il Reggente si mosse nervosamente fra i cuscini di porpora su cui era seduto nella sala udienze e, con mal celata freddezza, disse:
– Siamo sempre felici, noi di Seut, di vedere le rosse vele dell’Aquila entrare nel nostro porto… – ed allorché notò lo sguardo beffardo del capitano, aggiunse: – …Benché l’ultima volta ci lasciammo in così malo modo. –
– Già – replicò Ajhall tranquillo – Ma fra amici capita di litigare! – continuò con gli occhi colmi di furbizia. – Infatti, siamo qui per porgervi un regalo, un pensiero che potrà far parte della vostra ormai nota collezione di rare preziosità. –
Gli occhi avidi del Reggente si accesero di interesse, mentre quelli di Ajhall sorridevano beffardi e i suoi uomini ridevano di sottecchi…
– Un regalo? – ripeté l’uomo, mentre la sua mente ritornava alle voci della ricerca della “Rosa di Mangur”.
– Sì – fece Ajhall al suo orecchio, sforzandosi di non guardare il grosso doppio mento dell’uomo – E’ una preziosità di superba bellezza, la “Rosa di Mangur”… Ma non è per tutti gli occhi… – ed il capitano dell’Aquila fece gesto verso i notabili intorno.
– Sì, sì… giusto! – replicò l’altro, stentando a credere a ciò che udiva, conscio della sua grande fortuna, perché un gioiello di tale valore e bellezza meritava che solo i suoi occhi potessero ammirarlo. – Andate! – ordinò ai suoi, con alterigia, e in un gesto simile a quello del Reggente, in una burla che l’uomo non intese, anche Ajhall fece lo stesso con i suoi marinai, i quali lasciarono la stanza con un grande sorriso…
E quando furono soli, il Reggente ed il capitano, Ajhall estrasse cautamente un oggetto dalle sue tasche. Un involto di tela che pose sul palmo della mano, sotto lo sguardo avido e bramoso dell’uomo. Lentamente, Ajhall liberò dai lembi del panno una pietra splendente, una gemma dalle tonalità scarlatte… Era proprio la “Rosa di Mangur”, si disse il Reggente, il favoloso diamante che la leggenda voleva essere stato intinto nel sangue dell’eroe Mangur…
– Perché regalate a me tale rarità? – chiese malignamente l’uomo, colto da improvvisa diffidenza.
– Perché voglio rinsaldare i nostri rapporti. Ho molti nemici ed un porto sicuro è sempre ben accetto… Inoltre, sono uomo di mare, cosa me ne faccio di quella gemma? Oltre che venderla o regalarla non posso fare altro, ma… Nessuno potrebbe darmi il corrispettivo del suo reale valore, quindi… – ed Ajhall, con gli occhi sempre più accesi, ormai completamente divertito dalla parte che stava interpretando, fece concludere all’uomo la sua frase.
– … Quindi la regalate a me! –
Il capitano assentì, passando il prezioso gioiello nelle mani tremanti del Reggente. Questi, ormai, non vedeva altro, non capiva altro, al punto che quando Ajhall disse:
– Dovremmo conservarlo nella vostra collezione, solo lì sarà al sicuro! – non ebbe nulla da obbiettare.
Come ipnotizzato dall’oggetto che ormai era suo, con gli occhi fissi nei riflessi rossastri della gemma si alzò, non con poca difficoltà per la sua mole, e si avvicinò ad un muro della sala. Come mille volte aveva fatto, passò la sua mano sulle scanalature del muro fino a quando un’apertura, in uno scatto metallico, comparve di fronte a loro. Ed il Reggente entrò ed Ajhall, silenzioso, alle sue spalle, lo seguì. Il capitano dell’Aquila vide lo splendore di una collezione unica e rifulgente quasi di luce propria. Ogni prezioso era su uno scaffale finemente intarsiato. Ecco, si disse Ajhall, dove si trovava la famosa collezione. Guardò ogni gioiello e ogni splendore, sempre restando al centro della sala, intanto che il reggente sistemava, con un occhio sempre a lui, in un posto d’onore, il mitico diamante rosso… E mentre uscivano da lì ed il reggente rifaceva sparire agli occhi l’entrata segreta, il capitano fece una richiesta che sembrò all’uomo ragionevole dopo così prezioso regalo.
– Sì – disse – Dato che i vostri affari sono urgenti potete partire! Sarete sempre benvenuti nella nostra città! –
Ed Ajhall nascose un sorriso beffardo. Quella sera il Reggente diede una sontuosa festa alla salute di chi gli aveva portato grande dono, facendosi vanto della nuova rarità della sua collezione, che, a suo dire, avrebbe portato lustro alla città di Seut. La mattina successiva, il Reggente decise che troppo tempo era passato dall’ultima volta che aveva ammirato la sua “Rosa di Mangur”. Nella solita maniera, nota a lui solo, cercò il meccanismo di apertura ed entrò. Tutto era come lo aveva lasciato, guardò il diamante rosso e gli sembrò splendido come il giorno precedente, poi passò il suo sguardo sulla restante collezione. Oggetti bellissimi, di fattura pregiata, e si sentì orgoglioso, benché non tutti i pezzi fossero stati normalmente comprati, poi… notò qualcosa, anzi l’assenza di qualcosa… Un vuoto nella gamma di colori delle varie gemme che aveva collezionato… Si avvicinò allo scaffale e cercò in basso, di lato, ma niente… Mancava proprio… La piccola gemma simile ad occhio d’animale, chiamata per questo l’“occhio di volpe” era scomparsa… Ma come poteva essere? Si chiese, mentre montava il furore e la comprensione di essere stato derubato. Ma da chi? Cominciò a domandarsi. Come? Si diceva. Poi, capì, ricordò. Il capitano dell’Aquila era entrato con lui, proprio il giorno prima, ma non aveva toccato niente, si disse… Cercò di rammentare ogni gesto di lui, fino a quando non si ricordò dello starnuto che egli aveva fatto, proprio in vicinanza dello scaffale dove adesso mancava la pietra… Maledetto, concluse.
– Guardie! – gridò, muovendosi a scatto con ferocia, in un gesto che, per la sua mole, risultò insicuro e traballante. Così facendo andò ad urtare con la bacheca in cui la “Rosa di Mangur” era riposta e questa, con sommo orrore del Reggente, cadde in terra frantumandosi.
– Guardie! – ruggì, nuovamente paonazzo in viso, capendo l’inganno. Ma ormai era tardi.
Il veliero dalle rosse vele navigava verso altre mete, lontano dall’isola di Lumas e la sua capitale. Sorrise, Ajhall, mentre i suoi occhi si riempivano di scanzonata furbizia, guardando l’orizzonte, e Senante si avvicinava a lui.
– Cosa accadrà, capitano, quando si accorgeranno di quello che avete fatto? – chiese, per niente impressionato da ciò che il suo comandante aveva compiuto.
– Niente, completamente niente. – ed Ajhall ammirò nella luce solare l’“Occhio di Volpe” – Non si può denunciare il furto di un oggetto che non è proprio… Fregare un ladro dà sempre doppia soddisfazione. Inoltre, noi ci siamo limitati a prendere questo prezioso gingillo solo per riportarlo al suo legittimo padrone che era stato derubato, e che ci pagherà per questo… E poi un occhio di volpe non poteva proprio stare nelle mani di uno sciocco… – ed il capitano rise.
– Non potremo più avvicinarci a Seut. – parlò pacatamente il luogotenente.
– Per un po’, poi il Reggente farà finta di niente, anche se starà doppiamente attento alla nostra presenza… –
Senante lo guardò alzando un sopracciglio.
– Vi perdonerà anche lo scherzo della “Rosa di Mangur”? –
Ajhall rise.
– Ti preoccupi per me, Senante? Anche se dovesse rendersi conto che è una copia, se non vorrà fare la figura del babbeo quale è, farà finta che la “Rosa di Mangur” che ha sia l’autentica pietra. Ed anche se questo gli sarà più difficile a digerirsi… non potrà fare nient’altro poiché, come noi sappiamo la “Rosa di Mangur” non esiste… –
Ed Ajhall rise ancora e Senante si lasciò andare anche lui ad uno dei suoi rari sorrisi…

“Il Sigillo del Drago Infinito (Volume I), I custodi dei frammenti” di maria stella bruno, Edizioni il Pavone

“Safav è l’unico sopravvissuto del suo villaggio, distrutto da un esercito senza bandiera, e, desideroso di vendetta, parte in cerca di risposte e informazioni. Ajhall è un marinaio, scanzonato e molto furbo, che sembra quasi attirare i guai. Inoha è un giovane irruente e temerario che freme all’ombra del padre, Partaf, cavaliere di AlbaNotte.Le loro vite si intrecceranno ed insieme scopriranno quale grande pericolo incombe sul mondo conosciuto. La brama di potere di un solo uomo minaccia la pace e la stabilità. Phalaha, detto il Corvo Nero, infatti ambisce a riunire i sette frammenti di una chiave che apre un libro di profezie pericoloso e, per impedirglielo, Safav, Inoha e Ajhall vivranno numerose avventure. E fra lotte, intrighi e tradimenti viaggeranno per il mondo imparando a conoscere anche se stessi, in uno scontro senza respiro fra chi ha ideali e chi possiede solo la brama di conquista…”

I custodi dei frammenti - il sigillo del drago infinito

Dove trovarlo:

Hoepli.it

Libreria Rizzoli.it

la Feltrinelli.it

Ibs.it

Vedi il Booktrailer…

…ed io parlare  

“Il Drago Infinito – I Custodi” versus “Il Sigillo del Drago Infinito (Volume I), I custodi dei frammenti”

Questa recensione fu fatta al mio romanzo nel 2009, nella sua prima versione(2006), quando il titolo era semplicemente (e poteva trarre in inganno sui contenuti) “Il Drago Infinito – I custodi”. Adesso il romanzo è stato corretto, riveduto in alcune parti, ed è disponibile in ebook. Il nuovo titolo, “Il Sigillo del Drago Infinito (Volume I), I custodi dei frammenti”, come la copertina, rispecchiano di più una trama che non tratta temi strettamente fantasy o figure classiche del genere… Creature magiche, maghi, elfi e varie, non sono presenti. La magia stessa non è un concetto contemplato. Tutta la vicenda “gira” intorno ad un libro di profezie sigillato e nascosto che, per il bene di tutti, non deve essere ritrovato. Qui di seguito, comunque, ripropongo la recensione del critico Maria Teresa Prestigiacomo che può dare ancora un’idea del mio romanzo…

2006                                                         2012

Immagine (2)  I custodi dei frammenti - il sigillo del drago infinito

Non appena ci si accinge alla lettura del romanzo di Maria Stella Bruno, opera prima, dal titolo “ Il drago Infinito”, ci si accorge che la giovanissima scrittrice rappresenta una nuova promessa della letteratura Italiana Contemporanea. Pertanto, ci troviamo di fronte non ad una tra le tante scrittrici che affollano la cosiddetta “Letteratura Minore” del Duemila, ma ad un’autrice che, presto, guadagnerà un posto al sole nel panorama letterario del terzo millennio.

Bruno affronta con sicurezza ed umiltà, con forza virile e sensibilità femminile, il romanzo di genere, “gotico-fantastico”, un genere che, sebbene affondi le sue radici nel secolo scorso ed anche più indietro, nel Settecento, si è affermato prepotentemente, in questi ultimi anni, per merito della globalizzazione, per opera di quella che è stata la rivoluzione del secolo: il computer ed internet, interpretando il gusto dominante della new generation, gusto dominato da ingredienti come “ l’inquietante, il misterioso, l’intrigante, il fosco ed il surreale”.

Bruno accoglie le lezioni dei maestri del grande thriller, del Giallo, del gotico-fantasy e percorre la sua strada; ella beve alla sorgente del maestro Tolkien, si nutre alla ricca mensa letteraria di Follett.

A questo punto, la scrittrice siciliana “metabolizza” le mille letture che hanno contrassegnato la sua adolescenza di “piccola intellettuale” ed in un modo personale e convincente, si afferma con il suo elegante stile narrativo, ricco di avvincenti intrecci che hanno per protagonisti e co-protagonisti i numerosi personaggi che incarnano le forze del Bene e del Male, nel suo romanzo che segna il suo felice debutto da scrittrice di romanzi.

Misteriose e fantastiche le ambientazioni, nello spazio narrativo dell’autrice, “crepuscolari”, nelle atmosfere, a volte, e, per contrasto, poetico-idilliache, incastonate in una dimensione “altra”, senza spazio definito, né tempo…

L’intreccio della fabula di Bruno si dipana su un canovaccio di tempo medievale, tra cavalieri e pirati d’Europa? Oppure, i personaggi di Maria Stella Bruno potrebbero essere accostati, in similitudine, ai predatori sulla Via Della Seta, personaggi realmente esistiti? Ci si intende riferire a coloro che vagavano nei primi del Novecento, nel deserto di Taklamakan, sfidando le insidie del Turkestan cinese e i suoi demoni protettori, per portare alla luce i tesori di quella lontana civiltà? O, in altre ipotesi, la fabula e l’intreccio della scrittrice possono riferirsi a Storie del Duemila, col cuore antico di ieri, un occhio al passato ed uno al futuro, un orecchio allo zampillo di una fontana di strada e l’altro, ricordando Bufalino, al fragore di una cascata di oggi? I pirati della Malesia sono briganti di oggi, con la ferocia di ieri e la tecnologia del Duemila, circondano navi mercantili e le depredano di ogni avere e quando non mietono vittime, tra i membri dell’equipaggio è un miracolo…

La ferocia degli “uomini senza bandiera” di Bruno, bramosi di potere e di ricchezza, di segreti arcani…non ha tempo, né spazio…

Tornando alle eleganti e particolareggiate descrizioni della scrittrice, esse si squarciano su palcoscenici immaginifici in cui il lettore può ricreare immediatamente, le scene mirabilmente descritte.

Le sue strategie di convincimento sono tessute sulla fabula con un ricco intreccio di diversi “fili” narrativi, ricchi di digressioni.

Il registro linguistico adottato è semplice, per contrasto al complesso intreccio, ma al tempo stesso, elegante.

Il suo metasignificato è un messaggio profondo che filtra dall’elegante costrutto sintattico e dalla ricchezza dei suoi personaggi ben torniti: quello che le chiavi della conoscenza del futuro siano affidate a coloro che le adoperino a fin di bene, per finalità etiche, di giustizia, per il benessere dell’umanità.

Maria Stella Bruno, attraverso il suo romanzo, sembra lanciare un monito agli scienziati, affinché la scienza, la conoscenza, il sapere “futuro” siano messi al servizio del Bene comune, ed, al contrario, per sconfiggere il Male, cioè quegli “uomini senza bandiera”, coloro che non portano il vessillo di una bandiera che ha i colori dettati dai valori universalmente riconosciuti: quegli uomini “neri” e non solari che intendono sterminare senza pietà per l’avidità del sapere, quegli “uomini del buio e della notte” che intendono stendere drappi neri a nascondere il “sole”.

TRA I PERSONAGGI

Forte è la valenza didattica che emerge in ulteriori messaggi, dalle pagine del romanzo…

Bruno fa parlare il padre di Partaf Dei Leoni Del Vento, governatore di Chart, cavaliere e custode di uno dei “Frammenti” della Chiave del Futuro in questo modo: “…L’esperienza insegna l’umiltà; l’ambizione, spesso porta alla rovina, come la ricerca della gloria in battaglia…”

La saggezza del padre di Partaf, stanco di sangue e di guerre, si contrappone alla ricerca della conquista di gloria da parte del figlio…

”Per quanto una causa possa essere giusta, sono sempre uomini quelli che muoiono sul campo di battaglia…”: così affermava il padre di Partaf, un’affermazione che ha valore universale, affermando valori di pace, universali a-spaziali ed a-temporali.

A questo punto occorre evidenziare come la figura di Safav ci insegni che, di fronte al “Consiglio degli Illuminati” di ogni tempo ed ogni luogo, occorre sfidare l’abulìa dei politici, il loro menefreghismo, la loro ottusa incredulità di fronte ad un portatore di “una buona novella anche laica”, un “Angelo-Nunzio” di incombenti pericoli e, come tanti “figli” di Safav, occorre che lottiamo come tanti Don Chisciotte, contro i Mulini a Vento, (anche se, adesso, i mulini sono altezzosi generatori eolici).

Occorre che si lotti, sempre e comunque, per dare voce alle proprie istanze, per il bene nostro, personale e per quello che si chiama “Bene Comune”.

E’ d’uopo anche rammentare un profondo messaggio dalla straordinaria valenza didattica che scopriamo attraverso le parole che Bruno attribuisce ad un suo personaggio; costui, nel rivolgersi a Safav, contadino di Xatum, unico sopravissuto del suo villaggio, dice: “…Sii uomo di pace, prima di essere uomo di armi… Il tuo senso di giustizia è grande, ma non confonderlo con la vendetta perché Morte genera Morte… Il tuo dolore è stato immenso ma trasformalo in fonte di vita per gli altri…”

In questo passo ci sembra di ritrovarci di fronte al genio poetico, universale di Archiloco che nel VII secolo a.C. nella poesia “Animo mio”, abilmente tradotta da Quasimodo, lanciava questo meraviglioso e profondo messaggio universale.

Un altro personaggio che attira la simpatia del lettore ed al quale l’autrice è molto legata, è il marinaio, Ajhall, capelli rossi al vento “ed un cavallo in corsa”: un marinaio che le sue promesse le mantiene, segno che- ci insegna Bruno- non occorre stigmatizzare, non occorre assegnare un sigillo al prossimo senza mai più “redimerlo”.

Ajhall si ritrova a vivere tante peripezie, come quella di finire nel mezzo della sala del salone delle feste del re Eisel III, per scampare alla ferocia del capitano nero, rischiando di morire avvelenato, ma chi insegue ideali di giustizia, è aiutato dalla fortuna, resta immunizzato dal veleno delle “ Lacrime dell’Ade”, ci dice la scrittrice, mostrando la sua vena ottimistica sulla vita.

Abbiamo contato cinquantadue personaggi, in questa epopea; tra costoro, spicca Ofena, abile cacciatrice di taglie, un ruolo per così dire “maschile” che, per desiderio di “riscatto” di una condizione femminile deprivata, la scrittrice attribuisce ad una donna.

Una donna diversa da tutte le altre, questa Ofena; ha subito una violenza e la sua personalità forte, spietata, ne reca i segni. Ella porta avanti la sua mission, senza farsi corrompere, come tanti altri, dal vile denaro; riveste, dunque, un compito importante in seno alla “fabula”.

Indaghiamo, a questo punto, sulla struttura della “fabula” che è trattata da Bruno come la tradizione vuole, come l’analisi di Vladimir Propp intende: c’è l’eroe, c’è l’antagonista ( “ gli “uomini senza bandiera”, in questo caso) c’è la persona ricercata e l’oggetto magico ricercato ( i sette frammenti della chiave del futuro), c’è l’allontanamento, il tranello, l’investigazione, la mediazione, la partenza verso un viaggio che è metafora ulissiaca della vita; ed ancora, vi sono le prove da superare, la lotta, la persecuzione…tutti elementi-ingredienti-chiave dell’intreccio

In più, c’è da dire, in chiave psicoanalitica, che “l’allontanamento da casa”, le “difficoltà da superare”, sarebbero interpretabili come le tracce, largamente trasfigurate dalla fantasia, di avvenimenti “reali”, che accadono nella vita: durante le cerimonie iniziatiche, i giovani sono condotti lontano dal villaggio, dalla famiglia, là dove saranno sottoposti ad una serie di prove che verificano le loro capacità… Ma, soprattutto, simbolicamente, rappresentano la morte e la rinascita….( “il bambino” scompare per lasciare il posto all’adulto)….

Tornando ai personaggi, essi sono rappresentati “a tutto tondo” dalla scrittrice, pertanto non bassorilievi, bensì sculture-ritratto a trecentosessanta gradi, tratteggiati o scolpiti, mirabilmente, , quasi ad “aggallare” sulla scena, come attori che, per una sorta di gioco pirandelliano, assumano il ruolo di registi dell’atto, tanto, costoro, sembrano sfuggire di mano all’abile regia dell’autrice, come “ Sei personaggi in cerca d’autore”, come ne “ Le scarpette rosse “ di Handersen, per poi essere nuovamente governati da Bruno, controllati, fatti morire, per esigenze “di copione”, per la loro mission, per il ruolo loro assegnato…

Continuando ad indagare sulla forza descrittiva ed espressiva della scrittrice, bisogna aggiungere che occorre avvertire quei lampi e quei guizzi scenici che la stessa adotta per poterne cogliere i toni chiaroscurali, i “colori” come si dice in “musica”, attraverso i quali ella fa muovere e vibrare i suoi personaggi, tra mille colpi di scena.

Ricorderei, a questo proposito, il brano in cui Safav rischia di morire sotto il peso della scimitarra… “La grande arma si librò sulla sua testa, pronta a colpire, ma Safav si mosse fulmineo, evitando la lama che si conficcò sull’erba……Un tanfo fetido proveniva dall’uomo, un miscuglio di sudore ed alcool che dava la nausea…l’odore dell’Inferno… Il soldato estrasse la scimitarra dal terriccio e con un urlo roco, la brandì… Gli occhi spalancati nella collera, il viso contratto in un’espressione animalesca, la fredda lama già macchiata del sangue altrui…( pag 89). Ed ancora, l’efficacia descrittiva di Maria Stella Bruno si impone (pag 89) presso la locanda dell’”Oste di ferro”: “…Poi una lama brillò nell’oscurità…il coltello, nella cui elsa era intarsiato un serpente, tagliò esperto la gola nuda dell’oste… Il tappeto su cui era caduta la candela di Epo prese fuoco in un lampo ed in poco tempo l’”Oste di ferro” fu avvolto in un’unica fiamma…”

IL DRAGO INFINITO

Riguardo al drago “adottato” da Bruno e dalla stessa autrice, rappresentato sulla copertina del romanzo (versione 2006), non si tratta di un drago riconducibile alla tradizione orientale; non è un drago indonesiano, cinese; ha le fattezze e la ferocia dell’antica tradizione d’Occidente; possiede delle grandi ali e delle lunghe corna; potremmo affermare che si tratta di una rappresentazione di drago, in parte “vicina”a quella del capolavoro di Walt Disney e, su un altro fronte, vicina a quella interiorizzata da Paolo Uccello per il suo mirabile dipinto dal titolo “ San Giorgio ed il drago”, in cui San Giorgio, cavaliere, ha la meglio sul mostro.

“Il drago infinito” costituisce l’insieme dei frammenti della chiave del futuro che il mondo, da millenni, vorrebbe conoscere…

La trama è semplice, l’intreccio è complesso: sette persone custodiscono i frammenti di una chiave magica che darà l’accesso alla veggenza, al futuro…

E su questo canovaccio, Bruno lavora per tradurre in momenti magici, con il fascino della parola, gli eventi che ruotano intorno a questa vicenda…

Quanti errori avrebbero evitato gli uomini, nella loro Storia personale, se avessero conosciuto, prima, il loro destino!

Quante distruzioni, quanti stermini, quante calamità, quante guerre, si sarebbero potuti evitare, se si fossero conosciute prima le loro conseguenze rovinose!

Queste affermazioni ci impongono una pausa di riflessione ed, a questo punto, “sorge spontanea” la domanda: non ci sono, oggigiorno, tanti uomini che “vedono” con i loro occhi aguzzi, con la loro vista d’aquila- dal sapere scientifico- la distruzione della Terra, il suo futuro minacciato e di ciò fanno una loro mission, senza essere ascoltati dai potenti del “Consiglio degli Illuminati?

Questa domanda si pone la scrittrice, Maria Stella Bruno, in questo suo brillante esordio che vede il Duemila costellarsi di questa nuova promessa della Letteratura, quella Letteratura vera, che andrà a storicizzarsi in quei libri di Letteratura Italiana che Bruno, per il momento, non intende approfondire, da spettatrice, in quanto le sue capacità e la sua tenacia, le faranno guadagnare, presto, un posto al sole nell’Universo dei romanzieri che producono Letteratura in un linguaggio universale.

“Fratelli dello Spazio Profondo” di Erika Corvo

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Le stelle sono quelle che conosciamo (Chioma di Berenice, costellazione del Drago, ecc…), è la nostra realtà, quindi, il nostro universo. Il tempo è quello futuro, un futuro molto lontano, in cui l’umanità, la nostra umanità, i nostri discendenti hanno fatto di nuovi pianeti la loro casa. La storia è quella di un ragazzo addestrato e vessato in una prestigiosa scuola militare federale per eccellere in tutto, persino nella violenza. Per i suoi istruttori, egli dovrà diventare un comandante della flotta federale, talmente abile e brutale da poter debellare la Fratellanza dei pirati spaziali… Ma il destino di Brian Black, questo il nome del giovane, non era seguire quella strada. L’incontro con Stylo, maestro e suo primo amico, cambierà tutto, svelando verità nascoste…

Il romanzo si “apre” così all’avventura più piena, in un racconto di fantascienza godibile e divertente, pieno di azione incalzante. La narrazione è pressoché in prima persona. I protagonisti si alternano a raccontarci ciò che accade, permettendo un cambio di punti di vista e un modo per conoscere ogni lato del carattere di tutti. Quando, però, l’azione si svolge “oltre l’occhio” dei protagonisti è  il “narratore” che ha il compito di spiegare. Ma a volte la “voce” del narratore appare anche nei capitoli dei vari personaggi(in pochi punti, in verità) e ciò rischia di sorprendere troppo il lettore. Per il resto, comunque, oltre l’uso del maiuscolo per le frasi urlate, lo stile è buono e la narrazione fluida.

Il protagonista, Brian Black, è uomo da non lasciare indifferenti. Lo puoi detestare, chiederti il perché dei suoi atti di violenza, ma anche comprendere nella sua abnegazione verso chi ha sofferto.  È un capo abile, intelligente ed estremamente (ma forse con ragione) vendicativo. È Black Diamond, come verrà soprannominato. Sulle sue spalle pesa la sorte del suo pianeta, piegato e sconfitto da un gruppo di speculatori disonesti. È un peso che egli stesso vuole, che cerca… Ma l’odio rischia di consumarlo, di cancellare quella scintilla di umanità che alberga ancora in lui… Stylo è il suo collegamento alla coscienza, un amico, ma anche un insegnante di vita, ed insieme, Brian e Stylo, sono straordinari. Juno dirà di loro:

“…L’onda e il riflusso, il giorno e la notte, il fuoco e la sabbia che lo spegne; perfettamente complementari. Il Diamante Nero non era una sola persona. Erano due.” E non si può non darle ragione…

Beh, che dire di più? Non vogliamo svelare troppo. Forse solo questo:  è un viaggio fra pirati, armi, violenza e fuoco incrociato… naturale che qualcuno venga “inchiodato”… Buona avventura, quindi!

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